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venerdì 9 settembre 2022

L'Uscita dell'Italia dalla guerra.

 

Settembre 1943

Dal punto di vista degli Alleati, l’Italia come potenza antagonista, non è stata mai considerata una reale minaccia. Fin quando le forze alleate, soprattutto inglesi, operarono da sole in Africa settentrionale, le forze armate italiane riuscirono a tenere testa e soprattutto a portare la minaccia ancorchè potenziale, al Canale di Suez. Le varie offensive in Africa settentrionale, una sorta di pendolo avanti ed indietro, tenevano l’unico fronte aperto della Gran Bretagna con un esercito europeo. L’arrivo di sole due divisioni tedesche portò alla conquista di Tobruck ed una marcia in avanti fino ad El Alamein.  Si rilevava in tutto questo la debolezza della Gran Bretagna che non era in grado da sola a sconfiggere le forze italiane e due divisioni tedesche. La situazione sarebbe rimasta in stallo, se non ci fosse stato l’aiuto concreto degli Stati Uniti. Churchill era a colloqui con Roosevelt quando arrivò la notizia della caduta di Tobruch il 27 giugno 1942 2 la richiesta britannica fu chiara: l’invio in africa settentrionale di 250 carri armati Scherman con i relativi equipaggiamenti e materiali di supporto. La richiesta fu accolta e da questo momento gli equilibri di potenza tra Gran Bretagna e Stati Uniti iniziano ad evolversi, spostandosi a favore di questi ultimi. Churchill sarà molto rammaricato e mostrerà tutto il suo disappunto. Quando nell’autunno dell’anno successivo, sconfitta l’Italia alle conferenze del Cairo ma soprattutto a quella di Teheran, Stati Uniti e Unione Sovietica discuteranno tra loro, mentre a lui è concessa la sola parte del comprimario. La Gran Bretagna aveva perso la leaderschip del mondo e doveva passare la mano, processo questo che avrà una diretta conseguenza sugli avvenimenti di cui stiamo trattando, ovvero in tutta l’operazione di sbarco ad Anzio che dal suo inizio vedeva gli Stati Uniti contrari a quello che consideravano solo una dispersione di forze.

La battaglia di El Alamein, ancorchè una vittoria inglese, è la logica conseguenza di questo processo che avrà il suo epilogo in Africa con la vittoriosa avanzata verso occidente dell’8a Armata al comando di Montgomery che riuscì a togliere agli Italiani la Libia prima, e poi a sconfiggerli definitivamente in Tunisia, maggio 1943. Lo sbarco in Marocco e sulle coste algerine da parte di forze alleate cambiò completamente la situazione in Nord Africa, decretando la ormai fine della presenza dell’Asse nel continente africano. Era il debutto delle forze statunitensi in guerra. Nonostante la vittoria al passo di Kesserine, le forze dell’Asse erano destinate ad essere distrutte. Ormai gli statunitensi stavano prendendo dimestichezza con la guerra ed i loro soldati acquisivano esperienza. L’assalto a Pantelleria che oppose una scarsissima resistenza, era il preludio all’assalto al territorio metropolitano italiano. Lo sbarco in Sicilia prevedibile e previsto, iniziò a mettere a nudo la consistenza dell’alleanza italo-tedesca. Mentre gli statunitensi non esitarono a dare i loro migliori armamenti agli inglesi e a sostenerli in moto massiccio, i tedeschi ebbero un atteggiamento opposto nei confronti degli italiani. IN Africa mandarono due sole divisioni non avendo per nulla una visione strategica di grande respiro. La Sicilia e la Sardegna, minacciate, non videro l’arrivo di nessun reparto tedesco per tempo. IL disprezzo che i tedeschi avevano per i fascisti italiani era tale che non fecero nulla per salvarlo. La presenza di due o tre divisioni tedesche in Sicilia, come le due in Sardegna, sicuramente avrebbe contrastato di molto l’azione alleata e, forse, lo sbarco non sarebbe riuscito, vito che le forze italiane da sole, con qualche reparto tedesco giunto all’ultimo momento erano riuscite ad arrivare a far arretrare le forze alleate quasi alla famosa linea del bagnasciuga. I tedeschi abbandonarono al lor destino sia Mussolini che il fascismo. Quando questo cadde, si meravigliarono di tanta inconsistenza, ma anche qui non diedero aiuto al legittimo Governo italiano per impedire un eventuale sbarco sul continente. E, come naturale conseguenza, l’Italia uscì dalla guerra con l’armistizio del settembre 1943. A questo punto i tedeschi furono costretti a mandare forze in Italia, che prima tenevano ad oziare in Francia e nel nord della Jugoslavia, assumendosi l’onere della difesa di quello che adesso chiamavano il fronte meridionale. Avessero mandato qualche mese prima (maggio giugno 1943) solo la metà delle forze che adesso dovevano impegnare, avrebbero difeso questo fronte meridionale con a fianco le divisioni italiane che sicuramente sarebbero ritornate utili. In più se avessero sostenuto l’Italia, non sarebbero dovuto intervenire né in Grecia, né nell’Egeo, né in Albania nei nel resto dei Balcani, che fino al settembre 1943 erano presidiate da forze italiane. Questa che possiamo definire una vera e propria miopia strategica, che non si riscontra in campo alleato, da un certo punto di vista è uno dei errori più evidenti della condotta della Germania, che non riuscì ad utilizzare al meglio le forze alleate.

L’uscita dalla guerra dell’Italia fu un danno per la Germania, mentre in campo alleato evidenziò in modo chiaro il dissidio tra statunitensi e britannici in merito alla condotta della guerra in generale, e la conferenza di Teheran lo mise bene in luce, e la conduzione della campagna in Italia che per questo dissidio fu una serie interminabile di equivoci, mezze misure, errori e sconfitte di cui Anzio è una somma di tutto questo.

mercoledì 31 agosto 2022

La Storia che si ripete.

 

LA DECADENZA ITALIANA

( XVI – XVIII secolo)

                                                L’attualità di una possibile storia        

Ten. Cpl. Art. Pe.   Sergio  Benedetto  Sabetta

 

 

Indice

Introduzione

 

L’egemonia spagnola in Italia ( 1560 – 1713)

·        L’ Italia a metà del secolo XVI;

·        Gli strumenti del dominio spagnolo;

·        Le fasi del dominio spagnolo;

·        La decadenza economica.

 

Introduzione

 

            Vi è una difficoltà nell’identificarsi dello Stato nella Nazione, una polverizzazione successiva del primo in una serie di municipalità e aree geo-storiche pre-unitarie.

            Una stratificazione anche amministrativa e giuridica che lentamente conduce al possibile dissolvimento del tessuto statale, per fare emergere costose e talvolta doppie realtà locali, le quali non rispondono più ai precedenti storici.

            Il sentimento nazionale è d’altronde compromesso dalla colonizzazione di ritorno della burocrazia che vi è stata nel dopoguerra, nonché da un intervento pubblico che si è risolto in molte aree non in spinte produttive ma in puro assistenzialismo, più consono ad un ceto politico di “notabili”, distributori di prebende e benefici vari.

            La geo-strategia ha scoperto i limiti e le debolezze del sistema, venendo meno le coperture della Guerra Fredda e i limiti delle “cortine”, in un mondo interconnesso in cui vi è la difficoltà di creare stabili istituzioni europee, l’Italia come nella prima globalizzazione tra ‘400 e ‘500 si è scoperta istituzionalmente debole, litigiosa, con una élite insufficiente ed esposta apertamente agli appetiti stranieri, vista anche la sua ricchezza mal custodita.

