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mercoledì 26 settembre 2018

Geografia Militare. Il confine Italo-Svizzero.


UNIVERSITA' 
UNICUSAMO TELEMATICA ROMA
MASTER
I Livello
STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 1960
MODULO 3
GEOGRAFIA MILITARE
(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

IL CONFINE ITALO-SVIZZERO, 

LA NEUTRALITÀ DELLA SVIZZERA E DELLA SAVOIA 
E LE RIPERCUSSIONI MILITARI SUL REGNO D’ITALIA



Il nuovo Stato unitario italiano, con le sue estesissime coste e, alle frontiere terrestri, due grandi Paesi, Francia ed Austria, che ne condizionavano la politica ulteriore, doveva naturalmente affrontare immediatamente gravosi problemi di sicurezza militare; e ciò nelle ben note difficoltà di consolidamento interno e di ordine finanziario.
Di primo acchito, l’avere alla frontiera terrestre settentrionale, o centrale, un Paese dichiaratamente neutrale come la Svizzera, di minori dimensioni territoriali e demografiche (41.324 Kmq e 2,5 milioni di abitanti), costituiva un fattore di sicurezza apprezzabile che consentiva al nuovo Regno di concentrare la sua attenzione altrove.
Tuttavia, nel prosieguo, le relazioni tra i due Paesi sul piano militare andranno trovando motivi di tensione e provocando nei nostri militari non indifferenti preoccupazioni, soprattutto per le condizioni geotopograche della frontiera e per le possibilità di azione strategica attraverso il territorio svizzero, connesse con la sua posizione nel quadro delle Potenze confinanti.
Non è il caso di dilungarsi in una presentazione dettagliata del confine italo-svizzero e dei due versanti della dorsale alpina che una buona carta ci può dare a sufficienza; sembra necessario ricordare però quegli elementi e quelle caratteristiche geotopografiche che, come si è detto, hanno avuto un peso determinante nelle relazioni di ordine militare fra i due paesi. (V. carta n. 1 e schizzi n. 3a, 3b, 3c, 4, 5).
Il confine italo-svizzero non seguiva e non segue, essendo rimasto sempre praticamente invariato, linee di carattere naturale o etnico; esso ha carattere esclusivamente politico ed è conseguente ad avvenimenti e situazioni storiche evolute soprattutto nel XVI secolo nelle relazioni fra i Cantoni meridionali svizzeri (Vallese, Ticino, Grigioni) e le regioni italiane confinanti (Piemonte, Lombardia, Venezia). Esso, seguendo limiti di passate circoscrizioni feudali o comunali locali, ha quindi un andamento spesso tortuoso e complesso, non rispondente certamente a criteri di sicurezza reciproca1.
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1 Le innumerevoli contestazioni per minuti particolari del confine vennero risolte solamente dopo un lungo lavoro di Commissioni di delimitazione che, iniziato nel 1913 e poi sospeso per lo scoppio della I Guerra Mondiale, fu ripreso solo nel 1923, condotto a termine nell’anno 1933 e sancito con la Convenzione stipulata a Berna il 24 luglio 1941.





