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sabato 20 giugno 2026

Guerra Civile Spagnola

 

ALESSIA BIASIOLO

Nel 1930, Miguel Primo de Rivera, ampiamente contestato, lasciò il governo spagnolo che aveva conquistato da capitano generale della Catalogna nel 1923 con un colpo di Stato, e lo stesso re Alfonso XIII, che lo aveva appoggiato, lasciò la Spagna dopo la vittoria del Partito Repubblicano e di quello Socialista alle elezioni del 1931, essendosi compromesso con la politica autoritaria di de Rivera, sostenuto dai monarchici, dai repubblicani di destra, dai conservatori dell’aristocrazia e del ceto medio.

Il Paese risultava spaccato, dal momento che i due fronti si attestavano a circa un punto percentuale di differenza.

Profondamente arretrato dal punto di vista territoriale, soprattutto agrario, a fronte di zone molto industrializzate, soprattutto grazie all’apporto dato dal Paese alla prima guerra mondiale in quanto fornitore di derrate, essendo rimasto neutrale, il regno spagnolo era attraversato da profonde spaccature e rivolte che cercavano di ottenere migliorie di vita per tutti (l’aspettativa di vita era bassa, così come l’alfabetismo, ad esempio); da un lato gli industriali non accettavano un ruolo secondario rispetto agli agrari, ma non erano disposti a troppe concessioni agli operai raccolti in proteste, mentre dall’altro i conservatori esercitavano un potere molto forte.

Le repressioni contro rivoltosi, operai e scioperanti furono sempre violente. Non mancavano problemi anche nell’impero, dal momento che nel 1921, ad esempio, la tremenda sconfitta militare subita in Marocco da parte delle truppe locali, aveva aperto un vasto scontro politico.

In ogni caso, dopo un anno di governo provvisorio, alle elezioni del 1931, il nuovo governo repubblicano di sinistra poté annunciare la nascita della Seconda Repubblica, e per poter superare la crisi economica generata dal crollo della Borsa di New York del 1929, oltre che per modernizzare la Spagna (fatto che negli ultimi cent’anni era sempre stato ostacolato dalle forze conservatrici), cercò di attuare delle politiche riformiste, come la necessaria riforma agraria e quella dell’esercito; il tentativo di togliere la scuola dall’influenza clericale così come si volevano abolire alcune prerogative ecclesiastiche; un nuovo diritto di famiglia accanto all’introduzione del suffragio universale, mentre si prese seriamente in considerazione l’autonomia catalana.

Tutto ciò generò la reazione dei ceti aristocratici e borghesi (che nel frattempo cercavano di mandare all’estero i loro averi, causando un aggravamento delle finanze spagnole), ma anche l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che ritennero quelle prime misure poco incisive, soprattutto nel modo in cui cercarono di realizzarle. Iniziarono a formarsi gruppi armati di estrema sinistra e di estrema destra che cominciarono ad arrivare agli scontri armati, mentre si lavorava ad una nuova Costituzione repubblicana, annunciata il 27 agosto 1931 e approvata il successivo 9 dicembre.

In quei frangenti, il figlio del dittatore uscente, José Antonio Primo de Rivera, fondò la Falange spagnola, di ispirazione fascista e sostenuta anche da Benito Mussolini, mentre José Maria Gil Robles era a capo di un forte movimento cattolico di stampo reazionario, per sintetizzare le frange di coalizione che erano molto presenti in Spagna in quel momento.

Nell’ottobre del 1931 salì al governo Manuel Azana mentre Zamora divenne presidente della Repubblica.

La lenta applicazione della riforma agraria e l’ostruzionismo dei possidenti, fece esacerbare gli animi. Le terre rimanevano incolte e i contadini non solo non avevano salario, ma nemmeno niente da mangiare, mentre il prezzo del pane saliva e gli operai scioperavano, oppure sabotavano le macchine e rubavano i raccolti. Ogni reazione veniva repressa nella violenza, portando la destra ad incrementare la campagna politica a suo favore.

Questa era di certo aiutata dalla fine della Repubblica di Weimar in Germania e dal fatto che i socialisti andavano dissociandosi dai repubblicani al governo. In un clima incandescente si andò a nuove elezioni politiche nell’autunno del 1933. Il risultato sarà la vittoria della destra, trovandosi in una coalizione diversa ed essendosi spaccato l’accordo che aveva portato la sinistra a vincere le elezioni precedenti. La risposta, anche violenta in certe zone, della sinistra, porterà ad una profonda repressione con una stima di tremila morti, mentre il nuovo governo procedette subito a smantellare tutti i cambiamenti effettuati in quei due anni, alimentando ancora di più il ricorso alla ribellione.

