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mercoledì 20 luglio 2022

L'aereonautica nella Prima Guerra Mondiale

 

Allegri Girolamo: il “frate” pilota

di

Osvaldo Biribicchi

 

Il Sottotenente di complemento pilota Girolamo Allegri, asso della giovane aviazione militare italiana, ha avuto un posto d’onore nella produzione letteraria dannunziana con il libro Morte di frate Ginepro. Un frate pilota? Quale relazione lega il libro al valoroso aviatore? Allegri, nato a Venezia il 25 marzo 1893, dopo aver compiuto il servizio militare nel 5o Reggimento Artiglieria viene richiamato, a seguito della mobilitazione, con il grado di sergente d’artiglieria. L’Italia è ormai prossima ad entrare in guerra, Allegri chiede di passare in aviazione e, dopo aver conseguito il brevetto di pilota, inizia i voli di guerra mentre l’esercito italiano, dopo Caporetto, è fermo sul Piave.                Fra Ginepro si mette subito in luce per le sue qualità acrobatiche, per la sua audacia e coraggio. Compie ben 119 voli in undici mesi, celebre è rimasta la cosiddetta beffa di Feltre; il 7 giugno 1918 compare all’improvviso a volo radente sul campo d’aviazione austriaco di Feltre bombardando e mitragliando, fra un looping ed un tonneau, tutto ciò che gli capita a tiro. Così come è comparso sparisce tra lo smarrimento, la paura e la malcelata ammirazione del nemico. Due mesi dopo, in servizio presso la leggendaria 87a Squadriglia “La Serenissima” (costituita in gran parte da piloti veneti), conosce Gabriele d’Annunzio che rimane affascinato dalla figura di questo simpatico pilota veneziano con una lunga barba che lo fa assomigliare più ad un monaco guerriero, da cui il soprannome di Fra Ginepro coniato dal Vate, che ad un freddo pilota da caccia. È con d’Annunzio nello storico volo su Vienna, il 9 agosto 1918, quando sette velivoli della 87a Squadriglia si presentano in perfetta formazione sul cielo della capitale austriaca per lanciare migliaia di volantini propagandistici. L’impresa vale ad Allegri la promozione a sottotenente. Una gioia di breve durata; il pilota veneziano, dopo tanti temerari e rischiosi voli di guerra, muore a soli venticinque anni il 5 ottobre 1918 dopo essere entrato in collisione, poco prima di atterrare sul campo volo di San Pelagio, con l’aereo del compagno di squadriglia Guglielmo Vianini che riesce a salvarsi. Il Poeta, addolorato per la perdita dell’amico e valoroso pilota, scrive in sua memoria lo struggente libro Morte di frate Ginepro.                                                                                                                                                  A Girolamo Allegri, il 19 agosto 1921, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: Pilota di raro ardire e di virtù eccezionali iniziava, per primo, una serie di bombardamenti e mitragliamenti di grande efficacia, eseguiti tutti a quota bassissima su importanti centri di vita del nemico, alcuni dei quali nelle più remote retrovie avversarie. Non ancora ristabilito da recente malattia, pur di partecipare ad una di queste importantissime azioni sopra scalo ferroviario importante, partiva in volo di propria iniziativa, e con audacia e perizia effettuava il bombardamento riuscito efficacissimo. Al ritorno, per causa accidentale, precipitava al suolo sullo stesso campo di partenza, chiudendo così il servizio di magnifico soldato dell’aria con olocausto della sua valorosa esistenza. Già decorato di tre medaglie d’argento ed una di bronzo al valore militare. Cielo di La Comina - Franzensfeste, Casarsa, Portogruaro, agosto - ottobre 1918.

domenica 10 luglio 2022

Antonio Trogu. La difesa della Tunisia. 1943

 

 Battaglia di Takrouna (Tunisia) condotta dai fanti del 66° Reggimento nelle fasi finali del ripiegamento italiano in Africa Settentrionale nel corso della II Guerra Mondiale (Aprile-Maggio 1943)