Partendo dal M. Dolent (ad est del M. Bianco) fino alla zona dello Stelvio (P.zo Umbrail fino al 1918; ora al Piz Lat) esso è lungo circa 700 Km e corre per soli 220 km sulla dorsale elevata e difficile delle Alpi Centrali (Pennine e Lepontine ad ovest, Retiche ad est). Per la parte rimanente se ne distacca in più punti per creare salienti che si svolgono per ben 397 km sul versante italiano e per 92 km sul versante svizzero.
I due salienti italiani, delle valli di Lei e di Livigno, nelle Alpi Retiche, sono di minore interesse ai fini delle comunicazioni e di eventuali operazioni militari.
Tutti i cinque salienti svizzeri, invece, in maggiore o minore misura, conferiscono rilevanti possibilità offensive verso il nostro Paese:
-           il saliente di Gondo o di Val di Vedro permette un controllo assoluto del Passo del Sempione e   dell’accesso alla Valle dell’Ossola (F. Toce);
-       il grande saliente del Canton Ticino, spingendosi profondamente sul versante padano fra Lago Maggiore e Lago di Como e giungendo col Mendrisiotto a meno di 50 km da Milano, permette il controllo indisturbato di importanti passi alpini sull’alto e moltiplica sul basso le possibilità di passaggi della frontiera in terreni facili;
-       il saliente della Mera o di Val Bregaglia permette di scendere rapidamente a Chiavenna, tagliando le comunicazioni con lo Spluga, e di qui su Colico nell’alta Valle dell’Adda;
-       il saliente di Val Poschiavo consente di puntare a tagliare agevolmente, a Tirano, le comunicazioni della Valtellina tra Sondrio e Bormio e di aprirsi il passo verso il Colle dell’Aprica e la conca di Edolo in Val Giudicaria;
-       infine il saliente di Val Monastero, per quanto minacciato da quello italiano di Val Livigno, permette aggiramenti a breve raggio delle difese (Giogo di S. Maria e Passo di Frach) allo Stelvio e di marciare, quindi, sia verso la Valtellina sia verso la Val Venosta.
Il confine, là dove corre sulla dorsale o su contrafforti difficilmente percorribili, garantisce sicurezza; ma i numerosi salienti a favore della Svizzera moltiplicano i passi percorribili: da controllare per evitare le sempre fiorenti attività del contrabbando, o da difendere in caso di conflitto. Mentre poi alle ali, fra Valle d’Aosta e Lago Maggiore e fra Lago di Como e lo Stelvio, le condizioni difensive sfavorevoli per l’Italia trovano una qualche attenuazione per l’esistenza dei rilievi che dal M. Rosa si spingono sulla destra della Val D’Ossola, e delle impervie dorsali del- le Prealpi Orobie che corrono lungo il versante meridionale della Valtellina; nel settore centrale, invece, il confine si spinge fino alle basse colline fra Lugano e Varese ed alle porte di Como.
Anche i solchi lacustri e fluviali del versante meridionale, con il loro andamento generalmente perpendicolare alla dorsale alpina, costituiscono un elemento meno favorevole; la regione fra Ticino ed Adda adduce poi direttamente alla sezione del Po compresa fra Casale e Cremona ed a quella Stretta di Stradella, considerata dal tempo della battaglia di Fornovo (1495) il perno della difesa dell’Italia, quale punto di frattura fra difesa della Valle Padana e quella della Penisola.
Nel territorio svizzero, anche ammesso il nostro raggiungimento della dorsale alpina con l’occupazione del Canton Ticino, ulteriori penetrazioni si presentano difficili: sia per la maggior profondità del versante montano, sia per l’andamento a quinte trasversali e le difficoltà delle Alpi Bernesi e di Glarona e poi delle Prealpi Svizzere e delle Alpi Bavaresi, sia - infine - per l’andamento dei principali corsi d’acqua. Ad ovest del nodo oroidrografico del Gottardo, infatti, eventuali penetrazioni tendono ad essere dirottate dall’alta valle del Rodano verso il lago di Ginevra ed il Giura franco-svizzero mentre ad est le valli del Reno anteriore e posteriore e quella dell’Inn spingono le penetrazioni verso la stretta di Sargans ed i monti del Voralberg, ad oriente dell’Altopiano Svizzero.
Al di là della conca di Andermatt, a nord del S. Gottardo, si spingono solo difficili comunicazioni per le valli dell’Aare (dopo il superamento dei passi della Furka e del Grimsel) e della Reuss, che presentano strozzature ed adducono a zone lacustri trasversali, di notevole osta- colo.
Dunque, dal punto di vista militare, la frontiera italo-svizzera presenta caratteristiche del tutto negative per l’Italia, particolarmente per le azioni possibili dal Canton Ticino.
Infatti, i due tratti laterali di frontiera sulle Pennine e sulle Reti che, per quanto negativi, trovano compensazione negli sbarramenti in profondità; mentre quello centrale consente la condotta di operazioni in forza, particolarmente dopo che, con il miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie del S. Gottardo (1882) si è reso possibile, da parte svizzera, l’afflusso rapido di forze ingenti alla zona Locarno - Lugano - Bellinzona.
Esistono certamente alcuni fattori di qualche peso anche a nostro favore. Uno è rappresentato dalla possibilità di esercitare azioni volte a recidere alla base ed al centro il saliente ticinese agendo dai nostri due salienti: ad ovest, dell’alta valle del Toce (V. Antigorio, Val Formazza e Val Vigezzo); e ad est, del Liro (V. S. Giacomo) e per il Passo di S. Iorio. Si tratta però di azioni difficili se non condotte di sorpresa e se destinate a scontrarsi contro una difesa ben predisposta ed efficiente.
            L’altro fattore di maggior peso, nei riguardi della possibilità di contrapporsi con successo ad una offensiva avversaria dal Canton Ticino verso Milano, è costituito dalla nostra possibilità di far affluire forze concentricamente – ad ovest, da sud e da est – attraverso la ricca rete di comunicazioni della Valle Padana e di concentrare masse superiori contro quelle eventualmente sboccate dal saliente ticinese nell’aperta pianura.