Scioperi e manifestazioni anche non violente sconvolsero il Paese, mentre in vista della mietitura venne autorizzato l’uso di manodopera straniera per ridurre la paga e non darla ai contadini spagnoli.

Alle continue rivolte non violente si rispose ripristinando la legge marziale. Quando nelle Asturie, soprattutto i minatori, organizzarono uno sciopero generale, venne impiegata la Legione straniera richiamata dal Marocco che si macchiò di crimini anche contro donne e bambini. Oltre mille furono i morti e trentamila gli arresti, tra violenze inimmaginabili e torture.

Azana non fece più di tanto e fu necessario un rimpasto di governo, mentre l’esercito venne riformato, soprattutto modernizzandolo, in vista di una guerra civile.

Scosso da due scandali, il governo cadde verso la fine del 1935.

Vennero indette nuove elezioni, mentre Azana stesso tramava per deporre Zamora, troppo conservatore, riuscendo ad essere nominato Presidente della Repubblica, con Prieto primo ministro che tuttavia non appoggiò il governo che cadde. Alla fine, il nuovo capo del governo fece intervenire la Guardia Civil a favore degli agrari, non risolvendo ancora la situazione di tensione.

Alle elezioni del 1936 vinceranno di nuovo i partiti di sinistra riuniti nel Fronte popolare. Il risultato elettorale stavolta non verrà accettato dalla destra, ma le formazioni di sinistra cercarono di ostacolarla, organizzando anche attentati a personalità politiche rivali, tanto che venne assassinato de Rivera.

Nel governo le posizioni intransigenti di tutti non avrebbero portato ad un’intesa e quell’atteggiamento convinse i più che dovesse intervenire l’esercito, in modo da riportare l’ordine nel Paese. Il governo capiva che il potere dei generali era molto alto e, quindi, rimosse Francisco Franco a capo di Stato Maggiore dell’Esercito, provvedendo a trasferirli in altre zone, in modo da ostacolarne l’iniziativa.

I rivoltosi nazionalisti poterono contare sull’appoggio dell’esercito, in modo particolare le truppe di stanza in Marocco, e sulla Legione straniera spagnola ancora al comando del generale Francisco Franco al quale la zona venne assegnata. Venne infatti organizzata una rivolta miliare che, a partire dal 17 luglio, portò quattro armate a ribellarsi al governo repubblicano.

Il complotto venne organizzato dal generale Mola, mentre alcuni falangisti il 12 luglio uccisero l’ufficiale delle Guardie d’assalto repubblicane e il leader dell’opposizione.

Francisco Franco, che era stato trasferito alle Canarie, venne portato in aereo in Marocco dove le sue guarnigioni lo attendevano e da dove la guerra civile prese avvio. Forte di 34mila uomini, il generale ottenne subito successi, ma quello che davvero fece la differenza fu l’ammutinamento della flotta navale che rifiutò di collaborare con i fascisti, portando un vantaggio alla Repubblica, in quanto le truppe di Franco dovettero essere trasferite nel continente in modo alternativo al più pratico trasferimento navale.

Grazie all’appoggio di Italia e Germania, infatti, venne organizzato un ponte aereo inimmaginabile fino ad allora. Lo sbarco avvenne a Siviglia da dove Franco ordinò di procedere verso Madrid: la presa della capitale veniva ritenuta fondamentale.

Franco, diventato noto per aver imposto l’ordine nelle Asturie durante la rivolta dei minatori del 1934, passò in Spagna e formò un governo a Burgos, conservatrice e clericale che non si ribellò come altre città, appoggiato da Germania e Italia, mentre il legittimo governo riusciva a mobilitare la resistenza popolare e i quadri militari rimastigli fedeli, ottenendo l’appoggio dell’Unione Sovietica.

Anche se la destra non lo aveva esattamente calcolato, molta parte della popolazione insorse e occupò città, creando due fronti divisi. La Repubblica decise di armare il popolo, frammentando ancor più la difesa e indispettendo i generali, ma comunque la fragilità degli equilibri fu sempre più chiara.

I nazionalisti non avevano una precisa idea del governo futuro, ma di certo la posizione era centralista, alla quale la Chiesa diede una mano affermando che la loro era una crociata contro le forze del male comuniste e anarchiche. Questo diede coraggio nel cercare di normalizzare le zone occupate dalle armate golpiste che, per portare o riportare l’ordine, si credettero investite della crociata e attuarono delle stragi organizzate, a differenza degli eccidi nelle zone occupate dalle truppe repubblicane che, se c’erano, li vedevano perpetrati da elementi isolati o comunque non organizzati dall’alto.