 

Solo Enfidaville separa l’8a armata da Tunisi. Si sta avvicinando l’ora dell’offensiva finale. Alle 21.30 del 19 aprile, un tremendo tambureggiamento annuncia un nuovo attacco. Il I° Btg. del 66° Rgt. fanteria (Cap. Politi), rinforzato da 2 Compagnie di “Folgorini”, un reparto di granatieri e una ventina di tedeschi, resiste superbamente per due giorni a una Divisione neozelandese sull’impervio pilastro di Takrouna, facendo fallire il piano di sfondamento di Montgomery che è rimandato solo di qualche giorno. 

Il 20 aprile 1943, il Comandante della Divisione “Trieste”, Generale La Ferla, affidò ad alcuni reparti di formazione, tra cui i resti della Divisione Paracadutisti Folgore, il compito di prestare man forte al 66° Reggimento Fanteria che rischiava di perdere il controllo del villaggio di Takrouna situato su un picco roccioso che si erge in mezzo alla piana di Enfidhaville. Nel villaggio infuriava il combattimento tra gli italiani e le truppe anglo-neozelandesi. Riconquistato il villaggio, oramai decimati dall'incessante fuoco nemico, i fanti del 66° Reggimento, i Paracadutisti ed un’ultima compagnia di Granatieri giunta in rinforzo, riuscirono a resistere fino alla sera del 21 aprile. La mattina del 22 aprile, dovettero tuttavia soccombere per mancanza di rifornimenti.

Radio Londra, per giustificare il ritardo dell’avanzata verso Tunisi, affermò che l’Italia aveva schierato laggiù i suoi migliori soldati.

Durante la 2^ Guerra Mondiale, inquadrato nella 101^ divisione "Trieste", 66° Reggimento Fanteria partecipa alla campagna in Africa settentrionale, contendendo il terreno all'8^ armata da El Alamein alla Tunisia dove, durante la battaglia di Takrouna, il 1° Battaglione al comando del Capitano Mario Politi, si copre di gloria tenendo in scacco una divisione nemica per diversi giorni e cedendo soltanto dopo aver terminato le munizioni, meritando così la Medaglia d'Oro al Valore Militare.

Oggi il 66° e’ il primo ed unico Rgt. f. Aeromobile della Forza Armata.

giovedì 30 giugno 2022

La espansione russa di metà dell'ottoceto

 

La Guerra Finnico – Russa

12/1939 – 3/1940

Una lezione ancora attuale

Ten. Cpl. Art. Pe. Sergio  Benedetto  Sabetta

 

            In questa rideterminazione delle aree di influenza che la guerra in Ucraina contribuisce a delineare, nell’evidenziare una crisi di sistema iniziata nel 2001 ed esplosa nel secondo decennio del nuovo millennio, gli USA si appoggiano sulla resistenza dell’Ucraina per logorare i Russi senza scendere direttamente in campo, non potendo sostenere i costi umani di fronte ad una opinione interna divisa, che non vuole impegnarsi su un teatro lontano e non sentito come essenziale.

            I costi economici vengono sostanzialmente scaricati sull’U.E., per altro divisa al suo interno tra coloro ad Est coinvolti in prima persona e gli Stati ad Ovest, in primis Francia e Germania, più sensibili alle relazioni economiche e ai suoi riflessi sociali, ottenendo comunque gli USA una ricompattazione della NATO negli ultimi tempi piuttosto sfilacciata, anche per una serie di errori e ritirate da settori fuori area.

            Tutto questo sotto lo sguardo interessato e le autonome manovre della Cina ma anche dell’India, della Turchia e di altre potenze regionali.

            La Russia appare a sua volta impantanata, ripiegata su obiettivi minori, tanto che si parla di sconfiggerla, ma questo oltre che dubbio non sembra essere il vero obiettivo degli USA e degli Anglosassoni, oltre che dispendioso e logorante sarebbe anche controproducente creando un pericolosissimo vuoto di potere, con una instabilità dagli scenari imprevedibili, si dovrà quindi, prima o poi, trattare.

