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lunedì 25 novembre 2019

ARMIR Fronte Russo Operazione Piccolo Saturno 20 novembre 21 dicembre 1942 Origini del Conflitto

I BELLIGERANTI ORIGINI DEL CONFLITTO  

Lo studio delle origini nel caso del conflitto[3] scatenato nel giugno 1941 da Hitler nei confronti dell’Unione Sovietica e nel bel mezzo della guerra contro la Gran Bretagna, non può essere affrontato facendo unicamente ricorso ai normali parametri storici al fine di individuarne gli antefatti e le cause sia reali che apparenti. Nel caso, si tratta di una guerra che affonda le sue motivazioni, e quindi il proprio antefatto, in un profondo ed insanabile conflitto ideologico tra i totalitarismi del XX secolo e che trova una causa reale remota in aspetti peculiari della ideologia hitleriana ed una causa prossima in questioni di natura economica e più precisamente in ragioni di economia di guerra. Non sono rivedibili, nella circostanza, cause apparenti che abbiano costituito, ancorché in retrospettiva, una sorta di movente immediato e rinvenibile in circostanze solitamente portate a  cause giustificative come possono esserlo incidenti diplomatici o di frontiera, od anche la “liberazione” di terre o popoli.  Ci troviamo davanti ad una guerra “ideologica” che in quanto tale si giustifica da sé senza fare ricorso a motivazioni tradizionali.
L’antefatto quindi, inteso come quell’insieme di avvenimenti che hanno influito su di un popolo e su uno Stato è individuabile nella formulazione di una “Weltanschauung”  nazista contenuta nel libro programmatico di Hitler. Nel “Mein Kampf”, ancorché disordinato ed insufficiente, si trova l’intero edificio ideologico nazista tale che “ciò che Hitler davvero voleva, in effetti si trova nel libro, anche i contemporanei non lo rinvennero.”[4], anche se si trattava di una ideologia “…incapace di dare formazione vuoi a una nuova idea, vuoi a una nuova visione della felicità sociale, me che risultava essere piuttosto una arbitraria compilazione di numerose teorie che, a partire dalla metà del XIX secolo, costituivano il diffuso patrimonio di una volgarizzazione scientifica celatamente nazionalista”4. In questo ambito si inserisce il discorso dello “spazio vitale”, o per meglio dire dello “spazio senza popolo” ad est dove un grande spazio era disponibile per il popolo tedesco. Uno spazio vitale non come necessità di risorse per la sopravvivenza del popolo ma come base di partenza per la conquista del mondo perché si era ormai ad una svolta storica mondiale e la sopravvivenza sarebbe stata di quella nazione che si fosse assicurata il predominio terrestre tale da renderla  indipendente e svincolata da restrizioni ed alleanze. Proprio in questa visione in cui la storia avanzava a passi rapidi risiede tra l’altro la causa remota di una aggressione lanciata nel bel mezzo di un conflitto di logoramento con la Gran Bretagna. Infatti per Hitler si trattava di una “..disperata gara contro il tempo, contro il corso della storia, e Hitler era incessantemente tormentato dalla preoccupazione che la Germania giungesse troppo tardi alla suddivisone del Mondo”
La causa reale prossima dell’attacco all’Unione Sovietica è rinvenibile in motivazioni legate strettamente all’economia di guerra. La Germania, con tutti i territori occupati, non riusciva a mantenere il confronto con le abbondanti risorse di materie prime di cui disponeva la Gran Bretagna aiutata dagli Stati Uniti. In particolare la sofferenza riguardava il settore energetico, base della industria moderna. Nel periodo 1940-1943 la Germania importava circa 1,5 milioni di tonnellate in massima parte dalla Romania, che si aggiungevano a circa 4 milioni di tonnellate di carburante sintetico prodotto a costi altissimi