(AA.VV. – Una strategia per l’Italia – LIMES 2/2019).

 

L’Italia a metà del secolo XVI

 

            Dal 1559 al 1713 lo stato territoriale dell’Italia resta invariato, la dominazione spagnola blocca l’evoluzione verso lo stato unitario; assicura, in cambio, un periodo di stabilità politica mai prima conosciuto dopo la caduta dell’Impero romano.

            In quest’epoca l’Italia assume una fisionomia materiale e morale che persisterà per lunghissimo tempo e tratti che, per certi aspetti, caratterizzano ancora ai nostri giorni la nostra nazione, sia nei paesaggi rurali che nella mentalità.

            Politicamente, bisogna dividere la penisola in due grossi complessi:

a)     Gli stati spagnoli, o l’Italia spagnola, che comprende il Ducato di Milano, tutto il Meridione continentale, le Isole (Regno di Napoli, Regno di Sicilia, Regno di Sardegna), sono governati da Viceré spagnoli da cui dipendono anche i presidi toscani. Nei primi anni del ‘600 la Spagna si assicura un piccolo ma vitale dominio anche in Liguria.

b)     Gli stati regionali italiani, di cui i più importanti:

Lo Stato Savoiardo

Durante il rinascimento e per lungo tempo ancora, è questo lo Stato meno italiano, ma è anche lo Stato, come Venezia, che di più è ostile alla Spagna.

Gli inizi sono modesti. Costituito intorno al Mille sul versante occidentale delle Alpi da un conte di Borgogna, Humbert  aux Blanches Mains, ha feudi sparsi tra il Rodano, il Vallese e il lago di Ginevra e arriva nella Maurienne fino al Moncenisio.

I suoi successori prendono piede nel Piemonte: Susa, Ivrea, Pinerolo, successivamente estendono il loro dominio alla Savoia (Chambéry) e ad Aosta.

Nel ‘300 nuove terre si aggiungono a Nord (oltre-Rodano) e nel Sud (Cuneo, Nizza e Ventimiglia). L’espansione in Piemonte è difficile ed è contrastata da Genova, solo nel ‘400 il Duca di Savoia occupa Torino. E’ uno Stato montanaro e feudale, inutilmente il Duca di Savoia tenta di fare di Ginevra la capitale dei suoi stati.

 Nel ‘400 lo Stato Savoiardo è in crisi, minacciato a Ovest dal potente Regno di Francia. La crisi dovuta alla Riforma protestante toglierà per sempre Ginevra al Duca, mentre Milano e Genova gli rendono impossibile l’espansione ad Oriente e Sud. L’invasione e l’occupazione francese del ducato durante le guerre d’Italia sembrano segnarne la fine.

Emanuele Filiberto riesce tuttavia con energia a rimettere in piedi il Ducato, conservando tuttavia le innovazioni apportate da Francesco I, che aveva annesso il Ducato alla Francia e ne aveva ammodernato  l’amministrazione: il Senato di giustizia di Chambéry, la creazione delle province, un sistema di riscossione di gabelle e  imposte mediante “tailles” .

La capitale viene trasferita da Chambéry a Torino nel 1563. Di qui, con molte incertezze e grosse difficoltà, il Ducato savoiardo abbozzerà una politica di espansione verso la Lombardia, il Monferrato e la Liguria, rinunciando definitivamente al settore occidentale, dove la Francia lo sorveglia e per lungo tempo lo terrà sotto tutela.

 

Venezia

Nel 1557 conta 175.000 abitanti e resta il più ricco e potente di tutti gli Stati italiani. E’ il solo a tenere testa ai grandi della politica internazionale e che dispone di una forte potenza militare e navale.

La prima metà del ‘500 è per Venezia ancora un’epoca di grandezza e splendore, nonostante la recessione economica nel Mediterraneo e la fortissima pressione turca, che riesce lentamente a strapparle parti importanti del suo potere in Egeo e nel Levante.

Il patriziato veneto è omogeneo, non conosce le lotte intestine degli altri stati, ha un forte senso dello stato. Le masse rurali sono fedeli a San Marco i suoi numerosi artigiani godono di un buon tenore di vita.

Genova

A differenza di Venezia, ha subito puntato tutte le sue fortune sulla carta spagnola, da questa alleanza essa trae grossi vantaggi materiali. Andrea Doria instaura un governo autoritario e con lui la casta oligarchica dei finanzieri, raggruppati sin dal ‘400 nel Banco di San Giorgio, sono tesi a relazioni e ad affari con l’estero.

C’è uno stridente contrasto tra la potenza economica di questa oligarchia finanziaria e la modestia notevole dei possedimenti territoriali. Genova infeudata alla Spagna segue la sua sorte, legata come è alla monarchia spagnola. Non a caso, nel ‘700 la Repubblica genovese entrerà in decadenza e sarà travolta dalla Rivoluzione Francese.

Firenze

Pur continuando a restare uno dei poli maggiori della ricchezza italiana, non è più l’ardente e florida città del Medio Evo, dove l’inquietudine politica e spirituale fa tutt’uno col dinamismo economico.

La famiglia Medici  è  riuscita a stroncare le velleità di riforme e di repubblica, Cosimo de’ Medici (1537 – 1574) organizza uno stato assolutistico dove i grandi funzionari del principe sostituiscono le autorità dei Consigli e delle Assemblee cittadine, che esistevano sin dall’età comunale.

Gli elementi più attivi, al seguito di Caterina de’ Medici, moglie di Enrico II di Francia, si installano a Parigi, i Concini finanzieri di Firenze sono attivi sia a Parigi che a Lione e anche in diversi altri stati europei (Fiandre).

Ma la finanza fiorentina perde slancio in seguito alla crisi economica e si orienta verso gli investimenti in terre e immobili. Si attenua la preponderanza della città sulla campagna e fatto significativo, lo stato territoriale fiorentino assume il nome di Granducato di Toscana.

Lo Stato Pontificio

Sino all’inizio del ‘400, il Papa deve ammettere l’autonomia delle svariate Signorie che si formano un po’ ovunque (Bologna, Rimini, Urbino, Perugia ecc.). I Papi del Rinascimento sviluppano un’azione che tende a ristabilire la loro autorità assoluta sull’insieme delle Regioni che dal Po alla Ciociaria formano il loro stato.

Nel ‘500 i Papi più attivi in questo senso sono Giulio II della Rovere (1503-1513) e Paolo III Farnese (1534-1549). Anche se i costumi vaticani sono molto corrotti, i Papi del Rinascimento sono generosi mecenati e ridanno a Roma uno splendore e un prestigio da secoli scomparsi.

La città conta ora 115.000 abitanti ed è pina di edifici religiosi e di grandiosi palazzi, si pensi a Palazzo Farnese (attuale sede dell’Ambasciata francese), tuttavia le basi di questo stato sono fragili e artificiali.

Il monopolio del clero nelle alte cariche di governo e dell’amministrazione fa sì che questa sia corrotta e impotente, lo squilibrio sociale ed economico rende l’unità dello stato precaria. La Corte pontificia è un mercato nepotistico che assorbe ingenti ricchezze in spese del tutto antieconomiche. Non esiste una borghesia lavoratrice o di  affari, che è in erbo e la fortuna di altre più avanzate regioni italiane.