            Interessante al riguardo l’insegnamento della guerra Finnico-Russa del 1939/1940, dove la guerra si concluse con l’accettazione di alcune condizioni, ma da una posizione di forza a seguito di una serie di vittorie tattiche.

            La guerra si sviluppò dai primi del dicembre 1939 a metà marzo 1940 e costò ai Russi uomini e materiali, tuttavia ai primi di marzo il Maresciallo Gustav Mannerheim chiese al governo finnico di accettare le condizioni russe intavolando le trattative.

            Anche allora il 30.11.1939, quando i negoziati sembravano ancora possibili, la Russia bombardò Helsinki iniziando le ostilità, così come avvenuto il 24 febbraio 2022 a Kiev.

            Alla massa di circa mezzo milione di uomini i finnici non potevano che opporre 9 divisioni di 15 mila uomini ciascuna, con in più una netta superiorità russa in artiglieria e carri d’assalto.

            Nonostante questa sproporzione, conoscendo il terreno e con una alta flessibilità, una serie di imboscate bloccò le colonne russe, le quali non riuscirono a dispiegarsi per mancato coordinamento, non conoscenza del territorio e una massa di neve e boschi tale da impedire la manovrabilità.

            A differenza della situazione nell’Ucraina attuale, gli aiuti di Francia e Inghilterra furono contenuti nonostante le promesse, si era già in guerra con la Germania nazista ed emergevano tutte le mancanze tecniche e teoriche da parte degli alleati.

            Tuttavia i finnici, guidati abilmente dal Maresciallo Mannerheim, inflissero notevoli sconfitte ai Russi ma la sproporzione alla lunga pesava.

            La lotta durò dal dicembre 1939 alla metà del marzo 1940 quando, a seguito di trattative di pace, il 13 marzo alle ore 11 i combattimenti cessarono.

            L’abilità del Maresciallo Mannerheim fu di vincere sul piano tattico ma nel momento del massimo successo di intavolare le trattative per ottenere una pace con perdite territoriali minime, evitando in tal modo tra l’altro la devastazione del Paese, forse utile a qualcuno ma certamente non per i finnici, una lezione di uno stretto e intelligente rapporto tra politica, diplomazia e guerra.  

lunedì 13 giugno 2022

BEPPINO NASETTA, PRIMO CADUTO DELLA BATTAGLIA DELLE ALPI OCCIDENTALI E M.A.V.M.


 


di

Marco Montagnani

 

LA GIOVINEZZA NELL’IDEALE CATTOLICO

 Beppino Nasetta nacque il 5 settembre 1916 nel gruppo di case chiamato Roata Lerda (ora Madonna delle Grazie), a pochi passi da Cuneo, città nella quale ben presto si trasferì insieme alla famiglia. La sua educazione fu saldamente improntata a principi religiosi che, come vedremo, si fortificarono nell’età adulta. A dimostrazione, la prolungata attività nell’Azione Cattolica della parrocchia del Duomo di Cuneo, come pure nelle locali Associazione Giovanile San Carlo e Conferenza di San Vincenzo. Nel 1938, dopo avere ottenuto il diploma di Ragioniere, si laureò in Economia e Commercio, assai meritoriamente, perché durante tale impegno svolse il servizio militare di leva, in qualità di Aspirante Ufficiale di Complemento nell’Arma di Fanteria, precisamente presso il 33° Reggimento della Brigata “Livorno” (l’inizio del servizio di prima nomina avvenne l'1 luglio 1937).

 l 19 febbraio 1939, nel corso di una riunione pubblica tenutasi al Teatro Littorio di Cuneo, Antonio Bonino, locale Segretario Federale del Partito Nazionale Fascista, criticò aspramente l’Azione Cattolica e anche il Vescovo della città, Giacomo Rosso. In tal modo il gerarca alimentava quell’azione di contrasto che da tempo, a livello nazionale, il Regime, nonostante il disposto concordatario del 1929, metteva in atto nei confronti delle organizzazioni cattoliche.