La Spagna divenne il banco di prova dei rapporti di forza tra chi cercava di impegnarsi a porre un freno al dilagare del fascismo, e chi voleva fermare, invece, il bolscevismo di stampo sovietico, mentre la prova delle nuove armi sarà importante in vista di una nuova guerra mondiale.

Il fronte repubblicano, comunque, era molto diviso al suo interno, rispetto alla compattezza di idee del fronte franchista: in Aragona e Catalogna lavoratori e contadini collettivizzano trasporti, industrie, commercio e acqua, espropriandone i proprietari per gestire le imprese direttamente.

Nel settore agricolo vennero messi in comune raccolti e attrezzature, creando delle comuni che però mantenevano una forte violenza nei confronti del ceto borghese e, soprattutto, del clero, tanto che si conteranno moltissimi religiosi e religiose assassinati. Prevarranno atteggiamenti soprattutto anarchici, denunciati anche da Stalin che riteneva ingiustificati comportamenti che spaventavano la società, pericolosamente creando la necessità di sostenere la parte politica avversa.

Per tutta risposta, i franchisti risposero con eccidi di massa.

In ogni parte del Paese la rabbia anticlericale sconvolse paesi e città, reazione a secoli di repressione, e questo fu uno degli aspetti che maggiormente impressionò della Spagna ultracattolica.

Mentre quasi in ogni zona si moltiplicavano i massacri da una parte e dall’altra, le cifre storicamente accettate dell’uccisione di preti e suore si attestano a 13 vescovi, oltre quattromila sacerdoti, oltre duemila religiosi e circa trecento suore, quasi tutti assassinati nel 1936. I nazionalisti, dal canto loro, uccisero sacerdoti baschi o protestanti, ottenendo nel settembre 1936 l’appoggio alla loro causa da parte di papa Pio XI.

Voci di protesta si levavano da ogni dove.

Il primo ottobre 1936 Francisco Franco ebbe l’investitura di capo di Stato, come prese a chiamarsi da allora, accanto al temine Caudillo, duce, di provenienza medievale.

In questo frangente della guerra civile spagnola, la posizione diplomatica italiana era di orientarsi sempre più verso una politica di preponderanza sul mar Mediterraneo (essenzialmente per evitare un accordo tra Parigi e Madrid), per il momento lasciando da parte le mire sulla regione adriatica, allo stesso tempo avvicinandosi sempre più al Terzo Reich.

Questi, infatti, aveva riconosciuto il dominio italiano sull’Etiopia, riconoscimento che per Mussolini era importantissimo. Intervenire in Spagna esporrà molto il governo fascista italiano: ci furono tra i volontari italiani circa quattromila morti, oltre 11mila feriti, circa sei miliardi di lire di materiale bellico impiegato che non verrà, se non parzialmente, rimborsato dai nazionalisti spagnoli, e soprattutto, non vennero registrate sul campo soltanto vittorie (infatti Franco in futuro bollerà come solo parziale l’aiuto ricevuto dall’Italia).

Ad una battuta d’arresto delle truppe franchiste, Mussolini tra la fine del 1936 e il febbraio 1937, decise di inviare un corpo di spedizione composto da quattro divisioni di Camicie nere costituenti il Corpo Truppe Volontarie al comando del generale Mario Roatta, con un gruppo di forze aeree dell’Aviazione legionaria. Il comando supremo sarebbe stato di Franco, ma con un’ampia autonomia.

Le truppe italiane al comando di Roatta e le truppe nazionaliste spagnole al comando di Quipo de Llano si diressero sulla popolosa Malaga che, pesantemente bombardata e grazie agli agili carri armati italiani, cadde. Il successo, al quale seguirono molti massacri, diede l’idea di una facile vittoria nazionalista, con nuovi obiettivi sia verso Valencia, sia di ipotesi di successo su Madrid. I nuovi scontri portarono ad un numero impressionante di morti, quasi 50mila sui due fronti, senza grandi conquiste territoriali.

A Guadalajara, l’8 marzo seguente, gli uomini al comando del generale Roatta, appoggiati controvoglia dai nazionalisti, attaccarono per cercare di chiudere il cerchio intorno alla capitale.

Dopo un iniziale successo, le piogge torrenziali del pomeriggio fermarono l’avanzata, mentre l’aviazione non poteva decollare.