e che alla fine del 1943 giunse alla cifra di 6,5 milioni di tonnellate. Nel contempo la Gran Bretagna produceva circa 1 milione di tonnellate di carburante sintetico ma di contro riusciva ad importare carburante anche nel corso della guerra sottomarina del 1942 per circa 10,2 milioni di tonnellate. Nel 1944 la importazioni giunsero a 20 milioni di tonnellate. Le scorte tedesche arrivavano nel 1941 a circa 2 milioni di tonnellate di petrolio “A Londra suonavano dei campanelli di allarme tutte le volte che le scorte scendevano sotto i 7 milioni di tonnellate”. [5]
L’Europa nazista non costituiva di certo un “lebensraum” autosufficiente. La Germania dipendeva in termini di materie prime ed energia dall’Unione Sovietica e si trovava coinvolta in una guerra di logoramento contro la Gran Bretagna che non poteva sostenere nel lungo periodo.
E solo in Ucraina vi era abbastanza grano per il popolo tedesco, solo un Unione Sovietica vi erano abbastanza materie prime per sostenere lo sforzo bellico, e solo nel Caucaso vi era petrolio in grado di soddisfare alle esigenze dell’Europa nazista. Unicamente accedendo a queste risorse in breve tempo la Germania poteva continuare a sostenere un prolungato conflitto. La questione è in effetti di importanza centrale. Nell’immediato l’Unione Sovietica aveva tutto l’interesse a mantenere in relativa calma il proprio confine che ora, dopo la spartizione della Polonia era comune con la Germania, e di contro anche la Germania aveva libero accesso ad una grande quantità di risorse sovietiche in ragione di quanto stabilito dal patto di non aggressione. Ma il tempo, ecco di nuovo il fattore tempo, giocava a sfavore della Germania.  “Nel lungo termine, un alleanza vera e propria avrebbe comportato una inaccettabile dipendenza della Germania dai sovietici.” Tale era la dipendenza che ormai legava la Germania all’Unione Sovietica che lo stesso Goring ordinò la priorità nella fornitura ai sovietici di macchine utensili tedesche su quelle desinate alla Wehrmacht. In questa situazione Hitler era altresì persuaso che la conquista dell’Unione Sovietica fosse la mossa che gli avrebbe assicurato la vittoria definitiva. Questo concetto fu ribadito da Hitler stesso nel corso di un incontro con i vertici militari al Berghof il 31 luglio 1940. Nell’occasione il cancelliere tedesco chiarì che per mettere in ginocchio la Gran Bretagna occorreva estromettere la Russia su cui riponeva speranza, ma che comunque sia “… il pieno controllo del continente eurasiatico avrebbe quantomeno assicurato alla Germania le risorse di cui aveva bisogno per un vero e proprio confronto transatlantico”.
In ultima analisi si può affermare che nel caso di cui trattasi hanno trovato una sintesi comune antefatti di ordine ideologico con una specifica e reale causa prima quale quella della disponibilità di risorse per un Paese in guerra totale. La Germania era infatti consapevole che l’Europa nazista non gli assicurava una supremazia economica nei confronti dell’Impero inglese e degli Stati Uniti che lo supportavano. Questa fragilità economica non solo avrebbe minato alla fondamenta ogni tentativo di consolidare le conquiste occidentali ma avrebbe altresì comportato una progressiva sudditanza nei confronti dell’Unione Sovietica. Di fronte a queste alternative, confortata da una ideologia che vedeva nello scontro titanico contro il bolscevismo il destino nazista, e forti di un esercito che aveva dato dimostrazione di una capacità di ottenere vittorie veloci e definitive, va letto l’attacco sferrato di sorpresa contro l’Unione Sovietica, ineluttabile conseguenza di quel tragico meccanismo che una volta messo in moto non si arresterà che con l’annientamento totale della Germania.
( a cura di Massimo Coltrinari)