Il commercio langue, l’industria è quasi inesistente e i nobili non si interessano dei loro feudi, abbandonati a pascolo. La facciata opulente e grandiosa della Roma barocca, nasconde sorde rivalità di famiglie, rivolte di contadini esasperati da una feroce e vessatoria politica fiscale, la fame e un vasto endemico brigantaggio.

 

L’Italia spagnola

Milano

La regione lombarda, favorita dalla felice posizione geografica, nodo di tutte le più importanti strade alpine, conosce una solida prosperità sin dai tempi dei Visconti.

Il popolo tuttavia è mantenuto al di fuori da qualsiasi partecipazione alla vita pubblica e politica, questo spiega l’estrema facilità della conquista francese e la facile sottomissione al nuovo padrone spagnolo.

I Regni Meridionali

Sia il Napoletano che la Sicilia conservano un’antica struttura feudale: vaste masse contadine arretrate e miserabili sono sottoposte immediatamente al dominio del clero e dei baroni.

Napoli conosce tuttavia una lieve ripresa economica agli inizi del ‘500, ma lentamente la situazione economica si degrada. Madrid è lontana e cerca di mantenere i suoi possedimenti italiani, per legarli e sfruttarli nella sua politica di grande potenza internazionale.

La Spagna porta a Napoli anche l’intolleranza religiosa, che sarà aggravata dalla Controriforma; dai Regni meridionali vengono così cacciati gli Ebrei che da secoli erano una positiva presenza imprenditoriale nel mezzogiorno.

La feudalità che poggia sul latifondo si rafforza e la vita del Regno è tutta intorno alla grande proprietà, che a sua volta è asservita al Vicerè spagnolo.

Alla sonnolenza di una società pietrificata rispondono le violenze di frequenti e sporadiche ribellioni contadine con il loro funesto seguito: il banditismo cronico e l’esodo di masse rurali verso le aree urbane che si ingrandiscono artificiosamente di folle miserabili, di mendicanti, disoccupati, mentre la criminalità si diffonde sempre più aggressiva.

Gli strumenti del dominio spagnolo

Essi sono due: a) il controllo politico e militare della Penisola; b) la Chiesa cattolica.

a)     Il controllo politico e militare si esercita direttamente o indirettamente attraverso le dinastie asservite. La Spagna occupa i punti strategici che sono i nodi stradali interni, le isole, i grandi porti mediterranei.

b)     La Controriforma asseconda e rafforza il potere della Spagna. Al soldato del re di Spagna si affianca il monaco e il prete cattolico che, soffocando ogni forma di libero pensiero e i tentativi di Riforma, unificano la Penisola nell’ideologia che è un tutt’uno con la Corona di Spagna e col suo “Consejo de Italia”.

Non a caso l’Inquisizione è un potente mezzo di controllo e di repressione della monarchia spagnola, ora anche il Papato italiano è attivo per consolidare il dominio di Madrid sugli Stati della Penisola.

E’ vero che la Controriforma ha ance un aspetto di Riforma cattolica, nel senso di rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche: ma i tentativi in questo senso, si pensi all’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, citato dal Manzoni, restano isolati.

L’Inquisizione del Santo Uffizio Romano nei papati di Paolo III, Paolo IV, Pio VI, proprio con l’appoggio della Spagna, se per un verso soffoca l’eresia, per l’altro consolida la dominazione spagnola.

I deliberati del Concilio di Trento e la Inquisizione cattolica segnano l’Italia profondamente e questa impronta seicentesca durerà a lungo nella nostra storia nazionale: la religione cede il posto alla devozione, spesso alla religiosità esteriore o folcloristica, alla potenza materiale di un clero intransigente e potente per la presa e la pressione che esercita sulla società.

 

Le fasi del domino spagnolo

            Oggetto e strumento, e insieme posta e asse dello scacchiere politico europeo, l ‘Italia sopporta nei suoi rapporti con la Spagna, le fluttuazioni del destino della potenza iberica:

-         L’apogeo (1559-1598).

-         Il periodo del principio dell’indebolimento spagnolo (1598-1618).

-         Il gran conflitto europeo  o Guerra dei Trentanni ( 1618-1648) e il fallimento del disegno di dominio europeo della Spagna.

-         La distruzione della supremazia spagnola ad opera della Francia ( 1648-1650-1713).

 

Apogeo

1559-1598

E’ il periodo che corrisponde all’egemonia della Spagna su la Francia paralizzata dalle guerre di religione e ai primi effetti benefici del rovesciamento della congiuntura, che segue le grandi scoperte coloniali.

Mentre si organizza la Controriforma, i sovrani spagnoli instaurarono un potere autoritario e burocratico. Che comprime vigorosamente le manifestazioni di malcontento popolare. Lo stesso dicasi degli altri potentati italiani.

L’Italia è la base di partenza per la lotta contro i Turchi, alla quale coopera Venezia. La “lega cristiana” di PIO V riprende i temi della crociata contro gli infedeli, essa si conclude con la grossa vittoria di Lepanto nel 1571.

Ma il successo non è per nulla decisivo.

Deciso a distruggere l’Inghilterra, Filippo II di Spagna impiega qui le sue energie ed è costretto a lasciare un’Italia ancora aperta alla minaccia turca, che non tarda a farsi sentire con innumerevoli e continue aggressioni. Nel 1570, del resto, Venezia perde Cipro. A poco a poco, la vita marittima intristisce e le coste italiane si impaludano e diventano luoghi di pericolo.

Il periodo dal 1598 al 1618

E’ il periodo in cui si va profilando, sia pure con lentezza, il declino della Spagna, di fronte alla vitalità e all’aggressività delle giovani nazioni marittime e coloniali, come la Gran Bretagna e l’Olanda e anche di fronte al risollevarsi della Francia, sotto il re Enrico IV che termina le guerre di religione.

Per assicurarsi i legami continentali con le Fiandre e l’Austria, la Spagna, che ha perduto la signoria dell’Atlantico, infestato dalla terribile marina inglese e olandese, deve consolidare la via del Mediterraneo e infine anche le lunghe e difficili comunicazioni terrestri. La posizione geografica dell’Italia la destina a questo compito.

Dalla base di Genova, due grandi assi di circolazione attraversano:l’uno il Monferrato e la Savoia verso la Francia Contea e i Paesi Bassi, l’altro, la Lombardia con la Valtellina, verso il Tirolo e la Germania. Madrid si sforza allora di controllare meglio l’Alta Italia, ma trova non poche resistenze (specie Venezia e la Savoia).

Nel 1620 i cattolici della Valtellina  compiono “i sacri macelli” dei protestanti di quella regione svizzera e aprono le frontiere alle truppe spagnole di Lombardia. La Valtellina è così posta sotto la sovranità del Canton dei Grigioni, cattolico, ma la Francia è intervenuta, anche se questo intervento non ha esito, esso però anticipa l’azione antispagnola della Francia in Italia.

 

La decadenza economica

 

All’epoca d’oro del Rinascimento succede, a partire dalla seconda metà del ‘500, una fase di stagnazione e infine di decadenza. Le cause generali vanno poste nello spostamento del centro di gravità economico europeo dal Mediterraneo all’Atlantico, in seguito alle grandi scoperte geografiche. Tuttavia, il rovesciamento della congiuntura non è immediatamente catastrofico per l’Italia e bisogna distinguere due momenti:

1°) L’età di S. Martino dell’economia italiana.