 Nasetta, presente in sala, prese la parola e controbatté le accuse. Le conseguenze furono tanto pesanti quanto immediate. Infatti, il giorno successivo, sul giornale di Cuneo e Provincia, “Sentinella d’Italia”, fu pubblicata la notizia secondo la quale Bonino, “valendosi della facoltà concessagli dall'art. 31 dello Statuto del P.N.F., ha adottato nei confronti del tesserato Nasetta Giuseppe il provvedimento del ritiro della tessera per assoluta assenza di fede fascista”. In conseguenza di ciò, il Nostro perdette anche il lavoro in banca.

 Poco più di un anno dopo l’Italia, entrata in guerra a fianco della Germania, attaccò la Francia sull’arco alpino occidentale, in quella che è chiamata la “Battaglia delle Alpi Occidentali” (“Bataille des Alpes”). Anche il confine che interessava il cuneese fu luogo di rilevanti operazioni che produssero aspri combattimenti. In tale zona si trovava Nasetta, in qualità di Sottotenente della Guardia alla Frontiera (G.a.F.) (NOTA 1). Precisamente, nel III Settore di Copertura “Stura” (NOTA 2). Detto Settore andava da Ponte Negri (per i francesi Pont de Paule, fino al 1947 valico del confine italo-francese tra Piemonte e Nizzardo, situato sul torrente Tinea, vicino alla confluenza del vallone di Molliera, allora frazione del comune italiano di Valdieri), al Passo di Vanclava (al confine tra la Valle Maira e la valle dell’Ubayette e situato a ridosso del Monte Oronaye). Il III Settore di Copertura, con il Comando a Cuneo e il Deposito a Borgo San Dalmazzo, era articolato su due Sottosettori: III/a "Collalunga – San Salvatore" (Sede a Vinadio); III/b "Alta Stura" (Sede a Sambuco). Quest’ultimo era quello di Nasetta, che svolgeva i suoi compiti nella zona del Colle della Maddalena (Col de Larche per i francesi).

 I PRODROMI DELLA VALOROSA MORTE

 Si sa che le ostilità fra italiani e francesi ebbero ufficialmente inizio alle ore zero dell’11 giugno 1940 e durarono fino al successivo giorno 25. Invece, non è noto a tutti che il precedente giorno 7 il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Rodolfo Graziani, aveva ordinato, su disposizione del Duce, che, in caso di ostilità, nei confronti della Francia bisognava mantenere “contegno assolutamente difensivo, sia in terra che in aria” anche se “una volta iniziate le ostilità, e manifestandosi offese avversarie, si dovrà reagire senz’altro”.

Ciononostante, lo S.M.R.E., voleva rapidamente ottenere il predominio su tutti i valichi di confine e per questo le forze italiane ebbero l’ordine di porre in atto un’occupazione avanzata, da completarsi sempre entro l’11 giugno.

 Nondimeno, anche i francesi, nell’eventualità di un conflitto con l’Italia, avevano dato, già al momento della mobilitazione del 1939, analoga disposizione che però fu ridimensionata a causa del depauperamento di forze determinato dall’invasione tedesca. Perciò sulla linea di confine furono schierate solo le “Section d’Èclaireurs-Skieurs” (S.E.S.), ognuna delle quali radunava una quarantina di uomini, esperti di alpinismo e tiro. Sulla carta, le S.E.S. avevano compiti difensivi, precisamente d’osservazione e allarme ma, lo si vedrà, in taluni casi, indirizzati dai comandi locali, assunsero contegno decisamente offensivo.

 In tali condizioni andò maturando il valoroso gesto di Nasetta, gesto che purtroppo gli costerà la vita.