[1] Tratti dalla Direttiva “Principi dottrinali sovietici per l’azione offensiva” distribuita nel maggio 1942 al Comando del Fronte Ovest.
[2] Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, “LA STORIA DELLA DOTTRINA E DEGLI ORDINAMENTI DELL’ESERCITO ITALIANO” Vol. II, Tomo 2°, La 2Guerra Mondiale, (1940 – 1943), Filippo Stefani, Roma 1985, pag.412.  
[3] Vds. All. “B” e “C”).
[4] “Hitler una biografia” di Joachim Fest. Garzanti 2005.
[5] “Il prezzo dello sterminio. Ascesa e caduta dell’economia nazista” Adam Tooze, Garzanti 2008.

mercoledì 20 novembre 2019

ARMIR Fronte Russo Operazione Piccolo Saturno 20 novembre -21 dicembre 1042

I BELLIGERANTI LE ORIGINI DEL CONFLITTO 5

La dottrina sovietica  considerava la battaglia difensiva solo come una forma di combattimento a cui si poteva ricorrere per economizzare forze a favore di operazioni offensive su un altro settore del fronte e per guadagnare tempo al fine di concentrare le forze necessarie all’offensiva. In ogni caso, la dottrina prescriveva di passare, appena possibile, alla controffensiva.
Erano previste due forme di difesa:
-     rigida, col fine di mantenere terreno con una tenace resistenza accompagnata sempre da contrattacchi;
-     mobile, col fine di guadagnare tempo, indebolire il nemico, preservare le proprie forze anche perdendo terreno.
Le riserve previste dalla dottrina erano di tre tipi:
-     strategiche, nelle mani del Comando Supremo, dei Comandi di Gruppo di Armata e di Armata;
-     operative, a disposizione dei Comandi di Corpo d’Armata;
-     tattiche, per i Comandi di Divisione e unità minori.
Le condizioni necessarie[1]affinché un attacco fosse possibile erano considerate le seguenti:
-     accurata ricognizione della difesa nemica;
-     accurata preparazione dei reparti;
-     coordinazione fra le Armi;
-     continuità nell’azione di comando;
-     continuità del flusso logistico.
La preparazione si articolava nelle seguenti attività:
-     scelta della direttrice principale;
-     concentrazione di forze e mezzi in corrispondenza di essa;
-     trasferimento delle truppe sulle basi di partenza, al coperto dell’osservazione avversaria al fine di perseguire la sorpresa.
Per tutta la durata della fase andava curata la cooperazione tra fanteria, artiglieria, carri, aviazione e reparti speciali; inoltre andavano pianificati il fuoco di artiglieria e il sistema di fuoco della fanteria in modo continuo e massiccio; infine, doveva essere organizzata attentamente la difesa c/a e c/c.
Il successo dell’azione dell’artiglieria era possibile se la fanteria e i carri attaccavano a loro volta insieme all’artiglieria.
Siccome si presupponeva che i contrattacchi del nemico fossero appoggiati da carri armati, bisognava dotare i dispositivi in attacco su una consistente aliquota di mezzi c/c; inoltre, si riteneva che in conseguenza dell’attacco, il nemico avrebbe impiegato la sua aviazione e quindi bisognava organizzare attentamente la difesa c/a.
L’attacco si svolgeva con i primi scaglioni che dovevano essere distaccati dei gruppi di ricognizione, col compito di infiltrarsi all’interno delle difese nemiche al fine di raccogliere informazioni sul sistema difensivo in profondità del nemico.
Sui fianchi scoperti dovevano essere distaccate delle pattuglie di ricognizione, col compito di individuare l’afflusso delle riserve nemiche.
L’artiglieria e gli aerei da ricognizione dovevano controllare continuamente il campo di battaglia, monitorando lo spostamento di mezzi di fuoco, artiglierie, carri e afflusso delle riserve nemiche.
Alla base del successo dell’attacco vi era la sorpresa.
Per quanto riguarda l’impiego della fanteria, in caso di fortificazioni permanenti presenti nella difesa nemica, era previsto l’impiego di 1-2 squadre d’assalto per ogni battaglione fucilieri attaccante in primo scaglione.
La fanteria doveva impiegare il fuoco a massa diretto sui centri di fuoco pericolosi per i successivi movimenti, nonostante l’impiego coordinato e massiccio dell’artiglieria.
