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giovedì 31 agosto 2023

Rivista QUADERNI

 

 

 

SOMMARIO

 “QUADERNI” DEL NASTRO AZZURRO”

Anno LXXXIV, Supplemento XXIX, 2023, n. 2,

28° della Rivista. Aprile – Giugno 2023

www.istitutodelnastroazzurro.org, www.cesvam.org

 

Editoriale del Presidente Carlo Maria Magnan

IL MONDO DA CUI VENIAMO: LA MEMORIA

 

APPROFONDIMENTI

Francesco Maria Atanasio, La presenza italiana in Estremo Oriente XIX e XX secolo: diplomazia

              e forze armate.

Giovanni Riccardo Baldelli, Il Valore Militare e la Divisione “Perugia”…

DIBATTITI

Sergio Pirolozzi,Giulio Douhet, il generale che conquistò il cielo.

Giorgio Madeddu, Quando gli iglesiensi persero la medaglia d’oro al Valore Militare e né ricevettero in cambio,

             quattro d’argento. Il fatto dei Ponti di Santa Caterina del 17 gennaio 1973

ARCHIVIO

Massimiliano Monti, Origine, Sviluppo ed Organizzazione delle SS in Germania.

MUSEI, ARCHIVI E BIBLIOTECHE

Valentina Trogu, L’urbicidio di Civitavecchia, racconto di una storia attualizzabile.

Giorgio Madeddu, Il Cimitero Militare Italiano dell’Asinara. Anno 1916. Necessità di un restauro per una

                               questione di dignità.

 

IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA’ DI OGGI

 

UNA FINESTRA SUL MONDO

Antonio Trogu, New Start. La Russia ne sospendete l’applicazione

GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE

Massimo Coltrinari, Lo Stato. Analisi parametrale. LO schema analitico degli scenari  Parte II

SCENARI, REGIONI QUADRANTI

Nicolò Paganelli,  Lo Stato. Analisi Parametrale. Il Messico

Posteditoriale

 

Segnalazioni Librarie. …

Autori. Hanno collaborato a questo numero.

Articoli di Prossima Pubblicazione.

 

                                     CESVAM NOTIZIE

I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno LXXXIII, VII, 2022, Luglio 2022, n. 78

I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno LXXXIII, VIII, 2022,  Agosto 2022, n. 79

I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno LXXXIII, IX, 2022, Settembre 2022, n. 80

“Quaderni” on line sono su: www.valoremilitare.blogspot.com

PER FINIRE

Massimo Coltrinari,  Il Valore Militare attraverso le Cartoline Militari ed oltre

 

INFO contatti e richieste a : segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org


domenica 20 agosto 2023

L'approccio della Germania nei confronti della guerriglia e della guerra per bande II Parte

 

L’approccio della Germania nei confronti della guerriglia

e della  guerra per bande

II Parte 

Massimo Coltrinari

(la prima parte è stata pubblicata il 20 luglio 2023 su questo blog)

 

L’approccio della Germania nei confronti della guerriglia ed alla guerra per bande

Se si vuole analizzare gli aspetti riaurdanti il secondo fronte, ovvero la guerra partigiana condotta nel Nord Italia, occorre fare una riflessione su come la Germania, e di conseguenza, i Nazisti, affrontarono e considerarono, soprattutto da un punto di vista dottrinale e concettuale, quello che nell’anteguerra si chiamaba “guerra per bande” o “guerriglia”, e che poi nel secondo dopoguerra assurse al nome di “movimenti di Resistenza”.[1]

E’ fondamentale questo passaggio per capire come mai i tedeschi in generale, ed i nazisti in particolare, si crearono così tanti nemici non in divisa, in tutti i paesi che occuparono e comprender eperchè non riuscirono, nonostante i vari governi collaborazionisti, a neutralizzare o ridurre al minimo i fenomeni di ribellione, fenomeni che sempre is manifestano quando di attua un regime di occupazione militare di territori di Stati militarmente sconfitti in battaglia o in guerra. E’ un aspetto che riserva molte sorprese ed è poco studiato.[2] Qui si può fare solo un accenno ai rapporti tra gli occupanti tedeschi, le popolazioni occupate, i movimenti di resistenza ed i collaborazionisti. Mentre, ad oltre 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, vi è una vasta podruzione scientifico-letteraria sugli eventi della guerra di liberazione, che hanno sudiato a fondo gli aspetti della lotta partigiana, lo sfruttamento, le atrocità, le violenze, i sopprusi che hanno punteggiato la occupazione sia nazista che giapponese, e le vicende connesse con l’attività parallela dei collaborazionisti, poco o nulla è stato approfondito 3 studiato su come era organizzata l’attività repressiva germanica, quale evoluzione ha avuto nel corso della guerra, anche frutto delle esperienze acquisite sul campo, quale funzione avessero al suo interno le violenze, le rappresaglie, le atrocità, che necessariamente non erano fine a se stesse, almeno in linea di principio.