Questa felice espressione di Carlo Cipolla si applica agli ultimi decenni del’500 e i primi del’600, corrisponde allo stabilimento e all’apogeo dell’egemonia spagnola sulla Penisola. Al riparo della potenza iberica, l’Italia, dove il transito delle merci venute dall’Oriente continua attraverso il Mediterraneo in modo massiccio, subisce gli effetti benefici dell’afflusso dei metalli preziosi nel Nuovo Mondo, così il Banco Genovese  di S. Giorgio tocca il culmine della prosperità.

Anche il forte aumento dei prezzi, se per un verso dà corso ad una intensa pauperizzazione, per un altro permette il formarsi, sia pure nelle mani di pochi, di ingenti fortune. L’Italia conosce una febbre edilizia e speculativa molte forte,  essa conserva i ricchi clienti stranieri cui vende sete, armi, vetrerie. Venezia ha un traffico intenso e Livorno, legata ai lontani speculatori olandesi, è il nuovo porto che Firenze allestisce in concorrenza con Genova e Napoli. La pace assicurata, sia pure relativa, si traduce in quest’epoca in un aumento demografico.

2°) Recessione e decadenza.

La situazione si degrada con l’asservimento dall’Italia ai disegni di politica estera di Filippo II, fanatici e non realistici in quanto sproporzionati alla reale consistenza delle forze iberiche, la terribile lunga guerra dei Trenta anni  aggraverà questa condizione.

Una pesante e rapace fiscalità pesa sugli Stati della Penisola, la rivoluzione dei prezzi, dopo l’euforia momentanea che permette grossi successi a pochi finanzieri, non vede, come nei Paesi del Nord – Ovest europeo il sorgere di una borghesia dinamica di capitalisti innovatori.

L’Italia sembra sclerotizzata nel suo passato, divisa più che mai tra i pochi fortunati possidenti, più forti e potenti che mai, e grandi  masse in preda alla miseria progressiva. I finanzieri consolidano i loro soldi in terre e tendono a ricostruire il tessuto delle medievali servitù feudali, il commercio mediterraneo a poco a poco viene abbandonato a francesi, olandesi e inglesi. Questi organizzano nei loro Stati manifatture capaci di soddisfare un mercato di massa, mettendo così a terra le costose fabbricazioni italiane prodotte per pochi e difficili clienti.

Il mercantilismo e il protezionismo in Francia aggravano lo stato dell’economia italiana, anzi, agenti francesi invitano artigiani in Francia e comprano segreti tecnici di fabbricazione, che poi impiegano nelle manifatture transalpine, questo spiega perché il Seicento    è il secolo della più grave depressione economica in Italia. Anche Venezia entra in grave crisi e sul finire del secolo perde Creta, sua ultima colonia in Egeo.

Più che mai i capitali si congelano negli acquisti fondiari o si sprecano nelle ingenti spese delle realizzazioni architettoniche del barocco. Questa fioritura dell’edilizia pubblica e privata è il rovescio negativo di una società che spreca nel lusso e nell’ostentazione le sue ultime risorse.

Per mancanza di sbocchi professionali remuneratorie, una grossa parte della popolazione si abbandona intorno alle poche potenti famiglie, alla ricerca di un particolare clientelismo del tutto parassitario, si creano così i tipi popolarizzati dalla Commedia dell’Arte, del lacchè mascalzone, del servo ladro, del prete corrotto senza vocazione. Il pauperismo, il vagabondaggio la prostituzione sono fenomeni di massa nel Seicento italiano.

L’Italia si contrae anche demograficamente, malnutrizione, malattie, epidemie e malaria mietono la popolazione. Le epidemie nel Regno napoletano in un secolo solo fanno morire ben 400.000 persone, tutta l’Italia non superava gli 11 milioni di abitanti. Napoli scende da 275.000 abitanti all’inizio del secolo a 186.000 verso la fine, Milano dai 160.000 del Cinquecento agli 80.000 nel Seicento.

L’unica risorsa dell’Italia intera è ora l’agricoltura, le caratteristiche regionali dell’agricoltura italiana di oggi sono le stesse di quelle formatosi in questo secolo. Il contrasto più marcato è quello tra le grandi coltivazioni irrigate e fertili dell’Alta Italia e i latifondi e i pascoli in mano al clero e ai feudatari del Centro e del Sud della Penisola.

Le tecniche agricole sono nel Seicento ancora rudimentali, se in certe zone la villa signorile, in seguito al ripiego sulla campagna del capitalismo urbano, introduce una certa vivacità economica, per altro le paludi invadono vaste estensioni della Toscana del Lazio e del Sud, mentre pascoli disordinati arbitrari compromettono per secoli la vegetazione delle colline e delle montagne.

Solo nei primi anni del Settecento si delinea una certa ripresa economica nell’Italia del Nord.  

 

 

mercoledì 20 luglio 2022

L'aereonautica nella Prima Guerra Mondiale

 

Allegri Girolamo: il “frate” pilota

di

Osvaldo Biribicchi

 

Il Sottotenente di complemento pilota Girolamo Allegri, asso della giovane aviazione militare italiana, ha avuto un posto d’onore nella produzione letteraria dannunziana con il libro Morte di frate Ginepro. Un frate pilota? Quale relazione lega il libro al valoroso aviatore? Allegri, nato a Venezia il 25 marzo 1893, dopo aver compiuto il servizio militare nel 5o Reggimento Artiglieria viene richiamato, a seguito della mobilitazione, con il grado di sergente d’artiglieria. L’Italia è ormai prossima ad entrare in guerra, Allegri chiede di passare in aviazione e, dopo aver conseguito il brevetto di pilota, inizia i voli di guerra mentre l’esercito italiano, dopo Caporetto, è fermo sul Piave.                Fra Ginepro si mette subito in luce per le sue qualità acrobatiche, per la sua audacia e coraggio. Compie ben 119 voli in undici mesi, celebre è rimasta la cosiddetta beffa di Feltre; il 7 giugno 1918 compare all’improvviso a volo radente sul campo d’aviazione austriaco di Feltre bombardando e mitragliando, fra un looping ed un tonneau, tutto ciò che gli capita a tiro. Così come è comparso sparisce tra lo smarrimento, la paura e la malcelata ammirazione del nemico. Due mesi dopo, in servizio presso la leggendaria 87a Squadriglia “La Serenissima” (costituita in gran parte da piloti veneti), conosce Gabriele d’Annunzio che rimane affascinato dalla figura di questo simpatico pilota veneziano con una lunga barba che lo fa assomigliare più ad un monaco guerriero, da cui il soprannome di Fra Ginepro coniato dal Vate, che ad un freddo pilota da caccia. È con d’Annunzio nello storico volo su Vienna, il 9 agosto 1918, quando sette velivoli della 87a Squadriglia si presentano in perfetta formazione sul cielo della capitale austriaca per lanciare migliaia di volantini propagandistici. L’impresa vale ad Allegri la promozione a sottotenente. Una gioia di breve durata; il pilota veneziano, dopo tanti temerari e rischiosi voli di guerra, muore a soli venticinque anni il 5 ottobre 1918 dopo essere entrato in collisione, poco prima di atterrare sul campo volo di San Pelagio, con l’aereo del compagno di squadriglia Guglielmo Vianini che riesce a salvarsi. Il Poeta, addolorato per la perdita dell’amico e valoroso pilota, scrive in sua memoria lo struggente libro Morte di frate Ginepro.                                                                                                                                                  A Girolamo Allegri, il 19 agosto 1921, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: Pilota di raro ardire e di virtù eccezionali iniziava, per primo, una serie di bombardamenti e mitragliamenti di grande efficacia, eseguiti tutti a quota bassissima su importanti centri di vita del nemico, alcuni dei quali nelle più remote retrovie avversarie. Non ancora ristabilito da recente malattia, pur di partecipare ad una di queste importantissime azioni sopra scalo ferroviario importante, partiva in volo di propria iniziativa, e con audacia e perizia effettuava il bombardamento riuscito efficacissimo. Al ritorno, per causa accidentale, precipitava al suolo sullo stesso campo di partenza, chiudendo così il servizio di magnifico soldato dell’aria con olocausto della sua valorosa esistenza. Già decorato di tre medaglie d’argento ed una di bronzo al valore militare. Cielo di La Comina - Franzensfeste, Casarsa, Portogruaro, agosto - ottobre 1918.