I carri armati venivano impiegati in massa ed in stretto coordinamento con la fanteria. A premessa dell’attacco con i carri era necessaria la ricognizione degli itinerari adducenti al margine anteriore e il controllo che non vi fossero ostacoli c/c; nella ricognizione del terreno e della percorribilità andavano impiegati carri leggeri T-60 e T-26; per la ricognizione in profondità mirata al controllo della presenza di artiglieria c/c nemica, dovevano essere impiegati carri T-34 e KV.
L’attacco corazzato doveva essere improvviso e massiccio. I carri andavano utilizzati sulla direttrice principale. Prima dell’avvio dell’attacco, doveva essere neutralizzata la difesa c/c del nemico.
L’attacco carrista doveva essere accompagnato in tutta la sua profondità dall’aviazione e dall’artiglieria.
Il dispositivo dei carri in attacco era scaglionato in profondità nel modo seguente:
-     primo scaglione, costituito da carri pesanti, il cui compito principale era di neutralizzare la difesa c/c rimasta e di sconvolgere il sistema di fuoco nemico;
-     secondo scaglione, costituito da carri medi, il cui compito era di attaccare direttamente dietro il primo scaglione, di completare la neutralizzazione e l’annientamento della difesa c/c e di eliminare i centri di fuoco e la fanteria nemica;
-     terzo scaglione, costituito da carri leggeri, che seguiva il secondo scaglione e aveva dietro di sé la fanteria, proseguendo l’azione di neutralizzazione ed annientamento;
-     riserva corazzata, nelle mani del comandante che organizzava l’attacco sulla direttrice principale.
Il primo scaglione di carri attaccava il margine anteriore quando la fanteria era pronta per l’attacco, mentre l’artiglieria trasportava per l’ultima volta il fuoco dal margine anteriore sulle difese più arretrate. Nel caso in cui il margine anteriore si trovasse a tergo di ostacoli c/c insormontabili e grandi ostacoli naturali, i carri avrebbero attaccato dopo che la fanteria, in cooperazione con l’artiglieria e l’aviazione, avesse forzato il margine anteriore permettendo ai carri il superamento dell’ostacolo c/c.
L’artiglieria, dopo la neutralizzazione degli obiettivi sul margine anteriore e sulle posizioni subito retrostanti, su segnale del comandante di divisione effettuava alcuni falsi trasporti di tiro verso il tergo. Al momento dell’ultimo ritorno di fuoco dal tergo sul margine anteriore il primo scaglione carri iniziava il movimento dalle posizioni di partenza.
Il definitivo allungamento del tiro doveva coincidere con il raggiungimento del margine anteriore da parte del primo scaglione carri.
Il secondo scaglione carri oltrepassava i dispositivi d’attacco dei battaglioni di fanteria retrostanti. La fanteria cominciava il movimento per l’attacco dietro il secondo scaglione carri.
Il terzo scaglione carri superava la fanteria davanti al margine anteriore della difesa nemica.
I primi scaglioni dei reggimenti fucilieri, senza sostare sul margine anteriore, continuavano il movimento in avanti mentre i secondi scaglioni dovevano muoversi verso il margine anteriore: questi entravano in combattimento solo nel caso di esaurimento dell’azione degli scaglioni antistanti, di irrigidimento della resistenza del nemico e per lo sfruttamento del successo sui fianchi, infine per sgominare il contrattacco nemico.
La dottrina sovietica prevedeva che il nemico organizzasse il contrattacco in conseguenza dei primi successi delle truppe attaccanti e per tale motivo considerava decisivo il consolidamento del successo da ottenere attraverso un’organizzazione difensiva sugli obiettivi conquistati.
Non appena la ricognizione avesse accertato la minaccia di contrattacco, l’artiglieria e i mortai avrebbero effettuato massicci interventi di fuoco sulle truppe contrattaccanti. I genieri avrebbero creato ostacoli a/u e c/c. La fanteria, incaricata di respingere il contrattacco, avrebbe occupato la posizione più vicina e favorevole e sarebbe intervenuta con il fuoco a massa di tutte le armi.
Si privilegiava il fuoco concentrato, attraverso l’impiego di lanciarazzi multipli.