E’ evidente che non può essere accettato il semplice fatto che i Tedeschi adottassero questi sistemi di violenza, ricorrendo ad ogni sorta di crudeltà verso le popolazioni occupate e sostanzialmente inermi, non solo in Italia ma in tutta Europa compresa la Russia perche “cattivi” o ubbedienti ciecamente ad un “pazzo”. Troppo semplicisticoe superficiale. I Tedeschi così rappresentati non possono essere “veri” ed il loro regime di occupazione sostanzialmente un brutto periodo da dimenticar ein fretta.

 Questa percezione è da respingere perché non è ipotizzabile pensare all’apparato poliziesco- repressivo germanico-nazista come semplicemente una formidabile macchina di violenza ed atrocità, a cui si contrappone in modo statico e, spesso nelle rievocazioni degli ultimi decenni, apologetico apparato partigiano, tutto virtù ed idealità, teso alla vittoria del bene sul male. Questo approccio sottovaluta e sottostima la capacità reattiva, di elaborazione dottrinale, di evoluzione dell’impiego delle forze, e, in sintesi, della capacità innovativa della lotta antipartigiana nazista. Perché se si accetta questo ne discende , in definitiva, che tutti i movimenti partigiani siano sottostimati e, in pratica, li si denigri nella sostanza, non riconoscendone i meriti.

E’ necessario, quindi, riproporre un quadro dinamico e e dialettico della azione condotta dai protagonisti della Guerra di Liberazione, soprattutto quelli che hanno dato vita al movimento partigiano, che noi consideriamo come Secondo Fronte. Questo anche al fine di sottolineare, ancora una volta, che il movimento partigiano non è stato condotto da una sola parte ma da tutte quelle componenti, politiche e non politiche della nostra società che non accettavano imposizioni, violenze e quant’altro i Tedeschi imponevano.

Ed ancor più per sottolineare con maggiore energia le varie categorie di lacerazioni che l’occupazione tedesca ha prodotto, e quale portata politico-sociale, economica, religiosa abbiano avuto i successi del movimento partigiano.

Questo approccio, di studiare l’azione tedesca in regime di occupazione, può aiutare ancor di più a comprendere come nella mentalità, nelle scelte, nella essenza della ideologia nazista, si può trovare la impossibilità di avere un qualsivoglia rapporto positivo ed ottimale con le popolazioni occupate. E, conseguentemente, trarre le conseguenze del caso in termini di adesione, di consenso e di aiuto da parte delle popolazioni al movimento di partigiano, al distacco e all’allantonamento dalle proposte germaniche e collaborazionistiche e, in termini più ampi, per alcuni di apologia, di rimpianto, e di negazionismo più o meno esteso.

 

Non vi è lo spazio per uno studio approfondito, ma alcuni cenni alla soluzione delle dottrine che hanno guidato l’attività germanica in tema di attività di controguerriglia exstraurbana può aiutare a comprendere alcuni capisaldi di quello che poi in sostanza è il comportamento del “nemico” quando si parla di Guerra di Liberazione.

Una rapidia presentazione dei principali documenti, così come sono stati presentati ed elaborati dauna ricerca edita dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito,[3] può dimostrare che la Germania affrontò il problema della Guerriglia già in fase di preparazione ad una guerra futura negli anni trenta. Si tratta di una esercitazione di polizia del maggio 1936[4], presentata sotto forma di un ordine di operazioni, in cui lo scenario ipotizzato è di guerra totale, in cui occorre contrastare un ipotetico nemico che opera nelle retrovie, in coordinazione con l’esercito regolare e l’aviazione strategica, tramite bande irregolari. Lo scopo della esercitazione è di eserciatre tutti i componenti la polizia ad affrontare queste bande irregolari superando, anche d’iniziativa, conflitti di competenza e situazioni di emergenza. Si deduce dal documento che l’azione is svolge su territori nazionale e che i possibili nemici erano la Polonia e la Cecoslovacchia e che le forze armate tedesche fossero sulla difensiva.[5] L’importanza di questa esercitazione sta nel fatto che già nel 1936 si voleva preparare i quadri di polizia a fronteggiare attacchi di irregolari nelle retrovie, in un quadro di guerra totale. Cardine fondamentale adottato l’impiego brutale e spietato della forza laddove le necessità lo richiedevano. Da questi elementi, ed altri che si possono scorgere nella esercitazione, emerge il fatto che non è accettabile la tesi che la spirale di violenze reciproche abbia portato la controguerriglia tedesca a livelli di crudeltà ed efferatezza che sono noti in tutta Europa. Secondo Politi “è stato un fattore che ha soltanto facilitato l’esprimersi di una attitudine mentale ricevuta in addestramento” [6]da cui è facile dedurre che è nella dottrina tedesca insito il fatto che la controguerriglia, in quanto tale, deve avere i caratteri della efferetazza, della crudeltà e della spietatezza, che trova ampio margine di accoglienza nella ideologia nazista.