domenica 10 luglio 2022

Antonio Trogu. La difesa della Tunisia. 1943

 

 Battaglia di Takrouna (Tunisia) condotta dai fanti del 66° Reggimento nelle fasi finali del ripiegamento italiano in Africa Settentrionale nel corso della II Guerra Mondiale (Aprile-Maggio 1943)

 

Solo Enfidaville separa l’8a armata da Tunisi. Si sta avvicinando l’ora dell’offensiva finale. Alle 21.30 del 19 aprile, un tremendo tambureggiamento annuncia un nuovo attacco. Il I° Btg. del 66° Rgt. fanteria (Cap. Politi), rinforzato da 2 Compagnie di “Folgorini”, un reparto di granatieri e una ventina di tedeschi, resiste superbamente per due giorni a una Divisione neozelandese sull’impervio pilastro di Takrouna, facendo fallire il piano di sfondamento di Montgomery che è rimandato solo di qualche giorno. 

Il 20 aprile 1943, il Comandante della Divisione “Trieste”, Generale La Ferla, affidò ad alcuni reparti di formazione, tra cui i resti della Divisione Paracadutisti Folgore, il compito di prestare man forte al 66° Reggimento Fanteria che rischiava di perdere il controllo del villaggio di Takrouna situato su un picco roccioso che si erge in mezzo alla piana di Enfidhaville. Nel villaggio infuriava il combattimento tra gli italiani e le truppe anglo-neozelandesi. Riconquistato il villaggio, oramai decimati dall'incessante fuoco nemico, i fanti del 66° Reggimento, i Paracadutisti ed un’ultima compagnia di Granatieri giunta in rinforzo, riuscirono a resistere fino alla sera del 21 aprile. La mattina del 22 aprile, dovettero tuttavia soccombere per mancanza di rifornimenti.

Radio Londra, per giustificare il ritardo dell’avanzata verso Tunisi, affermò che l’Italia aveva schierato laggiù i suoi migliori soldati.

Durante la 2^ Guerra Mondiale, inquadrato nella 101^ divisione "Trieste", 66° Reggimento Fanteria partecipa alla campagna in Africa settentrionale, contendendo il terreno all'8^ armata da El Alamein alla Tunisia dove, durante la battaglia di Takrouna, il 1° Battaglione al comando del Capitano Mario Politi, si copre di gloria tenendo in scacco una divisione nemica per diversi giorni e cedendo soltanto dopo aver terminato le munizioni, meritando così la Medaglia d'Oro al Valore Militare.

Oggi il 66° e’ il primo ed unico Rgt. f. Aeromobile della Forza Armata.

giovedì 30 giugno 2022

La espansione russa di metà dell'ottoceto

 

La Guerra Finnico – Russa

12/1939 – 3/1940

Una lezione ancora attuale

Ten. Cpl. Art. Pe. Sergio  Benedetto  Sabetta

 

            In questa rideterminazione delle aree di influenza che la guerra in Ucraina contribuisce a delineare, nell’evidenziare una crisi di sistema iniziata nel 2001 ed esplosa nel secondo decennio del nuovo millennio, gli USA si appoggiano sulla resistenza dell’Ucraina per logorare i Russi senza scendere direttamente in campo, non potendo sostenere i costi umani di fronte ad una opinione interna divisa, che non vuole impegnarsi su un teatro lontano e non sentito come essenziale.

            I costi economici vengono sostanzialmente scaricati sull’U.E., per altro divisa al suo interno tra coloro ad Est coinvolti in prima persona e gli Stati ad Ovest, in primis Francia e Germania, più sensibili alle relazioni economiche e ai suoi riflessi sociali, ottenendo comunque gli USA una ricompattazione della NATO negli ultimi tempi piuttosto sfilacciata, anche per una serie di errori e ritirate da settori fuori area.

            Tutto questo sotto lo sguardo interessato e le autonome manovre della Cina ma anche dell’India, della Turchia e di altre potenze regionali.

            La Russia appare a sua volta impantanata, ripiegata su obiettivi minori, tanto che si parla di sconfiggerla, ma questo oltre che dubbio non sembra essere il vero obiettivo degli USA e degli Anglosassoni, oltre che dispendioso e logorante sarebbe anche controproducente creando un pericolosissimo vuoto di potere, con una instabilità dagli scenari imprevedibili, si dovrà quindi, prima o poi, trattare.

            Interessante al riguardo l’insegnamento della guerra Finnico-Russa del 1939/1940, dove la guerra si concluse con l’accettazione di alcune condizioni, ma da una posizione di forza a seguito di una serie di vittorie tattiche.

            La guerra si sviluppò dai primi del dicembre 1939 a metà marzo 1940 e costò ai Russi uomini e materiali, tuttavia ai primi di marzo il Maresciallo Gustav Mannerheim chiese al governo finnico di accettare le condizioni russe intavolando le trattative.

            Anche allora il 30.11.1939, quando i negoziati sembravano ancora possibili, la Russia bombardò Helsinki iniziando le ostilità, così come avvenuto il 24 febbraio 2022 a Kiev.

            Alla massa di circa mezzo milione di uomini i finnici non potevano che opporre 9 divisioni di 15 mila uomini ciascuna, con in più una netta superiorità russa in artiglieria e carri d’assalto.

            Nonostante questa sproporzione, conoscendo il terreno e con una alta flessibilità, una serie di imboscate bloccò le colonne russe, le quali non riuscirono a dispiegarsi per mancato coordinamento, non conoscenza del territorio e una massa di neve e boschi tale da impedire la manovrabilità.

            A differenza della situazione nell’Ucraina attuale, gli aiuti di Francia e Inghilterra furono contenuti nonostante le promesse, si era già in guerra con la Germania nazista ed emergevano tutte le mancanze tecniche e teoriche da parte degli alleati.

            Tuttavia i finnici, guidati abilmente dal Maresciallo Mannerheim, inflissero notevoli sconfitte ai Russi ma la sproporzione alla lunga pesava.

            La lotta durò dal dicembre 1939 alla metà del marzo 1940 quando, a seguito di trattative di pace, il 13 marzo alle ore 11 i combattimenti cessarono.

            L’abilità del Maresciallo Mannerheim fu di vincere sul piano tattico ma nel momento del massimo successo di intavolare le trattative per ottenere una pace con perdite territoriali minime, evitando in tal modo tra l’altro la devastazione del Paese, forse utile a qualcuno ma certamente non per i finnici, una lezione di uno stretto e intelligente rapporto tra politica, diplomazia e guerra.  

lunedì 13 giugno 2022

BEPPINO NASETTA, PRIMO CADUTO DELLA BATTAGLIA DELLE ALPI OCCIDENTALI E M.A.V.M.