Se quella Russa era come delineato una dottrina di tipo offensivo, i criteri per l’azione difensiva, oggetto della dottrina italiana nel periodo considerato, prevedevano un’azione elastica e manovrata. Il ricorso all’azione difensiva, che presupponeva inferiorità di forza, era considerato un mezzo per economizzare le forze a favore dell’offensiva per “sbarrare il passo al nemico mantenendo il possesso del terreno necessaria ed utile ai fini complessivi delle operazioni, per guadagnare tempo, onde superare una crisi e consentire la ripresa delle offensiva. La manovra difensiva doveva essere in grado di assestare l’attacco nemico per il tempo necessario ed indispensabile ad effettuare la manovra ed il contrattacco, il mantenimento di un complesso di forze scaglionate in profondità pronte a parare e reagire”.
L’organizzazione, dalla fronte alle retrovie, comprendeva elementi di osservazione e sicurezza, schierati in “zona di sicurezza”, davanti alla linea dei capisaldi a distanza tale da essere protetti e con il compito di evitare la sorpresa e logorare il nemico.
I capisaldi presidiati da unità organiche dovevano resistere ad oltranza. Dietro i capi saldi si trovava una scacchiera di centri di fuoco distribuiti in profondità ed aventi lo scopo di logorare il nemico convogliato fra i capi saldi e per appoggiare il contrattacco.
Il fuoco doveva essere contemporaneamente impiegato alla distanze ottimali.
Le artiglierie erano scaglionate in profondità per sorprendere il nemico e colpirlo nelle basi di partenza, appoggiare il contrattacco e colpire prioritariamente la fanteria nemica.
Rincalzi e riserve dovevano immediatamente contrattaccare ogni penetrazione nemica.
Doveva, infine, essere organizzata un’ulteriore posizione difensiva arretrata tale da far presidiare agli scaglioni arretrati.
La divisione era la pedina fondamentale, era la grande unità organica pluriarma inscindibile ed unitaria, capace di svolgere da sola uno o più atti del combattimento. Già prima e durante la guerra 1914-’18, la formazione meglio rispondente a tale concetto d’impiego era stata giudicata dai maggiori eserciti europei la ternaria (3 reggimenti di fanteria, 1 reggimento di artiglieria), mentre l’esercito italiano aveva conservato sempre la formazione quaternaria (1) (4 reggimenti di fanteria, 1 reggimento di artiglieria) e solo nel 1926 –anche se nell’ordinamento Diaz del 1923 era insito il compromesso della divisione quaternaria in pace e ternaria in guerra – lo Stato Maggiore dell’esercito optò per la formazione ternaria in pace ed in guerra migliorando anche il rapporto tra fanteria (9 battaglioni) ed artiglieria (4 gruppi su 12 batterie in totale).
Lo schieramento poteva essere suddiviso fra 2/3 scaglioni nel senso della profondità in cui operavano i Battaglioni.
In difensiva le divisioni, non impegnate in prima schiera, fanno parte della riserva di armata che può assegnarle ai Corpi d’Armata o impiegarle direttamente. Il Corpo d’Armata è, di norma, costituito da 3 divisioni.
Tutta la dottrina ha la grossa pecca di non sviluppare compiutamente l’impiego dei corazzati e dell’arma aerea. In particolare, gli aerei vengono citati per impieghi di ricognizione ed osservazione mentre i corazzati trovano spazio in alcune scarne e laconiche frasi, del tipo: “reparti celeri, carri veloci o d’assalto, lanciati contro elementi nemici che premono più da vicino, sono particolarmente adatti allo scopo”.[2]
La sostituzione della formazione ternaria con quella binaria, alla fine degli anni ’30, non trovò il benché minimo appiglio giustificativo nella dottrina tattica fin qui esaminata, anzi questo nuovo ordinamento indebolì notevolmente la capacità di combattimento di queste unità.
L’ampiezza della fronte divisionale in postura difensiva era, orientativamente, tra i 3 ed i 5 km che potevano essere aumentati fino a 10-14 in presenza di ostacoli difensivi, quali fiumi.
La manovra del Corpo d’Armata veniva considerata una serie di “colpi” di divisione, ciò, in realtà, con le divisioni binarie risultò un’ utopia. Con questi mezzi e queste dottrine si arriva infine a quello che sarà il secondo conflitto mondiale, accingiamoci dunque ad esaminare le ragioni che lo determinarono, pur sempre nei limiti della trattazione in oggetto.