Ma questa possibilità non sarebbe attuabile qualora il grosso delle forze italiane fosse fortemente impegnato ad Oriente o ad Occidente, sull’arco alpino o sulla pianura. In tal caso una minaccia esercitata nel settore centrale, dal saliente ticinese, si presenterebbe con caratteri di estrema gravità: per la difficoltà di contrapporvisi tempestivamente e sufficientemente; per la prossimità di obiettivi primari; per il suo carattere avvolgente rispetto al grosso delle forze italiane impegnate ad est o ad ovest.
Oltre alla minaccia costituita dal saliente ticinese, il territorio svizzero presentava, ad eventuali nostri avversari, altre possibilità, per quanto di minore pericolosità.
Soprattutto dacché la Savoia era passata sotto la sovranità della Francia, questa, in caso di conflitto con l’Italia, poteva cercare di estendere la sua fronte di attacco e di esercitare una pericolosa azione avvolgente risalendo l’alta valle del Rodano per invadere l’Italia non solo per il Gran San Bernardo ma anche per il Sempione e, dopo l’apertura delle comunicazioni per il passo della Furka, perfino per il Gottardo e la valle del Ticino, violando così la neutralità della Savoia. Così, ad Oriente, fino al 1918 cioè fino a quando l’Austria ebbe il possesso dell’Alto Adige, questa avrebbe potuto facilitare una offensiva dallo Stelvio e dal Tonale verso la Valtellina e la Val Giudicaria aggirandone le difese passando per le valli svizzere dei Grigioni ed i passi mal difesi di quel confine. E’ vero che queste azioni avrebbero violato la neutralità svizzera e, la prima, anche quella della Savoia, stabilite dal Trattato del 1815; ma in entrambi i casi, si trattava di passaggi di forze attraverso regioni periferiche della Svizzera.
Sicché si poteva sempre temere che circostanze interne ed esterne potessero impedire alla Svizzera di impegnarsi a fondo per garantire la neutralità ed opporsi a queste violazioni.
E’ da dire che con simili passaggi attraverso zone periferiche della Svizzera potranno 
apparire possibili, in particolari circostanze che considereremo nel prosieguo, anche alle Autorità italiane nel caso di eventuali nostre operazioni offensive contro la Francia in combinazione con la Germania alleata.
Non ci si nascondeva, peraltro, le difficoltà dell’impresa sia per le asperità del terreno e successivamente anche per le difese predisposte da parte svizzera; era una impresa che si riteneva possibile essenzialmente qualora le pressioni interne ed esterne esercitabili da parte tedesca avessero reso la Repubblica Elvetica praticamente consenziente.
In questo caso la possibilità di attraversamento della Svizzera avrebbero potuto consentire due possibilità:
-          o di estendere le nostre azioni offensive (attraverso il Moncenisio, il Piccolo San Bernardo, la Tarantasia e la Moriana) verso il fronte Grenoble - Albertville con altre avvolgenti per il Gran San Bernardo, il Sempione e l’alta valle del Rodano, in modo da sboccare in forze nella regione di Lione;
-          oppure di avvalersi delle numerose linee di penetrazione e di arroccamento attraverso il territorio svizzero per portarsi al confine nord occidentale della Svizzera ad investire, in combinazione con le Armate tedesche alleate, le posizioni del Giura Franco-Svizzero e della famosa Trouè de Belfort, concorrendo alla battaglia decisiva sul Reno.
Va detto chiaramente, poi, che, nonostante le condizioni topografiche del confine così negative, le preoccupazioni delle nostre Autorità Militari non erano destate tanto dalle minacce esercitabili da parte della Svizzera, sulla cui volontà e sul cui interesse a mantenere la neutralità generalmente si confidava, quanto da quelle esercitabili attraverso il suo territorio dalle altre grandi Potenze confinanti.
Si è detto che generalmente si confidava nella volontà e nell’interesse della Svizzera ad osservare la neutralità; ma si temeva che essa non potesse in certe circostanze garantirla, oppure che il quadro politico esterno ovvero le stesse complessività della costituzione interna della Confederazione potessero indurla a non contrapporsi decisamente a violazioni periferiche del suo territorio, che non fossero tali da minacciare la sua esistenza o il grosso delle sue forze arroccate nel ridotto del Gottardo o sull’Altopiano svizzero.
Si era ben convinti, dunque, che la neutralità svizzera fosse a noi favorevole e che la sua osservanza fosse a noi conveniente; ma si paventava ogni possibilità che la Svizzera stessa non potesse garantirla. Preoccupavano poi tutti quei sintomi o quelle opinioni che, nella Svizzera medesima, erano indicativi di una minore volontà di osservarla. Veniva riconosciuto che la politica interna della Svizzera era influenzata essenzialmente dalle pressioni interne ed esterne dell’elemento tedesco e quello francese, mentre non mancavano, nella libera Svizzera, uomini e forze politiche orientati a vedere ed a chiedere politiche più attive di quelle ancorate al mantenimento della neutralità.
Di fatto, nel primo ventennio di questo secolo, una netta prevalenza dell’elemento tedesco nella popolazione, nelle attività economiche, negli organi di informazione e, soprattutto, nelle sfere militari, finirono per preoccupare le nostre Autorità politiche e militari per il caso di un possibile schieramento della Svizzera al fianco dei nostri avversari oppure di un suo atteggiamento piuttosto consenziente verso loro iniziative.
Dinnanzi a tali prospettive acquisivano, allora, grande rilevanza tutte quelle caratteristiche negative della frontiera italo-svizzera che abbiamo sinteticamente ricordato.