Il primo documento tedesco che tratti di controguerriglia sulla scorta di esperienza belliche è del 22 settembre 1941 ed è intitolato “Manuale per l’addestramento delle unità di polizia riunite al combattimento di polizia”.[7], in cui si può cogliere le direttive per il comportamento delle unità tedesche nella fase iniziale della controguerriglia, con prevalenza per la difesa da imboscate  e la relativa reazione, più che ad azioni per annientare il nemico partigiano.

I vertici tedeschi, dopo due anni di guerra ormai avevano ampiamente affrontato il tema della lotta antipartigiana, tanto che si arrivò ad un accordo tra la componete militare e quella di polizia della Germania, ovvero l’accordo tra la Wehrmacht, rappresentata dal gen. Wagner e il RSHA (Reich Sicherheitshauptamt – Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich)[8], rappresentato da Heydrich. L’accordo Wagner-Heydrich, sigliato il 26 marzo 1941, divideva le competenze nella lotta antipartigiana. La Wehrmacht era competente per la lotto contro i partigiani a ridosso e sulla linea del fronte a contatto con il nemico, l’SD[9] nel territorio retrostante con il compito primario di reperire, appena conquistato il territorio, archivi e documentazione utile a individuare le organizzazioni ostili al reich ed arrestandone i quadri, decapitando sul nascere ogni forma di guerriglia già sul nascere. Le unita SD erano aggregate ai grippi di Armate, da cui ne dipendevano logisticamente, ma erano ai diretti ordini di Himmler per l’impiego. Unico punto di contatto operativo con la Wehrmacht era quello informativo. L’accordo era sostanzialmente di natura politica, volto a dare equilibrio di potere tra la Wehrmacht e gli apparati di sicurezza del Partito Nazista; sul terreno operativo, sommato alla scarsa consistenza degli organi dello SD, e delle forze di retrovia della Wehrmacht, si rilevò pineo di lacune, lacune che permesiero le azioni inziali delle forze partigiane sovietiche. Infatti questo accordo era stato voluto proprio in funzone della invasione della Unione Sovietica, che iniziò il 22 giugno 1941, in cui nella occupazione del territorio operavano le due organizzazioni tedesche, però in modo parallelo.

Dopo quattro mesi di guerra, l’esperienze acquisite furono raccolte in un documento del 25 ottobre 1941 “Direttive per la lotta antipartigiana” edito dall’OKH[10]-Gen.St.d.H./Ausb.Abt (Ia) n. 1900/41 e fu diffuso  come testo di istruzione ed addestramento tra le unità di polizia apartire dal 17 novembre 1941.[11]

Il documento riprende i  principi della esercitazione di polizia del 1936 è sottolinea che la lotta antipartigiana deve essere condotta dalle sole forze di polizia, e si sottolinea che l’azione deve essere, dura, energica e spietata, mentre persiste il fatto che i rapporti con la popolazione sono sempre di scarsa importanza e posti sullo sfondo di  ogni concetto espresso.

Con l’opuscolo  “Waldkampf” (combattimento nei boschi)[12], dato 31 marzo 1942, edito dall’Oberkommando des Heres, in cui la lotta antipartigiana è focalizzata  sull’ambiente operativo e sulle implicazioni che esso ha sulla azioni di contorguerriglia. Questo documento è una ulteriore affinamento di quelli precenti ed è estremamente preciso.  Nei documenti precedenti vari concetti erano espressi in modo generalizzato, qui si chiarisce con precisione e chiarezza Ad esempio “gli uomini colpevoli di fiancheggiamento partigiano nella famiglia e a volte dell’intera stirpe vanno giustiziati. Le donne condotte in campi di concentramento, i bambini nel reich e li esaminato il loro valore razziale. I beni vengono confiscati” . Concetto che prima era confuso, ora chiarito in modo definitivo.