domenica 10 novembre 2019

ARMIR Fronte Russo Operazione Piccolo Saturno 20 novembre 21 Dicembre 1942 I Belligeranti 4

I  BELLIGERANTI  E LE ORIGINi del conflitto 4

( posto già pubblicati in data 20, 24, 29 ottobre, e 5 novembre 2019)
Le popolazioni furono investite da una emissione continua di messaggi in cui era prevalente il tema dello scontro ideologico La partecipazione dell'Italia nella campagna di Russia riveste un ruolo di rilievo per il carattere di guerra ideologica. Mussolini insistette presso i tedeschi per inviare un corpo di spedizione in Russia, nonostante le loro riserve. Si trattò della ripresa della lotta contro il comunismo che aveva costituito la ragion d'essere della precedente presa del potere. Si volle legittimare la missione di fondare una nuova Europa "debolscevizzata" per ottenere la mobilitazione di tutti contro il pericolo rosso.
Di contro, da parte Russa, la propaganda sovietica riservata al fronte interno ripeteva incessantemente che l'Armata rossa era invincibile, che ogni eventuale invasione sarebbe stata bloccata alla frontiera e che la guerra sarebbe poi stata portata sul territorio dell'aggressore. Anche questo contribuì a far accettare con leggerezza l'idea di una vittoria automatica provocando negligenza e scarso realismo nelle attività addestrative.
Non possiamo quindi analizzare la situazione sul fronte russo senza far prima una rapida descrizione delle istituzioni militari dell’Unione Sovietica e dell’Italia all’alba del nuovo conflitto.
I sovietici suddividevano l’arte militare in 3 parti: la strategia, l’arte operativa e la tattica.
La strategia tratta lo studio della condotta della guerra sotto tutti gli aspetti (oltre a quello militare); l’arte operativa è relativa alla teoria e la pratica relative all’organizzazione e condotta di operazioni di un Fronte (gruppo di armate) o di una Armata; la tattica riguarda il combattimento.
Il principio generale che regola la condotta della guerra secondo i sovietici è che essa richiede la mobilitazione di tutte le risorse materiali e morali della Nazione e che quindi, in tal senso, essa richiede la direzione da parte del potere politico.
Il combattimento offensivo è l’aspetto fondamentale delle operazioni sovietiche e si prefigge di sconfiggere il nemico con una offensiva travolgente lanciata con una superiorità di forze e di mezzi schiacciante, nella direzione principale e che prevede, alla fine un inseguimento al fine di conseguire l’annientamento totale del nemico.
L’arte operativa prevede che la condotta di operazioni avvenga per gruppi di Fronti che effettuano l’offensiva strategica. Durante la seconda guerra mondiale le più frequenti operazioni strategiche furono caratterizzate da azioni di accerchiamento di grosse aliquote di forze nemiche. L’accerchiamento era realizzato mediante sforzi esercitati secondo direttrici convergenti, mediante lo sfondamento contemporaneo del fronte e il successivo sviluppo degli sforzi in profondità ed a tergo dell’aliquota principale di forze nemiche; oppure con sforzi combinati, frontali e avvolgenti, al fine di sospingere le forze avversarie verso zone di difficile percorribilità o verso il mare.
Le operazioni offensive 1 si articolavano nella pianificazione e nella condotta vera e propria dell’offensiva:
-     la pianificazione, a cura degli Stati Maggiori, richiedeva normalmente un paio di mesi;
-     la riunione delle unità partecipanti all’attacco, aveva normalmente luogo 50-60 km a tergo delle basi di partenza; le unità partecipanti all’attacco venivano trasportate al fronte poco prima dell’inizio dell’operazione.
L’offensiva avveniva secondo le seguenti fasi:
-     preparazione, che durava da mezz’ora a sei ore; è caratterizzata da: “offensiva di artiglieria”, che accompagna tutte le fasi dell’operazione, spostando il tiro in aderenza all’avanzata della fanteria e dei carri;
-     “offensiva aerea”, in cui l’aviazione interveniva sugli obiettivi situati al di là della gittata dei cannoni e spostava la sua azione in avanti in aderenza all’avanzata del raggio d’azione dell’artiglieria;
-     assalto, effettuato dalla fanteria sempre in cooperazione con i carri; l’obiettivo era di concentrare il maggior numero di forze nella direzione ritenuta più valida, realizzando un urto di massa. In caso di tenuta del nemico le posizioni vengono aggirate a ondate successive sino a consolidare il successo della prima ondata;
-     consolidamento, con cui si respingevano i contrattacchi dell’avversario e si occupano i punti importanti di difesa, perseguendo l’annientamento sistematico dei resti del nemico;
-     sfruttamento del successo, con cui si l’azione offensiva su tutta la profondità dello schieramento avversario, che doveva essere sempre inseguito, accerchiato e distrutto.
Durante la seconda guerra mondiale l’ordine di combattimento è stato modificato: in particolare, fino al 1942 comprendeva un “gruppo d’urto” col compito di attaccare sull’asse principale e un “gruppo di fissaggio” impegnato su una direzione secondaria per distogliere forze nemiche dalla direttrice principale. Dal dicembre 1942, nella operazione “Piccolo Saturno” contro l’8^ Armata italiana, fu adottato un nuovo ordine di combattimento che prevedeva la concentrazione delle forze, della potenza di fuoco e degli altri mezzi bellici tutti nella direzione principale, con forze minime nelle direzioni secondarie.
La formazione di attacco era per scaglioni, a livello, al livello Corpo d’Armata e Armata: i primi scaglioni erano costituiti da Divisioni corazzate, secondi e terzi scaglioni da Divisioni motorizzate, appoggiate dall’artiglieria e dall’aviazione. Il settore di attacco di una Divisione di fanteria aveva normalmente un’ampiezza da 1,5 a 3 km e la dottrina prevedeva che l’attaccante disponesse di una forza da 4 a 6 volte superiore a quella del nemico.
(a cura di Massimo Coltrinari)
(prossimo post in data  15 Novembre 2019)