Fonte: Alberto Rovighi, Un secolo di relazioni Italo-Svizzere 1861-1961, Roma, Ministero della Difesa Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, 19 84.

lunedì 17 settembre 2018

La mobilitazione del Belgio nel 1914





Il Belgio ordinò la mobilitazione generale di tutte le sue forze armate nel momento in cui constatò, il 31 luglio 1914 che fu violata la sua neutralità. Il 4 agosto successivo il Belgio si rivolse alle potenze garanti della neutralità per una azione comune contro la invasione tedesca.
Il Belgio poteva mobilitare sei divisioni di fanteria, ove la 3a e la 4a Divisione si mobilitarono nelle piazzeforti di Liegi e di Namur, la 1a, la 2°, la 5a, e la 6a si raccolsero nella zona di Tirlemont, Lovanio, Wavre, Perwez, la Divisione di Cavalleria fu spinta in avanti verso la zona di Diest-S.Trond. Posizioni sulle quali l’Esercito belga attese l’aiuto degli Alleati.




sabato 8 settembre 2018

La Mobilitazione della Gran Bretagna nel 1914



2,4 Gran Bretagna.
La Gran Bretagna inviò in Francia quello che fu definito il Corpo di Spedizione britannico (B.E.F.) al comando del maresciallo French. Costituito da due Corpi d’Armata ( 1a 2a, 3a e 5a Divisione) ed 1a Divisione di Cavalleria; poche settimane dopo invio un altro Corpo d’Armata (4a e 6a Divisione); pertanto la forza britannica fu di sei Divisioni di fanteria ed una Divisione di Cavalleria.
La Gran Bretagna si era vincolata alla Francia con una intesa che, in caso di una guerra provocata dalla Germania, durante la quale fosse violata la neutralità del Belgio, la Gran Bretagna avrebbe inviato forze terrestri  che si sarebbero raccolte verso l’ala sinistra dell’Esercito francese nella regione di Avenes-Le Chateau. Le disposizioni che il Ministro della guerra Lord Kitchener aveva dato al maresciallo French erano diametralmente opposte a quelle dello Stato Maggiore francese: nessuna offensiva iniziale, nella convinzione che la guerra sarebbe stata lunga e sanguinosa, risparmiare le forze il più possibile in attesa che in Patria si costituisse un vero e proprio esercito da impiegare al momento opportuno. Proprio il 6 agosto 1914 in Gran Bretagna furono gettate le basi di una forza terrestre pari a 70 Divisioni. All’inizio quindi, non esisteva unità di intenti tra Francesi e Britannici nel condurre le operazioni.




sabato 1 settembre 2018

Riga. 1 settembre 1917. Disegno di manovra


La Battaglia di Riga
fu il primo esperimento, attuato a livello di divisione,
dello Stato Maggiore Tedesco 
per l'applicazione dei principi della battaglia di Canne applicati alla
Prima Guerra Mondiale
I risultati ottenuti convinsero i responsabili tedeschi ad applicare detti principi
a livello superiore
Nasce cos' il disegno di manovra che sarà applicato a Caporetto,
sul fronte italiano
L'anno successivo sarà applicato in Francia dove i risultati saranno ancora più
sbalorditivi: la V Armata britannica distrutta e la penetrazione fu di oltre 55 chilometri
Gli stessi principi furono applicati nel 1940 durante
la campagna di Francia, in cui l'Esercito tedesco ebbe ragione di quello francese
 in sole sei settimane.

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