I tedeschi impiegarono anche unita controguerriglia, nella convizione che agendo con le stesse tecniche e formazioni partigiane avrebbero avuto facilmente partita vinta. Si tratta delle unità Jadgkommando[13], letteralmente “distaccamento di caccia. Queste unità specializzate erano composte, nella loro struttura organica,  di 39 uomini  con una dotazione di armi particolare[14] ed operavano in n ciclo di operazioni di 8-14 giorni di azione, 8 di riposo 3 di esercitazione per un toale di 10-25 giorni tra due inizi di operazione. Gli obbiettivi erano chiari: l’annientamento del maggior numero di partigiani, la scoperta dei reparti più consistenti, lo sconvolgimento della reta logistica e organizzativa dei partigiani, la diffusione della insirucrezza tra le formazioni nemiche, la creazioni di condizioni operative sempre più difficili. La tattica era semplice: lo Jadgkcommando, di notte, occultato, si stabiliva in una determinata zona, a piedi, percorrendo strade alternative. Acquisiva informazioni , e per circa 72 al massimo aspettava che unità partigiana cadessero nel tranello ed attacca, sfruttando l’elemento sorpresa usando le stesse tattiche partigiane; poi si ritirava e lasciava la zona; se si imbatteva in un reparto più consistente, non si impegna in combattimento, ma chiamava le unità di polizia territoriali e si sganciava. Ma l’impiego dello Jadgkcommando non diede i risultati sperati, anzi essi furono uno strumento che rese più sanguinosa l’azione e la vittoria partigiana in quanto senza l’appoggio di una azione politica tesa ad isolare il movimento partigiano dalla popolazione sotto occupazione e di una propaganda tale ad acquisire il consenso, cose tutte godute dal movimento aprtigiano, non si può sperare di eliminare qualsiasi movimento partigiano. I tedeschi capirono, con l’impiego di queste unità, che i sistemi di presidio, i grandi rastrellamenti ed i colpi di mano lasciano in piedi il movimento partigiano e solo mettendosi sullo stesso piano dei partigiani si può contrastare questa forma di lotta. Cosa che invece non riusci ad esser capita dai quadri e dai dirigenti militari della Repubblica Sociale Italiana nel loro contrasto al movimento partigiano.

Da notare, infine, che ai Jagdkommando furono affiancati, nel sistema repressivo tedesco, unità collaboratrici, ordinate organizzamene per meglio contrastare la guerriglia ed avere unità aguli per la controguerriglia.

Interessante un altro documento, “Der Kampf gegen die Partisanen”[15] in cui tra le tante cose affermate[16], si riafferma il principio che la totta antipartigiana e spietata. Una volta enunciato all’inizio “non si parlerà più nel resto dello scritto del carattere selvaggio di questa lotta, ma non bisogna trascurare che prima ancora delle qualità del combattente e dei suoi comandanti, conta la sua durezza. E’ facile, guardando questi documenti precdeneti, osservare la continuità di questo principio variamente espresso e accentuato , ma ben presente. Finchè per spiegare la crudeltà dei tedeschi nei paesi occupati si farà ricorso all’analisi delle sequenze di azioni partigianie e rappresaglie tedesche, ci sarà sempre spazio per spiegazioni irrazionalistiche le quali si appellano a oscure elucubrazioni sul fondo barbarico del popolo tedesco, o altre con intenti giustificazionismi che citeranno analoghe crudeltà partigiane oppure sosterranno che non era possibile agire diversamente.”[17]

 Nella lotta antipartigiana i tedeschi arrivarono ad impegare su larga scala anche la componente aerea[18], la cui importanza è notevole in quando i suoi contenuti[19], che qui non v è lo spazio di riportare, rappresentato i capostipiti delle successive teorizzazioni post-belliche, compreso l’impiego degli elicotteri.

Da questi documenti si evince un dato essenziale. La Germania, nella seconda metà degli anni ‘30 dedicò studi e riflessioni su come affrontare il fenomeno della guerriglia, in un quadro di guerra totale. Coloro che erano proposti allo studio della guerra e come condurla, cioè coloro che elaborarono la dottrina, non sfuggì questo aspetto, e non ne sottovalutarono assolutamente il peso che una qualsiasi forma di guerra non “convenzionale” avrebbe potuto avere in un grande conflitto come si andava delinenando e come si sperava che andasse. Le riflessioni dei pensatori tedeschi in quell’epocapartivano dal concetto che la componente partigiana non fosse che una versione aggiornata dei Freikorps (o corpi franchi) che tanto spazio ebbero all’indomani della Prima Guerra mondiale. Ma con questa elaborazione vennero poste le basi  dottrinali, come ad esempio l’azione coordinata di tutte le forze disponibili, ricorrendo anche alla terza dimenzione, per il contrasto e l’annimetimento degli elementi componenti la guerriglia, o dir si voglia il movimento partigiano. Emerge con sopresa, ma fino ad un certo punto, che la elaborazione tedesca del contrasto al movimento partigiano come la formulazione delle principali tecniche di rastrellamento, il corretto impiego della aviazione, a quell’epoca l’elicottero non era così sviluppato da essere impiegato a massa, la formazione di unita specializzate di controguerriglia, sono la risultante delle esperienza maturate sul campo, specialmente nei Balcani e in Russia. Nulla toglie alla validità di questa elaborazione, ancorché inserita in un quadro politico-strategico da non accettare, alla validità intrinseca dei criteri operativi e tattici adottati, tanto che si può dire che essi riemergono con altre etichette, ma sostanzialmente immuati, negli anni del primo dopoguerra in Algeria da parte delle truppe speciali francesi, nella guerra di indipendenza alegerina e soprattutto in seno all’Esercito degli Stati Uniti in Vietnam.