 


di

Marco Montagnani

 

LA GIOVINEZZA NELL’IDEALE CATTOLICO

 Beppino Nasetta nacque il 5 settembre 1916 nel gruppo di case chiamato Roata Lerda (ora Madonna delle Grazie), a pochi passi da Cuneo, città nella quale ben presto si trasferì insieme alla famiglia. La sua educazione fu saldamente improntata a principi religiosi che, come vedremo, si fortificarono nell’età adulta. A dimostrazione, la prolungata attività nell’Azione Cattolica della parrocchia del Duomo di Cuneo, come pure nelle locali Associazione Giovanile San Carlo e Conferenza di San Vincenzo. Nel 1938, dopo avere ottenuto il diploma di Ragioniere, si laureò in Economia e Commercio, assai meritoriamente, perché durante tale impegno svolse il servizio militare di leva, in qualità di Aspirante Ufficiale di Complemento nell’Arma di Fanteria, precisamente presso il 33° Reggimento della Brigata “Livorno” (l’inizio del servizio di prima nomina avvenne l'1 luglio 1937).

 l 19 febbraio 1939, nel corso di una riunione pubblica tenutasi al Teatro Littorio di Cuneo, Antonio Bonino, locale Segretario Federale del Partito Nazionale Fascista, criticò aspramente l’Azione Cattolica e anche il Vescovo della città, Giacomo Rosso. In tal modo il gerarca alimentava quell’azione di contrasto che da tempo, a livello nazionale, il Regime, nonostante il disposto concordatario del 1929, metteva in atto nei confronti delle organizzazioni cattoliche.

 Nasetta, presente in sala, prese la parola e controbatté le accuse. Le conseguenze furono tanto pesanti quanto immediate. Infatti, il giorno successivo, sul giornale di Cuneo e Provincia, “Sentinella d’Italia”, fu pubblicata la notizia secondo la quale Bonino, “valendosi della facoltà concessagli dall'art. 31 dello Statuto del P.N.F., ha adottato nei confronti del tesserato Nasetta Giuseppe il provvedimento del ritiro della tessera per assoluta assenza di fede fascista”. In conseguenza di ciò, il Nostro perdette anche il lavoro in banca.

 Poco più di un anno dopo l’Italia, entrata in guerra a fianco della Germania, attaccò la Francia sull’arco alpino occidentale, in quella che è chiamata la “Battaglia delle Alpi Occidentali” (“Bataille des Alpes”). Anche il confine che interessava il cuneese fu luogo di rilevanti operazioni che produssero aspri combattimenti. In tale zona si trovava Nasetta, in qualità di Sottotenente della Guardia alla Frontiera (G.a.F.) (NOTA 1). Precisamente, nel III Settore di Copertura “Stura” (NOTA 2). Detto Settore andava da Ponte Negri (per i francesi Pont de Paule, fino al 1947 valico del confine italo-francese tra Piemonte e Nizzardo, situato sul torrente Tinea, vicino alla confluenza del vallone di Molliera, allora frazione del comune italiano di Valdieri), al Passo di Vanclava (al confine tra la Valle Maira e la valle dell’Ubayette e situato a ridosso del Monte Oronaye). Il III Settore di Copertura, con il Comando a Cuneo e il Deposito a Borgo San Dalmazzo, era articolato su due Sottosettori: III/a "Collalunga – San Salvatore" (Sede a Vinadio); III/b "Alta Stura" (Sede a Sambuco). Quest’ultimo era quello di Nasetta, che svolgeva i suoi compiti nella zona del Colle della Maddalena (Col de Larche per i francesi).

 I PRODROMI DELLA VALOROSA MORTE

 Si sa che le ostilità fra italiani e francesi ebbero ufficialmente inizio alle ore zero dell’11 giugno 1940 e durarono fino al successivo giorno 25. Invece, non è noto a tutti che il precedente giorno 7 il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Rodolfo Graziani, aveva ordinato, su disposizione del Duce, che, in caso di ostilità, nei confronti della Francia bisognava mantenere “contegno assolutamente difensivo, sia in terra che in aria” anche se “una volta iniziate le ostilità, e manifestandosi offese avversarie, si dovrà reagire senz’altro”.

Ciononostante, lo S.M.R.E., voleva rapidamente ottenere il predominio su tutti i valichi di confine e per questo le forze italiane ebbero l’ordine di porre in atto un’occupazione avanzata, da completarsi sempre entro l’11 giugno.

 Nondimeno, anche i francesi, nell’eventualità di un conflitto con l’Italia, avevano dato, già al momento della mobilitazione del 1939, analoga disposizione che però fu ridimensionata a causa del depauperamento di forze determinato dall’invasione tedesca. Perciò sulla linea di confine furono schierate solo le “Section d’Èclaireurs-Skieurs” (S.E.S.), ognuna delle quali radunava una quarantina di uomini, esperti di alpinismo e tiro. Sulla carta, le S.E.S. avevano compiti difensivi, precisamente d’osservazione e allarme ma, lo si vedrà, in taluni casi, indirizzati dai comandi locali, assunsero contegno decisamente offensivo.

 In tali condizioni andò maturando il valoroso gesto di Nasetta, gesto che purtroppo gli costerà la vita.

 LA TRAGICA ALBA DEL 13 GIUGNO A CIMA LA PARA

 Come appena detto, alcune S.E.S. intrapresero iniziative decisamente aggressive. Ad esempio, fin dal primo mattino del 13 giugno tentarono d’occupare il Colle della Galisia, alla testata della valle di Locana e il vicino Colle della Losa. Il Battaglione alpino “Intra”, del Raggruppamento “Levanna, le respinse. Per contro, analoghe iniziative riuscirono in altri luoghi, quali la Cima del Gran Cocor e Chiapili.

 Anche la zona del Colle della Maddalena, nella quale si trovava Nasetta, sempre all’alba del 13 giugno fu interessata da un’azione francese, ancora più ardita di quelle appena descritte.

 La Section d’Éclaireurs-Skieurs dell’83° Bataillon Alpin de Forteresse (B.A.F.), comandata dal Lieutenant Roland Costa de Beauregard (NOTA 3), riuscì a infiltrarsi fra gli avamposti italiani e attaccò un Nucleo Armi Supplementari (NOTA 4), organizzato in trincea e situato alle pendici sud-ovest di Cima La Para (pressi del lago del Colle della Maddalena). Nasetta, avvertito della minaccia, accorse prestamente sul luogo e visto che due guardie di Finanza erano state ferite e non combattevano più, impugnò la mitragliatrice che si trovava nella trincea e fronteggiò il nemico, infliggendogli serie perdite. Fece fuoco anche contro altri francesi che stavano sopraggiungendo, ma mentre lo faceva, venne colpito al fianco sinistro da una raffica che lo uccise. Fu il primo caduto italiano della Battaglia delle Alpi Occidentali. Nel frattempo i nostri si erano riorganizzati e il nemico, sotto il tiro anche di un’altra mitragliatrice governata dal Sergente Carlo Prazzoli (che per questo meritò la M.B.V.M.), ripiegò senza essere riuscito a metter piede sul suolo italiano.

 Nasetta era ben consapevole che la difesa dell’area in cui si trovava presentava delle criticità. Infatti, qualche giorno prima, al Generale che la stava ispezionando espresse la consapevolezza della delicatezza del suo compito e della necessità di ben assolverlo, rassicurando al tempo stesso l’alto ufficiale: “vi assicuro che di qui non passerà un francese. Conosco bene tutte le vie di accesso; io ed i miei siamo disposti a difenderle a costo della nostra vita. Da nove mesi attendo qui con impazienza ed io stesso voglio sparare il primo colpo di mitragliatrice ed aprire la strada ai nostri fanti”. Manterrà la promessa.