martedì 5 novembre 2019

ARMIR Fronte Russo Operazione Piccolo Saturno 20 novembre - 21 Dicembre 1942 I Belligeranti 3

IL BELLIGERANTI E L'ORIGINE DEL CONFLITTO III Parte
(post precedenti in data 20, 24 e 29 ottobre 2019)


L’11 febbraio 1929 furono firmati i Patti lateranensi, che stabilirono il mutuo riconoscimento tra il Regno d'Italia e lo Stato della Città del Vaticano. Tra fascismo e Chiesa ci fu sempre un rapporto ostico: Mussolini si era sempre dichiarato ateo ma sapeva benissimo che per governare in Italia non si poteva andare contro la Chiesa ed i cattolici. La Chiesa dal canto suo, pur non vedendo di buon occhio il fascismo, lo preferiva di gran lunga all'ideologia comunista. Con la ratifica del concordato la religione cattolica divenne la religione di Stato in Italia, fu istituito l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole e fu riconosciuta la sovranità e l'indipendenza della Santa Sede. All'inizio degli anni '30 la dittatura si era ormai stabilizzata ed era fondata su radici solide. I bambini, così come tutto il resto della popolazione, erano inquadrati in organizzazioni di partito, ogni opposizione era stroncata sul nascere, la stampa era profondamente asservita al fascismo. Fu in questo clima che vennero organizzate diverse imprese aeronautiche. Dopo le crociere di massa nel mediterraneo e la prima trasvolata dell'Atlantico meridionale (1931), nel 1933 vi fu la seconda e più famosa trasvolata dell'Atlantico settentrionale per commemorare il decennale dell'istituzione della Regia Aeronautica (28 marzo 1923).  Nel 1929 l'autarchia entrò anche nel linguaggio. Furono infatti bandite tutte le parole straniere da ogni comunicazione scritta ed orale. Conseguentemente vennero rinominate tutte le città con nome francofono dell'Italia nord-occidentale e con nome tedescofono dell'Italia nord-orientale. L'11 ottobre 1935 l'Italia  venne sanzionata per l’invasione dell’Etiopia. Le sanzioni, in vigore dal 18 novembre consistevano in:
-     embargo sulle armi e sulle munizioni;
-     divieto di dare prestiti o aprire crediti in Italia;
-     divieto di importare merci italiane;
-     divieto di esportare in Italia merci o materie prime indispensabili all'industria bellica.
Paradossalmente, nell'elenco delle merci sottoposte ad embargo mancano petrolio e di semilavorati. In realtà, fu soltanto la Gran Bretagna a osservare le regole imposte dalle sanzioni. La Germania hitleriana, così come gli Stati Uniti, furono i primi due paesi a schierarsi apertamente verso l'Italia, garantendo la possibilità di acquistare qualunque bene. La Russia rifornì di nafta l'esercito italiano per tutta la durata del conflitto, ed anche la Polonia si dimostrò piuttosto aperta. In questo periodo l'Italia tutta si strinse intorno a Mussolini. La Gran Bretagna venne etichettata col termine di perfida Albione, e le altre potenze furono etichettate come nemiche perché impedivano all'Italia il raggiungimento di un posto al sole. Ritornò in voga il patriottismo e la propaganda politica spinse affinché si consumassero solo prodotti italiani. Fu in pratica la nascita dell'autarchia, secondo la quale tutto doveva essere prodotto e consumato all'interno dello Stato. Tutto ciò che non poteva essere prodotto per mancanza di materie prime venne sostituito: il tè con il carcadè, il carbone con la lignite, la lana con il lanital (la lana di caseina), la benzina con il carburante nazionale (benzina con l'85% di alcool) mentre il caffè venne abolito perché «fa male» e sostituito con il "caffè" d'orzo. Il 18 luglio 1936 scoppiò in Spagna la guerra civile fra le sinistre del Fronte Popolare, al potere dalle elezioni del 1936, e la Falange, una forza ideologicamente paragonabile al fascismo che grazie all'appoggio della Chiesa cattolica spagnola, al contributo militare della Germania e dell'Italia portò il potere nelle mani di Francisco Franco. Allo scoppio delle ostilità oltre 60.000 volontari accorsero da 53 nazioni in aiuto dei repubblicani mentre Mussolini e Hitler fornirono in via ufficiosa l'appoggio alla Falange. In questo contesto non di rado italiani combattenti nelle due parti si scontrarono in una vera e propria lotta fratricida. Gli italiani accorsi a combattere per la Seconda Repubblica Spagnola erano fra i più numerosi (per nazionalità superati solo da tedeschi e francesi). Ciò che spinse Mussolini a lanciarsi in un'impresa senza alcun reale tornaconto fu probabilmente la possibilità di offrire agli italiani reduci dalla conquista dell'Etiopia un'altra avventura bellica. Il 14 luglio 1938 il fascismo scrisse una delle pagine più vergognose della storia d'Italia: in quel giorno infatti fu pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali il "Manifesto della razza"Dal 1938 in Europa si iniziò a respirare aria di guerra: Hitler aveva già annesso l'Austria e i Sudeti e con la successiva Conferenza di Monaco gli venne dato il lasciapassare per l'annessione di tutta la Cecoslovacchia, mentre Mussolini dopo l'Etiopia stava cercando nuove prede per non perdere il passo dell'alleato d'oltralpe. La vittima designata venne trovata nell'Albania. In due soli giorni (7-8 aprile 1939) con l'ausilio di 22.000 uomini e 140 carri armati Tirana fu conquistata. Il 22 maggio tra Germania e Italia venne firmato il Patto d'acciaio. Tale patto assumeva che la guerra fosse imminente e legava l'Italia in una alleanza stretta con la Germania. Alcuni membri del governo italiano si opposero, e lo stesso Galeazzo Ciano, firmatario per l'Italia, definì il patto una «vera e propria dinamite». L'entrata in guerra dell'Italia, fortemente voluta da Mussolini per non rimanere declassati dal rango di grande potenza, costerà al nostro paese distruzioni immani e centinaia di migliaia di morti, che solo per buona fortuna non sono stati molti di più.