E’ importante sottolinearre che questa documentazione permette di affermare che l’uso del terroe quale mezzom intimiditario nella lotta antipartigiana vien previsto in funzione antibande già prima che la guerra iniziasse; questo sgombra il campo da tutte quelle asserzioni che è la guerra partigiana che alimenta la crudeltà eche i tedeschi ne furono coinvolti e costretti. Il successivamente inasprimento della guerra non farà che accentuare questa premessa di fondo. Questo si inserisce nel tradizionale pugno di ferro che gli eserciti tradizionali europeo trattano i combattenti irregolari ed i loro fiancheggiatori, specie nelle cosiddette operazioni di pacificazione dopo la conclusione delle ostilità. E’ difficile, nel comportamento dei tedeschi scindere quanto vi è nelle concezioni terroristiche da essi applicate in funzione antipartigiana, appartengono al patrimonio europeo della prassi politico-militare di repressione e quali sono invece gli elementi specificamente nazisti. Il fronte orientale fu la fonte di esperienze ed il terreno della elaborazione delle dottrine tedesche di controguerriglia, con tutti il quadro di crudeltà e violenza che in quel fronte si andava applicando. La elaborazione dottrinale si affina sempre più e raggiunge il culmine nel 1944-1945.[20]I tedeschi apprendono che la controguerriglia si basa sulla parcellizzazione delle forze e delle azioni, piuttosto che sulla concentrazione di esse nel tempo e nello spazio. Queste devono essere decise e spietate e da qui la puntule sequenza di atrocità in tutti i territori occupati dai tedeschi

Un particolare cenno occorre fare alle rappresaglie. Queste nella coscienza collettiva nazionale rappresentato ferite ancora non rimarginate. Ad ogni ricorrenza, nelle commemorazioni, spesso ci si chiede perché tanta crudeltà. E’ un problema inquietante che la rappresaglia solleva, ponendo grossi interrogativi alla coscienza umana, che totalemtne la respinge, anche con accenti permeati di parole di ripugnanza, dall’altro, se ci si mette nelle parti di chi subisce l’attacco partigiano e guerrigliero, è una continua tentazione ricorre ad essa, per le possibilità che essa offre per tentare di porre un freno al continuo stillicidio di perdite, spesso innocenti ed apparentemente non coinvolte nella lotta, causate da nemici inafferrabili e senza volto. E’ un aspetto che occorre tenere presente.

Ma nel affrontare la descrizione del fronte nemico, la componente italiana della coalizione hitleriana, ovvero la Repubblica Sociale Italiana, non si può non tenere presente come i tedeschi affrontavano gli oppositori loro e dei loro collaboratori, ovvero i fascisti repubblichini, ovvero il movimento  partigiano che noi abbiamo definto secondo fronte.

Ma un elemento ulteriore occorre sottolineare, forse il più importante, quale suggerito dalla presentazione delle dottrine antiguerriglie tedesche. I successi in questo campo hanno sempre una efficacia temporanea, non definitiva. I Nazisti, i tedeschi in genere ed i loro collaboratori e sostenitori si accorgono che l “Ordine Nuovo” attira qualche singolo, ma non dice nulla alle grandi masse, che rimangono lontane. Più che azioni di antiguerriglia, necessita un grande piano politico che attiri le masse, e su questo successo, si inerirebbe il movimento aprtigiano; allora le azioni antiguerriglia, rivolte verso pochi, isolati dalla popolazione, avrebbe successo definitivo. Ma questo piano politico  non c’è, le masse rimangono lontano , ed il solo antibolscevismo non basta, essendo solo un elemento negativo e non propositivo. I Nazisti sembrano impotenti di fronte a questo dilemma. Allora lo sterminio degli oppositori politici e la rappresaglia non diventano più una inspiegabile aberrazione, ma una possibile soluzione. Sostiene Politi “quanto essa sia logica e vantaggiosa dipende dal regime politico che la attua, dai costi politici che comporta in una data congiuntura e dia metodi adottati. Le tesi che sostengono si tratti di uan follia collettiva verificatosi sotto il regime nazista o sono giustificazioni o tendono a ignorare che in tempi  e situazioni diverse si sono usati i medesimi sistemi. Per il nazismo fu una scelta logica e perdente.”[21]