I repubblicani ne approfittarono, ottenendo un clamoroso successo e una sonora sconfitta per i fascisti, soprattutto sul piano politico e dell’immagine. Tuttavia, dal punto di vista militare, se non si erano persi troppi chilometri di territorio, si perse molto materiale bellico, documenti importanti e molti militari che vennero presi prigionieri. Per tutta risposta, i nazionalisti si resero conto che le forze avversarie erano molto forti nel cuore della Spagna, e che quindi dovevano essere battute in altre aree, ad esempio dove le risorse minerarie e le fabbriche erano più concentrate e attive.

Il generale Roatta venne sostituito da Ettore Bastico e Gastone Gambara che procedettero alla riorganizzazione delle truppe volontarie, anche se divenne evidente la perdita di fiducia nelle truppe italiane a favore di quelle tedesche.

Venne presa d’assalto Bilbao, assieme ad altre cittadine, mentre in pochi giorni si assistette alla tristemente famosa azione contro Guernica, antica capitale dei Paesi Baschi, che il 26 aprile 1937 venne colpita pesantemente dall’aviazione provocando il massacro di civili che suscitò l’indignazione internazionale.

Bilbao cadde il 19 giugno seguente. La risposta repubblicana non si fece attendere con un attacco a sorpresa su Brunete che rischiò di isolare le truppe nazionaliste verso Madrid, ritardando la conquista franchista dei Paesi Baschi.

Verso la metà di agosto, i nazionalisti ripresero la marcia verso Santander, che si arrese il 26 del mese ad una divisione di volontari. Nei due mesi seguenti continuarono i combattimenti sulle Asturie.

Il governo di Largo Caballero si dimostrava incapace di gestire i quadri repubblicani, soprattutto anarchici, con i comunisti che sostenevano un nuovo ministero repubblicano, ma convinti dell’indifendibilità di Madrid che, in effetti, veniva difesa da forze provenienti da molti altri Paesi, mantenendo la resistenza che si protrasse per ventotto mesi grazie allo stoicismo della popolazione e delle truppe volontarie.

Il 16 maggio 1937 Caballero perse la fiducia del governo che venne poi formato da Negrìn. Egli sostenne la politica dei comunisti che cercavano sia di vincere la guerra, sia di accentrare il comando nelle mani del partito, ritenuto lo strumento essenziale per salvare la Repubblica, mentre altri partiti speravano in una maggiore presa dei liberali, appoggiati da Azana che auspicava la sostituzione di Francia e Gran Bretagna all’Unione Sovietica, sostenitrice dei repubblicani spagnoli.

Morti gli altri generali, Franco procedette all’acquisizione dei poteri politici, istituendo il primo governo regolare alla fine di gennaio del 1938, chiudendo la parentesi di Burgos.

L’inverno freddo fermò per un paio di mesi le operazioni militari che, comunque, vedevano la netta predominanza nazionalista, e si arrivò alla battaglia dell’Ebro iniziata l’8 marzo 1938.

Alla metà di marzo venne bombardata Barcellona, una sorta di rivincita di Mussolini che aveva dovuto incassare l’annessione tedesca dell’Austria; il 5 aprile cadde Lleida, mentre il governo di Negrìn si trovò ad avere ampio consenso, ma a dover cedere la maggior parte dei comandi ai comunisti.

Se a questo punto Franco avrebbe dovuto concludere la conquista della Catalogna, ricca di industrie preziose per lo sforzo bellico, vi rinunciò perché aveva più mire politiche che militari. Lasciare sul campo troppi repubblicani poteva esser controproducente per i risultati politici al termine della guerra, e di quella lentezza si lamentarono ripetutamente anche Mussolini e i tedeschi.

La battaglia dell’Ebro fu fermata a favore dell’attacco su Valencia, perché il Caudillo voleva mantenere l’impegno tedesco in Spagna, tanto che aumentò le concessioni minerarie a favore del Reich, così come aumentò l’impegno italiano, con l’invio di nuove forze di terra, per dare ancora più forza ai nazionalisti.

Il governo repubblicano chiuse i confini con la Francia per rendere difficile l’approvvigionamento della Catalogna.

Si moltiplicarono i raid aerei italo-tedeschi su Alicante, Barcellona, Valencia e sulla flotta britannica. Gli inglesi, malgrado tutto, mantennero un atteggiamento debole nei confronti del governo spagnolo.

Ripresa la battaglia dell’Ebro, i risultati furono deludenti e molto criticati: i risultati certi da entrambe le parti furono l’impressionante numero di morti e feriti. Le truppe repubblicane, comunque, ebbero la peggio soprattutto per il morale sempre più basso che portò a numerose defezioni nell’arco del 1938, soprattutto di socialisti e anarchici, mentre le condizioni per la popolazione erano misere e senza speranza.