 Per il valore dimostrato Nasetta fu insignito della M.A.V.M., con la seguente motivazione: “Nasetta Beppino di Giacomo e di Bertaina Lidia, da Cuneo, sottotenente III settore G.a.F. (Alla memoria) – Preposto alla vigilanza di un tratto vitale della frontiera, conscio della importanza del compito, preparava i dipendenti al cimento con volontà perseverante e indefettibile fervore, infondendo in essi la sua stessa fede, il suo entusiasmo. Al proprio comandante prometteva di mantenere la posizione a costo della vita. Saputo che un suo nucleo era stato attaccato da forze preponderanti, accorreva prontamente. Sostituitosi a un mitragliere ferito, perseverare impavido nella lotta, finché, investito dal fuoco nemico, cadeva sul luogo stesso ove aveva espresso il suo eroico proponimento, consacrando così, con il sacrificio della sua giovane vita la sua promessa. – Colle della Maddalena, 13 giugno 1940”.

 In quel giorno, tutto il fronte di guerra stava ancora vivendo una situazione di relativa stasi, ma già dalla sera successiva alla morte di Beppino, italiani e francesi iniziarono a scontrarsi più incisivamente e Cima La Para fu nuovamente interessata da combattimenti.

Prima di continuare a parlare di Nasetta è giusto raccontare cosa successe nella zona del Colle della Maddalena nei giorni successivi alla morte del Nostro. In un primo tempo il luogo fu prevalentemente interessato da concentramenti di nostre truppe, come pure di artiglierie portate vicino al confine per supportare l’attacco, sempre più prossimo che, infatti, iniziò il 22 giugno. In tale data la Divisione Alpina “Cuneense” e il 2° Raggruppamento Alpini avanzarono allo scopo di occupare la comba di Maurin nell’alto Ubaye, calare su Saint Paul e occupare il Col de Vars. Era iniziata la cosiddetta “Operazione M” (Maddalena). L’azione degli alpini aveva lo scopo di fiancheggiare quella principale, affidata alle divisioni “Forlì” e “Acqui”, sulla direttrice Colle della Maddalena – Larche – Meyronnes, nella Valle dell’Ubayette, che prese il via il 23 giugno. In seguito, alpini e fanti, una volta riunitisi, dovevano proseguire insieme per occupare Jausiers e la conca di Barcellonette. L’offensiva, però, fu rallentata: dal forte maltempo, caratterizzato anche da inusuali, vista la stagione, nevicate (furono moltissimi i congelati); dal terreno impervio; dalla precisione del tiro delle batterie francesi, su tutte quella della Roche de la Croix, che ebbero pieno agio nel tirare poiché, sempre a causa delle intemperie, le artiglierie italiane non avevano potuto raggiungere posizioni adeguate per controbattere.

 Anche sulla restante linea di confine con la Francia gli italiani incontrarono serie difficoltà nello sfondare, subendo la solida difesa francese. La “Maginot delle Alpi” si dimostrò ostica da aggirare. Tale impasse fu risolta dal collasso istituzionale e militare della Francia, costretta a chiedere l’armistizio alla Germania e all’Italia, che entrò in vigore all'1:35 del 25 giugno 1940.

La Battaglia delle Alpi Occidentali costò agli italiani: 631 morti (59 ufficiali); 616 dispersi; 2.631 tra feriti e congelati; 1.141 prigionieri, però ben presto restituiti.

 LA QUESTIONE DELLA MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE NEGATA

 Nel dopoguerra si sviluppò una corrente di pensiero, che prosegue ancora oggi, secondo la quale Beppino Nasetta era stato defraudato della Medaglia d’Oro al Valor Militare (NOTA 5). Se non il primo, uno dei primi articoli in cui la questione venne affrontata, fu pubblicato su “La Guida”, giornale d’ispirazione cattolica di Cuneo e Provincia, il 22 luglio 1960, nel ventennale del sacrificio della giovane vita. Infatti, dopo una ricchissima descrizione delle virtù religiose di Beppino, così fu scritto: “Venne proposto per la medaglia d’oro al valor militare, ma la rabbia fascista, che lo aveva colpito in pace, non venne meno neanche durante la guerra, infierendo perfino sulla sua memoria, resa tanto più degna dall’eroismo e dal sacrificio”.

 Sullo stesso giornale, nel cinquantennale del sacrificio (7 settembre 1990), Nasetta fu nuovamente ricordato. Anche se l’argomento medaglia d’oro non venne toccato, l’articolo certamente smosse la sensibilità di qualcuno. Solo così si può spiegare l’interrogazione, dell’anno successivo, presentata dall’Onorevole Raffaele Costa, mirante a ottenere per Nasetta per l’appunto la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Interrogazione così formulata: “Al Presidente del Consiglio dei ministri ed al Ministro della difesa – Per conoscere quali siano le loro valutazioni e quali iniziative intendano assumere in relazione ai numerosi appelli rivolti al Ministero da più parti, intesi ad ottenere la riapertura del caso relativo al sottotenente Giuseppe Nasetta, primo caduto italiano durante la seconda guerra mondiale, morto ad Argentera (Cn) il 13 giugno 1940 nell’atto di difendere alcuni suoi soldati in prima linea, al quale venne negato il conferimento della medaglia d’oro alla memoria perché “assolutamente privo di fede fascista “ come cita la motivazione agli atti, depositati presso l’Istituto storico della resistenza, e a cui venne pertanto attribuita la medaglia d’argento; se non ritengano, trattandosi di un’evidente discriminazione politica e di una grave ingiustizia perpetrata nei confronti dell’ufficiale cuneese, di disporre l’immediata riapertura del caso e di assegnare il massimo riconoscimento alla sua memoria”.

 E’ il caso di notare come l’Onorevole Costa, a sostegno della sua richiesta, sostenne che: 1) la Medaglia d’Oro non era stata assegnata per l’“assoluta assenza di fede fascista” di Nasetta citando, seppur non alla lettera, quanto scritto, e già sopra riportato, dalla “Sentinella d’Italia” del 20/21 febbraio 1939; 2) presso l’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo esisteva documentazione comprovante l’“evidente discriminazione”.

 La replica del Ministro della Difesa del tempo, Virginio Rognoni, fu la seguente: ”Agli atti esiste una proposta di concessione di decorazione al valor militare al sottotenente Nasetta Beppino, sulla quale i superiori gerarchici così a suo tempo si espressero. La commissione militare consultiva unica per la concessione e la perdita di decorazioni al valor militare, nella seduta del 4 settembre 1940, propose all’unanimità la concessione della medaglia d’argento e in tal senso fu provveduto. Non sono stati rinvenuti documenti né annotazioni riguardanti la valutazione alla quale fa riferimento l’interrogante. Non risultano inoltrati i numerosi appelli citati per la revisione del caso, ma solo una richiesta del signor Antonio Rima, alla quale fu data risposta. Non si vede la possibilità di riaprire il caso”.

 Al fine di dirimere la questione, pur tenendo in alta considerazione la replica ministeriale, è stato interpellato l’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo. Il succo della competente e cortese risposta è stato che, presso di esso, non è presente documentazione ufficiale (relazioni preparatorie, note ufficiali degli incaricati, ecc.) relativa alla concessione della decorazione al VM al Nasetta, ma esiste solamente il Foglio d’Ordini del P.N.F. riportante la notizie e la motivazione della concessione.