Passando ora ad analizzare brevemente la situazione economica di quegli anni, notiamo che in Unione sovietica le politiche industriali di Stalin migliorarono ampiamente la qualità della vita per la maggioranza della popolazione, anche se il discusso numero di vittime provocate da tali politiche macchiano il risultato ottenuto. L'occupazione, ad esempio, crebbe notevolmente, 3,9 milioni era la cifra attesa per il 1923, ma la cifra fu in realtà un incredibile 6,4 milioni. Per il 1937, il numero crebbe ancora a circa 7,9 milioni e nel 1940 era di 8,3 milioni. Tra il 1926 e il 1930, la popolazione urbana aumentò di 30 milioni di unità. La disoccupazione era stata un problema durante il periodo degli Zar e anche sotto il NEP (Nuova Politica Economica), ma non fu un fattore principale dopo l'implementazione del programma di industrializzazione stalinista. La mobilitazione di risorse per industrializzare la società agricola creò il bisogno di forza lavoro, il che significò che la disoccupazione andò virtualmente a zero. Vennero iniziati diversi progetti ambiziosi, e questi fornirono materie prime, non solo per gli armamenti, ma anche per i beni di consumo. Le fabbriche di automobili di Mosca e Gorky producevano automobili che il pubblico poteva utilizzare, e l'espansione dell'industria pesante e della produzione di acciaio rese possibile costruire un grande numero di automobili. La produzione di camion e auto, ad esempio, raggiunse le 200.000 unità nel 1931. Poiché gli operai dell'industria necessitavano di educazione, il numero di scuole aumentò. Nel 1927, 7,9 milioni di studenti frequentavano 118.558 scuole. Questi numeri salirono a 9,7 milioni di studenti e 166.275 scuole per il 1933. In aggiunta, 900 dipartimenti specialistici e 566 istituzioni vennero costruiti ed erano funzionanti per il 1933. La popolazione sovietica beneficiò anche di un certo livello di liberalizzazione sociale. Le donne ricevevano un'educazione adeguata e paritetica, e avevano gli stessi diritti per l'impiego, accelerando il miglioramento delle condizioni di vita delle donne e delle famiglie. Lo sviluppo stalinista contribuì anche al progresso della sanità, che aumentò di molto le aspettative di vita per il tipico cittadino sovietico, e la sua qualità della vita. Le politiche di Stalin garantirono ai sovietici un accesso universale all'educazione e alla sanità, permettendo a questa generazione di essere la prima a non temere tifo, colera e malaria. Il numero di casi per queste malattie scese ai minimi storici, aumentando l'aspettativa di vita di decenni. Le donne sovietiche nel periodo di Stalin, furono anche la prima generazione di donne in grado di partorire con sicurezza negli ospedali, con accesso alle cure prenatali. L'educazione fu anch'essa un esempio di miglioramento della qualità della vita conseguente allo sviluppo economico. La generazione nata durante il governo di Stalin fu la prima quasi completamente alfabetizzata. Gli ingegneri venivano inviati all'estero per apprendere la tecnologia industriale, e centinaia di ingegneri stranieri vennero portati in Russia per lavorare a contratto. Anche i trasporti vennero migliorati, con la costruzione di molte nuove ferrovie. I lavoratori che eccedevano la loro quota di produzione, gli Stakhanovisti (stacanovisti), ricevevano molti incentivi per il loro lavoro. Potevano quindi permettersi di comprare beni che venivano prodotti in massa dall'economia sovietica in rapida espansione.
Alla vigilia della guerra l'Italia era, fra i paesi dell'area mediterranea, quello che aveva compiuto i maggiori progressi sulla via dell'industrializzazione. Ma si era trattato di un percorso tutt'altro che univoco e rettilineo. Se una parte della penisola, quella nord-occidentale, aveva portato a compimento (fin dai primi due decenni del secolo) il decollo industriale, il resto della penisola (salvo poche eccezioni) era rimasto legato a un'economia tradizionale, per lo più di sussistenza. E il processo di sviluppo si sarebbe interrotto, probabilmente in modo irreparabile, se lo Stato non fosse intervenuto, durante la grande crisi mondiale degli anni Trenta, a "salvare il salvabile". Ciò che fece assumendo attraverso l'Iri (l'Istituto per la ricostruzione industriale, fondato nel 1933), insieme ai debiti, la gestione e la proprietà delle tre principali banche e di numerose imprese altrimenti destinate al fallimento. Anche in altri paesi l'azione dei poteri pubblici si rivelò decisiva per scongiurare gli effetti piú devastanti della recessione. Ma da noi assunse dimensioni talmente ampie che l'Italia fascista giunse a collocarsi subito dopo la Russia comunista, per entità e grado di statalizzazione dell'economia. Nello stesso tempo, quel che rimase della "mano privata" andò concentrandosi in pochi gruppi oligopolistici, a capo di ognuno dei quali stava una singola dinastia familiare. Il sistema economico italiano finì così  per configurarsi come una sorta di centauro, con una parte del corpo costituita dallo "Stato banchiere e imprenditore" (sempre più vincolato dalle logiche di potere e dalle direttive politiche del regime); e l'altra parte composta da alcune grosse costellazioni d'interessi, che sembravano riprodurre le stesse prerogative degli antichi feudi signorili (in quanto potevano contare tanto su una robusta barriera di dazi protezionistici che sull'impiego della forza lavoro al minimo costo per l'assenza di una reale controparte sindacale).
Tutto ciò che abbiamo fino ad ora descritto può essere considerato in realtà come causa di quella che sarà la seconda guerra mondiale. Il mondo viveva una situazione di crisi determinatasi alla fine della prima guerra mondiale;il periodo a cavallo delle due guerre aveva già in se i germi della situazione che sfocerà nella guerra che fu ideologica prima che militare.
La seconda guerra mondiale fu combattuta anche attraverso la diffusione di cartoline e manifesti. I mezzi psicologici furono messi in campo come armi non meno importanti di quelle militari. ( a cura di Massimo Coltrinari)
(segue con post in data 10 novembre 2019