Ma per chi si alleò con i Tedeschi e agì come collaborazionista nel loro regime di occupazione, non può non essere importante chiedersi perchè le dottrine tedesche di controguerriglia non abbiamo schiacciato in tutta Europa, e in Italia, i movimenti di liberazione, pur essendo valide, significative ed efficaci, in quanto tuttora ancora valide. Il fatto che non abbiamo raggiunto lo scopo ultimo, eliminare i movimenti partigiani, lo devono non alla loro validià intrinseca, ma perché non sorrette da un piano politico tale da coinvolgere le masse, ovvero non si può imporre con la forza il proprio dominio, ovvero non si può ignorare il principio fondamentale che senza l’aggregazione dei consensi i successi e le misure di ritorsione sono sterili e controproducenti.[22]

La Repubblica Sociale Italiana, rappresenta agli occhi dei tedeschi, lo strumento ideale di gestione del territorio italiano sotto occupazione, ed ai fascisti italiani vengono lasciati quegli spazi politici utili solo agli interessi tedeschi; quando questi vengono minacciati, come la presena di un movimento partigiano, allora si apllicano le dottrine tedesche di controguerriglia, così come lo si è fatto in tutta Europa. I fascisti repubblicini, loro malgrado, furono coinvolti in questa logica così come tutti i collaborazionisti della coalizione hitleriana e se ne dovettero assumere tutte le responbaibiltà e conseguenze.

 

 

 

 

 

Per l’Italia l’opposizione alla azione germanica inizia l’8 settembre 1943 perché da quella data inizia l’occupazione tedesca Dall’8 settembre 1943 la Germania non riconosceva il Regno d’Italia con a capo il Re Vittorio Emanuele. Riconosceva la Repubblica Sociale Italiana , che aveva favorito, e sostenuto fin dalla liberazione di Benito Mussolini il 12 settembre 1943. Al momento della  proclamazione dell’Armistizio la Germania riunisce i dirigenti fascisti, quali farinacei, Tavolini, Ricci, il figlio di Mussolini Vittorio,Preziosi per dar vita ad un governo provvisorio. La liberazione di Mussolini da al governo provvisorio il suo capo carismatico. Il 23 settembre 1943 informalmente nasce la Repubblica Sociale Italia ( formalmente solo il 1 dicembre 1943), ed è riconosciuta solo da Giappone e dalla Germania. E’ una repubblica totalmente asservita alla Germania: a riprova di ciò valga il fatto che tutte le industrie vengono inserite nel meccanismo della produzione bellica tedesca sotto il diretto controllo di commissari tedeschi (OZAV e OKAK). Il tentativo di porre la Capitale a Roma o nell’Alpenvoreland falliscono, in quanto contrari agli interessi tedeschi.

 Gli organi della repubblica sono disseminati in varie località del Veneto e della Lombardia 8 Desenzano, Lago di Garda, Bogliaco, Gargano, Milano, Brescia e Venezia ed è un altro fattore di debolezza. Del potere stauale. Compito principale della repubblica è quello di mantenere l’ordine pubblico e svolgere un ruolo di collegamento subordinato tra l’amministrazione tedesca e la popolazione italiana.

Sul piano strettamente militare tutte le operazioni sono pianificate e condotte dalla Wehrmacht, e gli organi della Repubblica ne sono esclusi e quindi delegittimati, soprattutto non sono in grado di impedire o porre un freno alle violenze dell’alleato contro la popolazione civile.

Una delle principali iniziative della repubblica, varata con provvedimento di legge nel febbraio 1944, peraltro avversato dagli stessi tedeschi, fu la socializzazione delle imprese, ovvero la gestione delle industrie attraverso una struttura d’impresa con la partecipazione di operai ed altri soggetti produttivi. Si voleva, attraverso la socializzazione, da una parte colpire l’alta borghesia che aveva “tradito” il fascismo” dall’altra avvicinare le masse operaie al fascismo della repubblica e creando attorno ad essa consenso ed adesioni. Il tentativo fallì sia per il già citato opposizione dell’occupante, ma anche per il rifiuto pressoché totale delle masse operai. Sono proprio del marzo 1944 i grandi scioperi nei maggiori impianti industriali del nord. Scioperi che, oltre a far tramontare l’esperimento della “socializzazione” sottolineano la grande distanza tra ampi strati della popolazione e la dirigenza fascista repubblicana.