 LA TRAGICA ALBA DEL 13 GIUGNO A CIMA LA PARA

 Come appena detto, alcune S.E.S. intrapresero iniziative decisamente aggressive. Ad esempio, fin dal primo mattino del 13 giugno tentarono d’occupare il Colle della Galisia, alla testata della valle di Locana e il vicino Colle della Losa. Il Battaglione alpino “Intra”, del Raggruppamento “Levanna, le respinse. Per contro, analoghe iniziative riuscirono in altri luoghi, quali la Cima del Gran Cocor e Chiapili.

 Anche la zona del Colle della Maddalena, nella quale si trovava Nasetta, sempre all’alba del 13 giugno fu interessata da un’azione francese, ancora più ardita di quelle appena descritte.

 La Section d’Éclaireurs-Skieurs dell’83° Bataillon Alpin de Forteresse (B.A.F.), comandata dal Lieutenant Roland Costa de Beauregard (NOTA 3), riuscì a infiltrarsi fra gli avamposti italiani e attaccò un Nucleo Armi Supplementari (NOTA 4), organizzato in trincea e situato alle pendici sud-ovest di Cima La Para (pressi del lago del Colle della Maddalena). Nasetta, avvertito della minaccia, accorse prestamente sul luogo e visto che due guardie di Finanza erano state ferite e non combattevano più, impugnò la mitragliatrice che si trovava nella trincea e fronteggiò il nemico, infliggendogli serie perdite. Fece fuoco anche contro altri francesi che stavano sopraggiungendo, ma mentre lo faceva, venne colpito al fianco sinistro da una raffica che lo uccise. Fu il primo caduto italiano della Battaglia delle Alpi Occidentali. Nel frattempo i nostri si erano riorganizzati e il nemico, sotto il tiro anche di un’altra mitragliatrice governata dal Sergente Carlo Prazzoli (che per questo meritò la M.B.V.M.), ripiegò senza essere riuscito a metter piede sul suolo italiano.

 Nasetta era ben consapevole che la difesa dell’area in cui si trovava presentava delle criticità. Infatti, qualche giorno prima, al Generale che la stava ispezionando espresse la consapevolezza della delicatezza del suo compito e della necessità di ben assolverlo, rassicurando al tempo stesso l’alto ufficiale: “vi assicuro che di qui non passerà un francese. Conosco bene tutte le vie di accesso; io ed i miei siamo disposti a difenderle a costo della nostra vita. Da nove mesi attendo qui con impazienza ed io stesso voglio sparare il primo colpo di mitragliatrice ed aprire la strada ai nostri fanti”. Manterrà la promessa.

 Per il valore dimostrato Nasetta fu insignito della M.A.V.M., con la seguente motivazione: “Nasetta Beppino di Giacomo e di Bertaina Lidia, da Cuneo, sottotenente III settore G.a.F. (Alla memoria) – Preposto alla vigilanza di un tratto vitale della frontiera, conscio della importanza del compito, preparava i dipendenti al cimento con volontà perseverante e indefettibile fervore, infondendo in essi la sua stessa fede, il suo entusiasmo. Al proprio comandante prometteva di mantenere la posizione a costo della vita. Saputo che un suo nucleo era stato attaccato da forze preponderanti, accorreva prontamente. Sostituitosi a un mitragliere ferito, perseverare impavido nella lotta, finché, investito dal fuoco nemico, cadeva sul luogo stesso ove aveva espresso il suo eroico proponimento, consacrando così, con il sacrificio della sua giovane vita la sua promessa. – Colle della Maddalena, 13 giugno 1940”.

 In quel giorno, tutto il fronte di guerra stava ancora vivendo una situazione di relativa stasi, ma già dalla sera successiva alla morte di Beppino, italiani e francesi iniziarono a scontrarsi più incisivamente e Cima La Para fu nuovamente interessata da combattimenti.