Alla Conferenza di Monaco del settembre 1938, Negrìn cercò di porre la questione spagnola come di un affare interno, annunciando che ogni truppa volontaria avrebbe lasciato il Paese: dopo le ulteriori annessioni tedesche, Negrìn sperava in un coinvolgimento bellico di Germania e Italia che avrebbe portato le due dittature a ritirare le proprie truppe dal suolo spagnolo, ma ancora una volta la comunità internazionale si piegò alle volontà di Hitler.

In realtà anche l’Unione Sovietica ridusse il suo impegno spagnolo, determinando la fine dell’appoggio ai repubblicani.

Franco sferrò l’attacco finale su Madrid il 23 dicembre 1938, anticipato dall’azione del generale Gambara.

Il 15 gennaio 1939 cadde Tarragona, il 10 febbraio la Catalogna era completamente in mano ai nazionalisti. Azana andò in esilio rassegnando le dimissioni, seguito da Negrìn e dal generale Rojo.

Francia e Gran Bretagna riconobbero il governo franchista il 27 febbraio 1939 e la Repubblica, che controllava ancora circa un terzo del territorio nazionale, si trovò nel caos.

Il mese seguente venne firmato un patto di non aggressione con il Portogallo retto dal dittatore Salazar.

Il colonnello Casado, per porre fine alla guerra civile, costituì a Madrid una Giunta di Difesa Nazionale opponendosi a Negrìn e ai comunisti che volevano continuare la lotta.

Cercava una resa condizionata che Franco non accettò, marciando su Madrid mentre le truppe repubblicane deponevano le armi. Il 27 marzo la città cadde nelle mani dei nazionalisti, la Spagna all’ultimo giorno del mese.

Il primo aprile 1939 Franco annunciò la fine della guerra.

L’epurazione che seguì fu crudele, come scrisse Galeazzo Ciano in un suo rapporto.

Franco divenne capo di una nazione piegata dagli anni di rivolte e conflitti, con l’agricoltura quasi ferma, il popolo alla fame, i materiali distrutti, la manodopera persa. Uno dei primi provvedimenti del regime fu la restituzione delle terre ai proprietari, cancellando l’illusione della modernità che si stava faticosamente raggiungendo.

Al termine della guerra civile, la Spagna si trovò alle porte di un secondo conflitto mondiale, nel quale gli alleati dell’Asse la volevano coinvolta, se non altro per il contributo datole e per evitare un accordo con la Francia. Francisco Franco mantenne molti uomini sotto le armi, ma era ben consapevole di dover rifondere i suoi sostenitori, di non avere materiale bellico adatto ad un’altra guerra (anche quello datogli dai sostenitori era logoro e, comunque, doveva essere pagato) e la situazione interna non lo faceva propendere per un intervento. 

Uscì comunque dalla Società delle Nazioni, come avevano fatto Italia e Germania, pensando che, ancora una volta, tutti avrebbero lasciato fare a Hitler e nessuna guerra ci sarebbe stata in Europa.

Quindi dopo il primo settembre 1939 dichiarò la neutralità spagnola, pur se le simpatie per le dittature dell’Asse non era cambiata.

La sua lentezza fu evidente anche in questo caso: in attesa di vedere come procedeva la guerra sul campo, e pronto ad entrarvi se davvero l’Asse fosse stata sul punto di vincere, Franco si rendeva sempre più conto dell’inadeguatezza della Spagna ad un conflitto e le vicende del Nord Africa in breve gli diedero ragione.

Intanto la repressione proseguiva, anche con l‘aiuto nazista che, arrestati dei repubblicani in Francia, li consegnò alla Spagna dove vennero giustiziati. L’occupazione tedesca della Francia fu un altro momento terribile per i rifugiati repubblicani, infatti, perché gli esuli che non riuscirono a fuggire all’estero caddero nelle mani degli occupanti tedeschi o dei loro affiliati.

Un esempio è Largo Caballero che venne arrestato, trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì nel 1944.

Molti spagnoli, si calcola circa 15mila, vennero impiegati nell’Organizzazione Todt, soprattutto per la costruzione del Vallo Atlantico.

Si realizzò un vero e proprio terrore franchista, con campi di internamento e prigionieri utilizzati come forza lavoro, soprattutto nelle cave o per la ricostruzione delle cittadine distrutte.

Alessia Biasiolo