 Sorge il dubbio che per “documentazione agli atti” dell’Istituto, l’Onorevole Costa intendesse proprio l’articolo pubblicato nel 1939 dalla “Sentinella d’Italia”. A questo punto, si ha pieno motivo di ritenere che le risposte dell’Istituto della Resistenza e di Rognoni formino il “combinato disposto” in grado di mettere una pietra sopra alla questione dell’iniquità patita da Beppino, che pertanto ora possiamo, una volta per tutte, bocciare.

 Si ritiene che per Nasetta ciò sia un bene, perché la dissoluzione delle nebbie complottistiche riporta in piena luce la sua autorevole figura di giovane ufficiale, primo militare italiano a cadere nella Battaglia delle Alpi Occidentali, che seppe assumersi le responsabilità dovute al grado e all’incarico affidatogli, consapevole dei pericoli cui andava incontro. Quindi, pienamente meritevole della M.A.V.M. e del rispetto ancora oggi tributatogli dall’Italia e dalla sua Cuneo, che gli ha dedicato una via e il plesso scolastico di Madonna delle Grazie, proprio ove egli nacque. Senza dimenticare l’ammirazione dei suoi superiori del tempo. Infatti, il Colonnello Arnaldo Azzi, Comandante del III Settore di Copertura inviava ai reparti dipendenti, la sera del 13 giugno, il seguente ordine del giorno: “stamane a Cima la Para è caduto valorosamente combattendo in difesa della Patria il Sottotenente del settore Beppino Nasetta con anima addolorato ma con sentimento di virile fierezza salutiamo la salma del nostro Glorioso caduto”. Addirittura, era il 1941, primo anniversario della morte, a Cima La Para fu inaugurato un cippo alla memoria, eretto dai commilitoni, ancor oggi esistente grazie a una serie di opportuni restauri.

 

(NOTA 1) La Guardia alla Frontiera (G.a.F.) fu istituita il 4 dicembre 1934. Era formata da reparti di Fanteria, Artiglieria, Genio e servizi. L’ufficializzazione di questo “speciale corpo del Regio Esercito” avvenne con Regio Decreto Legge n. 833 del 28 aprile 1937, convertito in legge (n. 2540) il successivo 23 dicembre. Secondo tale atto, la Guardia alla Frontiera era ordinata in Settori di Copertura (tratti ben definiti della fascia di frontiera con funzione tattica unitaria), retti da generali di Brigata o Colonnelli. Ciascun settore comprendeva un numero vario d’unità minori e di massima aveva un deposito territoriale. Gli ufficiali e i sottufficiali assegnati ad essa, erano compresi negli organici delle varie armi, esclusa quella dei Carabinieri Reali. Il suo compito era quello di proteggere i confini con le nazioni limitrofe, presidiando il sistema di fortificazioni del Vallo Alpino, formato da strutture difensive di varia specie e consistenza (opere) nelle quali erano dislocati militari e armi. Con Foglio d’Ordini n. 121 del 29 aprile 1940, i militari della Guardia alla Frontiera adottarono “il cappello alpino con nappina laterale senza penna. La nappina sarà senza numero, con parte centrale di colore verde e con striscia periferica del colore dell’Arma (scarlatta per la fanteria, giallo arancio per l’artiglieria, cremisi carico per il genio). Dalla distribuzione del cappello alpino sono esclusi i militari della G.a.F. della Libia, che conservano l’elmetto coloniale”. La mancanza della penna nera sul cappello provocò la scherzosa canzonatura degli Alpini, che soprannominarono la G.a.F. “la vidoa” (la vedova). Ovviamente, il fregio sul cappello era quello dell’Arma cui il militare apparteneva quindi: Fanteria, oppure Artiglieria oppure Genio. Nel suo tondino andava aggraffato il numero, romano, del Settore di Copertura. Le mostrine erano verdi a una punta: senza bordo per la Fanteria; con bordo giallo per l’Artiglieria; con bordo amaranto per il Genio.

 

(NOTA 2) Il III Settore di Copertura trae le sue origini dall’insediamento, il 27 settembre 1934, in Sambuco, di un piccolo distaccamento del 33° Reggimento Fanteria. Detto Settore entrò in guerra alle dipendenze del II Corpo d’Armata (Comandante: Gen. Francesco Bertini), che a sua volta faceva parte della I Armata (Comandante: Gen. Pietro Pintor). Quest’ultima, insieme alla IV, costituiva il “Gruppo Armate Ovest”, appositamente creato per la campagna contro la Francia.

 

(NOTA 3) Roland Costa de Beauregard (1913–2002), dall'inverno 1939 al giugno 1940, come Lieutnant, comandò il S.E.S. dell’83° Bataillon Alpin de Forteresse (B.A.F.) di stanza a Larche. Dal 22 al 24 giugno 1940 respinse gli attacchi italiani al Col de Mallemort, nell'Alta Ubaye, rompendo anche l'accerchiamento della batteria di Viraysse. Ciò gli valse una “citation à l’ordre de l’Armée” e la Legion d’Honneur. Fu personaggio di spicco della Forces Françaises de l'Intérieur (F.F.I.) nella lotta contro i tedeschi. Promosso Generale di Brigata nel 1965 concluse la sua carriera come Generale di Corpo d'Armata.

 

(NOTA 4) Nucleo Armi Supplementari (N.A.S.) – Unità di fuoco, generalmente della Guardia alla Frontiera ma non solo, in aggiunta alle armi già poste nei centri di fuoco della sistemazione di copertura. Poteva essere amata con mitragliatrici, mortai, cannoni di accompagnamento posti allo scoperto o impostazioni già predisposte.

 

(NOTA 5) Ancora nel 2019, sul numero 3 (Settembre - Dicembre) di “Genova Alpina” è comparso un articolo dall’eloquente titolo: Beppino Nasetta. Una medaglia d’oro negata (Giugno 1940).

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 Ascoli Massimo, La Guardia alla Frontiera, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, 2003.

 Bagnaschino Davide, Il Vallo Alpino. Le armi. Gli armamenti utilizzati nelle opere del Vallo Alpino e relative corazzature, Ventimiglia, Associazione per lo Studio del Vallo Alpino Littorio, 1994 (?).

 Bernasconi Alessandro – Collavo Daniela, Dei sacri confini guardia sicura. La Guardia alla Frontiera 1934–1943, Trento, Temi, 2002.

 Cerutti Giovanni, Storia, cronaca e arte nel CIMITERO URBANO e nel CIMITERO ISRAELITICO di Cuneo, Cuneo, Stamperia Comunale, 2016.

 Corino Pier Giorgio, Valle Stura fortificata, Borgone di Susa, Melli, 1997.

 Figara Aroldo, Elementi per una storia della Guardia alla Frontiera G.a.F., Livorno, Tipografia Stella del Mare, 1990.

Gallinari Vincenzo, Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi Occidentali, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, 1981.

 Gariglio Dario, Popolo italiano! Corri alle armi. 10-25 giugno 1940. L'attacco alla Francia, Torino, Blu, 2013.

 Guardia alla Frontiera, III° Settore di Copertura. Cenni storici, Borgo San Dalmazzo, Istituto Grafico Bertello, 1942.

Rochat Giorgio, La campagne italienne de juin 1940 dans les Alpes occidentales, in Revue historique des armées, Vol. 250, 2008, pagg. 77–84.