Prima di continuare a parlare di Nasetta è giusto raccontare cosa successe nella zona del Colle della Maddalena nei giorni successivi alla morte del Nostro. In un primo tempo il luogo fu prevalentemente interessato da concentramenti di nostre truppe, come pure di artiglierie portate vicino al confine per supportare l’attacco, sempre più prossimo che, infatti, iniziò il 22 giugno. In tale data la Divisione Alpina “Cuneense” e il 2° Raggruppamento Alpini avanzarono allo scopo di occupare la comba di Maurin nell’alto Ubaye, calare su Saint Paul e occupare il Col de Vars. Era iniziata la cosiddetta “Operazione M” (Maddalena). L’azione degli alpini aveva lo scopo di fiancheggiare quella principale, affidata alle divisioni “Forlì” e “Acqui”, sulla direttrice Colle della Maddalena – Larche – Meyronnes, nella Valle dell’Ubayette, che prese il via il 23 giugno. In seguito, alpini e fanti, una volta riunitisi, dovevano proseguire insieme per occupare Jausiers e la conca di Barcellonette. L’offensiva, però, fu rallentata: dal forte maltempo, caratterizzato anche da inusuali, vista la stagione, nevicate (furono moltissimi i congelati); dal terreno impervio; dalla precisione del tiro delle batterie francesi, su tutte quella della Roche de la Croix, che ebbero pieno agio nel tirare poiché, sempre a causa delle intemperie, le artiglierie italiane non avevano potuto raggiungere posizioni adeguate per controbattere.

 Anche sulla restante linea di confine con la Francia gli italiani incontrarono serie difficoltà nello sfondare, subendo la solida difesa francese. La “Maginot delle Alpi” si dimostrò ostica da aggirare. Tale impasse fu risolta dal collasso istituzionale e militare della Francia, costretta a chiedere l’armistizio alla Germania e all’Italia, che entrò in vigore all'1:35 del 25 giugno 1940.

La Battaglia delle Alpi Occidentali costò agli italiani: 631 morti (59 ufficiali); 616 dispersi; 2.631 tra feriti e congelati; 1.141 prigionieri, però ben presto restituiti.

 LA QUESTIONE DELLA MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE NEGATA

 Nel dopoguerra si sviluppò una corrente di pensiero, che prosegue ancora oggi, secondo la quale Beppino Nasetta era stato defraudato della Medaglia d’Oro al Valor Militare (NOTA 5). Se non il primo, uno dei primi articoli in cui la questione venne affrontata, fu pubblicato su “La Guida”, giornale d’ispirazione cattolica di Cuneo e Provincia, il 22 luglio 1960, nel ventennale del sacrificio della giovane vita. Infatti, dopo una ricchissima descrizione delle virtù religiose di Beppino, così fu scritto: “Venne proposto per la medaglia d’oro al valor militare, ma la rabbia fascista, che lo aveva colpito in pace, non venne meno neanche durante la guerra, infierendo perfino sulla sua memoria, resa tanto più degna dall’eroismo e dal sacrificio”.

 Sullo stesso giornale, nel cinquantennale del sacrificio (7 settembre 1990), Nasetta fu nuovamente ricordato. Anche se l’argomento medaglia d’oro non venne toccato, l’articolo certamente smosse la sensibilità di qualcuno. Solo così si può spiegare l’interrogazione, dell’anno successivo, presentata dall’Onorevole Raffaele Costa, mirante a ottenere per Nasetta per l’appunto la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Interrogazione così formulata: “Al Presidente del Consiglio dei ministri ed al Ministro della difesa – Per conoscere quali siano le loro valutazioni e quali iniziative intendano assumere in relazione ai numerosi appelli rivolti al Ministero da più parti, intesi ad ottenere la riapertura del caso relativo al sottotenente Giuseppe Nasetta, primo caduto italiano durante la seconda guerra mondiale, morto ad Argentera (Cn) il 13 giugno 1940 nell’atto di difendere alcuni suoi soldati in prima linea, al quale venne negato il conferimento della medaglia d’oro alla memoria perché “assolutamente privo di fede fascista “ come cita la motivazione agli atti, depositati presso l’Istituto storico della resistenza, e a cui venne pertanto attribuita la medaglia d’argento; se non ritengano, trattandosi di un’evidente discriminazione politica e di una grave ingiustizia perpetrata nei confronti dell’ufficiale cuneese, di disporre l’immediata riapertura del caso e di assegnare il massimo riconoscimento alla sua memoria”.