Chi doveva  dare una base politica e sociale di adesione doveva essere il partito fascista repubblicano,  alla cui guida assurse Alessandro Tavolini. Il partito tenne una sola assise, a Verona nel novembre 1943 ove furono definiti, nel Manifesto di Verona, i punti programmatici del  Partito, riassunti nello slogan  “Italia, Repubblica, Socializzazione”. Il partito fu diviso inizialmente da una tendenza moderata, volta a cucire lo strappo con gli Italiani e una linea oltranzista, di cui Tavolini era uno degli esponenti, che favoriva la alleanza pedissequa con al Germania nazista, l’assorbimento integrale dei suoi valori e l’estremismo repressivo e violento tipico del primo fascismo. Il Direttorio del partito si riunisce una sola volta , nel marzo 1944 e ribadisce la linea dura ed estremista. Si calcola che  si siano isciritti oltre 487.000 persone, che per lo più aderiscono anche alle formazioni militari della repubblica. Nell’estate del 1944 il partito si militarizza e da vita alle cosiddette Brigate Nere, in cui sono arruolati tutti gli iscritti da 18 a 60 anni. Le Brigate Nere sono intitolate a caduti  e non hanno gerarchia, un comandante e tutti soldati, con gravissime ripercussioni sulla operatività e sulla disciplina. L’impiego è sostanzialmente antipartigiano. Ma anche in questo campo vi è la non adesione sperata se si calcola che nel complesso le Brigate nere non superarono il totale di 20.000 uomini arruolati.

La struttura delle Forze Armate della repubblica è complessa. La Repubblica visse sempre il dissidio tra la concezione di Renato Ricci, che sostiene che la repubblica debba dotarsi di una milizia fascista, politicizzata e ben allineata sulle questioni ideologico-politiche, e quella del maresciallo Graziani, Ministro della Difesa dal 23 settembre 1943, che vuole un esercito nazionale apolitico. La soluzione di questo dissidio fu un altro fattore di debolezza della repubblica: Graziani realizzerà un apparato militare tradizionale sull’impronta del regio esercito, Ricci una nova articolazione chiamata Guardia nazionale repubblicana, in cui confluiranno elementi della disciolta Milizia Volontaria per la Sicurezza nazionale, i Reali carabinieri ed elementi della Polizia Africa Italiana (PAI). Graziani riesce a stipulare un accordo con i tedeschi, che si impegnano ad addestrare in Germania quattro divisioni (Monterosa, Italia, San Marco,  Littorio) e a dar vita a formazioni tradizionali alimentate dalla leva obbligatoria. I Bandi Graziani per la leva saranno uno dei fattori di non consenso della Repubblica: si presentaranno circa la metà dei coscritti, l’altra per sottraesi andrà in montagna ad alimentare le fila partigiane. Si arriverà a decretare la “pena di morte” per chi non si presenta e, alternando minacce e blandizie ( il cosiddetto “Bando del perdono”) si riesce ad arruolare oltre 44.000 giovani di leva che sommati a 13.000 uomini provenienti dai campi di intermanento in Germania saranno l’ossatura dell’esercito voluto da Graziani, un Esercito prevalentemente impiegato in funzione antipartigiana.

Nell’estate 1944, con la destituzione di Renato Ricci, la Guardia Nazionale Repubblicana viene incorporata nell’Esercito e ne divine la prima arma combattente. Con i suoi 94 comandi provinciali ed un comando Generale la GNR ricalca la struttura dell’Arma dei Carabinieri.

Nella repubblica Sociale Italiana sorgono formazioni che non sono inquadrate nell’esercito e nella GNR, ma sono autonome e  riconoscono solo l’autorità del Duce. La Banda Carità, composta da 200 uomini circa, ricostituisce a Firenze, per poi trasferirsi in Veneto a Padova. Fuori di ogni controllo svolge con metodi crudeli e  violenze inaudite attività antifascista ed antipartigiana. Altra Banda è quella di Koch, ex ufficiale, che opera a Roma composta da circa 70 elementi ed agisce con gli stessi metodi della banda Carità. Trasferita a Milano (Villa Triste) compie tali oscenità ed illegalità che sono gli stessi fascisti il 24 settembre 1944 ne decretano lo scioglimento con arresti  e condanne. Con attività più prettamente militari ma sempre con aspetti violenti e creduli e sempre in funzione antipartigiana operano le Legioni.

La Legione “Tagliamento” al comando di Mario Zuccai ha sede a Vercelli e poi in autunno il Valcamonica  ove si distingue negli attacchi alle posizioni partigiana del Mortirolo.

La Legione “Ettore Muti”,  al comando dell’ex Sergente Franco Colombo,sorta a meta settembre 1943 forte di 1400 uomini ed ha compagnie varie sedi, a Milano, nel cuneese, in Valtellina, nel piacentino e in Valsesia ,

 La decina Flottiglia Mas al comando del principe Junio Valerio Borghese, che più che una formazione della RSI è una formazione militare che decide, per opera del suo comandante, di staccarsi dalla regia Marina e continuare la guerra accanto ai tedeschi sulla base di un reciproco accordo. La Decima Mas raggiungerà la con esistenza di circa 25.000 uomini organizzati in sei battaglioni. Uno di questi, il Barbarigo, tra marzo e maggio del 1944 sarà impiegato nella testa di ponte di Anzio, unica formazione fascista che entrerà in linea contro gli Alleati. Nella sostanza, come le Legioni, la Decima sarà impiegata in azioni di controguerriglia, macchiandosi anche lei di eccidi, torture e rappresaglie.

Altre formazioni sono l’Ispettorato Speciale polizia antipartigiana, circa 150 uomini organizzato dal Questore di Brescia, Il reggimento Volontari friulani Tagliamento al comando del Colonnello Zuliani,   tutte formazioni che si dedicano alla lotta antipartigiana con metodi brutali ed efferate violenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]             Molti esempi possono essere fatti in questa materia, riandando indietro nel tempo. Basti ricordare la guerriglia condotta dagli Spagnoli contor le truppe Napoleoniche, che praticamente furono messe in condizione di non poter controllare appieno il territorio per lumghi periodi. Questa esperienza diede vita poi a teorizzazioni anche di alto livello. Si può citare il celebre volume di Giuseppe Mazzini “La Guerra per bande” ecc.

[2]            

[3]             Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1991

[4]             Il testo della esercitazione “Besprechung der prufungsarbeit fue Major-Anwarte. (Mai 1936) in Polizeiverwendung.(Von Polzeioffizierschule aufgestellt.) Aufgabe: Postdam-Groben (Luftschtz-Polzeikampf) è riportato in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 196-225.

[5]             Per la consistenza e la specifica di questa esercitazione ed i suoi contenuti si rimand ala citato volume di Politi, dalla pag. 3 a pag. 10.

[6]             Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit., pag.10

[7]             “Merkblatt fur die Ausbildung der geschlossenen Polizeienheiten im Polizeikampf herausgegeben vom Chef der Ordungspolizei 1941.”, riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 224-230.

[8]             Nato il 27 settembre 1936 era l’organo cui faceva capo tutto il ramificato ed esteso apparato di polizia della Germania Nazista, posto sotto l’autorità del Reichfuhrer-SS H. Himmler

[9]             SD Sicherheits Dienst. Servizio di Sicurezza. Era diviso in servizio  interno, con compiti di scoperta e soppressione delle opposizioni politiche, e servizio esterno, spionaggio e controspionaggio. Era in concorrenza con l’Abwehr, diretto dall’ammiraglio Canaris, che era il servisio di spionaggio e controspionaggio della Wehrmacht.

[10]            Oberkommando des Herees, Comando Supremo dell’Esercito

[11]            Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 233-252. L’esegesi del documento è da pag. 16 a pag. 45

 

[12]            Questo documento è conservato ad Udine, presso l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione  (Misc. 2-14 numero di ingresso 898)

[13]            Reichfuhrer-SS Kommandostab RF-SS Tgb. Nr. Ia 607/42 geh. St. Qu.dem 25. August 1942 Geheim “ Begehl zur Aufstellung von Jagdkommandos zur Bandenbekampfung”. Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 4 e see. L’esegesi del documento è da pag. 283 a pag. 289

[14]            4 mitragliatori leggeri, 11 pistole mitragliatrici, 24 fucili, di cui 8/4 per il tiro di precisione.

[15]            “La lotta contro i Partigiani”, di datazione controversa ma presumibilmente nella primavera del 1943, riportato  in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 82 e segg. L’esegesi del documento è da pag. 294 a pag. 313

[16]            Ad esempio, dopo aver dato alla fiamme un villaggio intero, tutti coloro che hanno opposto resistenza armata vanno fucilati durante o alla fine del combattimento. La popolazione va portata via, a meno che non vi sia l’ordine di fare “trattamento speciale” (Sonderbehanglung) che indica “l’esecuzione, anche in massa. Se gli abitanti sfuggono alla cattura, dopo la distruzione del loro centro abitato, diventano nuovi mebri delle bande partigiane, ottenendo risultati opposti a quelli che si volevano conseguire.

[17]            Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 84

[18]            Merkblatt Eissatz von Flugzeugen bei der Deutschen Polizei” (Impiego di aerei presso la polizia tedesca)

[19]            Vds.Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 102 e segg. L’esegesi del documento è da pag. 343 a pag. 369

 

 

[20]            Scrive Politi “ I procedimenti tattici furono ulteriormente affinati e codificati sia nel campo delle grandi operazioni che in quelle delle piccole.L’aerocoperazione riceve una organica sistemazione e viene portata ad un grande livello di efficacia, impostando e in parte risolvendo problemi largamente studiati solo con l’avveno dell’elicottero. Gli Jagdkommando assumono la fisionomia che manterranno, con qualche cambiamento nel nome e nell’equipaggiamento, in tutto il dopoguerra” Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag.187

 

 

[21]            Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 188

[22]            Si inia il più volte citato Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, per una più ampia trattazione dei principi sopra riprotati, acui si rimanda.