 E’ il caso di notare come l’Onorevole Costa, a sostegno della sua richiesta, sostenne che: 1) la Medaglia d’Oro non era stata assegnata per l’“assoluta assenza di fede fascista” di Nasetta citando, seppur non alla lettera, quanto scritto, e già sopra riportato, dalla “Sentinella d’Italia” del 20/21 febbraio 1939; 2) presso l’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo esisteva documentazione comprovante l’“evidente discriminazione”.

 La replica del Ministro della Difesa del tempo, Virginio Rognoni, fu la seguente: ”Agli atti esiste una proposta di concessione di decorazione al valor militare al sottotenente Nasetta Beppino, sulla quale i superiori gerarchici così a suo tempo si espressero. La commissione militare consultiva unica per la concessione e la perdita di decorazioni al valor militare, nella seduta del 4 settembre 1940, propose all’unanimità la concessione della medaglia d’argento e in tal senso fu provveduto. Non sono stati rinvenuti documenti né annotazioni riguardanti la valutazione alla quale fa riferimento l’interrogante. Non risultano inoltrati i numerosi appelli citati per la revisione del caso, ma solo una richiesta del signor Antonio Rima, alla quale fu data risposta. Non si vede la possibilità di riaprire il caso”.

 Al fine di dirimere la questione, pur tenendo in alta considerazione la replica ministeriale, è stato interpellato l’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo. Il succo della competente e cortese risposta è stato che, presso di esso, non è presente documentazione ufficiale (relazioni preparatorie, note ufficiali degli incaricati, ecc.) relativa alla concessione della decorazione al VM al Nasetta, ma esiste solamente il Foglio d’Ordini del P.N.F. riportante la notizie e la motivazione della concessione.

 Sorge il dubbio che per “documentazione agli atti” dell’Istituto, l’Onorevole Costa intendesse proprio l’articolo pubblicato nel 1939 dalla “Sentinella d’Italia”. A questo punto, si ha pieno motivo di ritenere che le risposte dell’Istituto della Resistenza e di Rognoni formino il “combinato disposto” in grado di mettere una pietra sopra alla questione dell’iniquità patita da Beppino, che pertanto ora possiamo, una volta per tutte, bocciare.

 Si ritiene che per Nasetta ciò sia un bene, perché la dissoluzione delle nebbie complottistiche riporta in piena luce la sua autorevole figura di giovane ufficiale, primo militare italiano a cadere nella Battaglia delle Alpi Occidentali, che seppe assumersi le responsabilità dovute al grado e all’incarico affidatogli, consapevole dei pericoli cui andava incontro. Quindi, pienamente meritevole della M.A.V.M. e del rispetto ancora oggi tributatogli dall’Italia e dalla sua Cuneo, che gli ha dedicato una via e il plesso scolastico di Madonna delle Grazie, proprio ove egli nacque. Senza dimenticare l’ammirazione dei suoi superiori del tempo. Infatti, il Colonnello Arnaldo Azzi, Comandante del III Settore di Copertura inviava ai reparti dipendenti, la sera del 13 giugno, il seguente ordine del giorno: “stamane a Cima la Para è caduto valorosamente combattendo in difesa della Patria il Sottotenente del settore Beppino Nasetta con anima addolorato ma con sentimento di virile fierezza salutiamo la salma del nostro Glorioso caduto”. Addirittura, era il 1941, primo anniversario della morte, a Cima La Para fu inaugurato un cippo alla memoria, eretto dai commilitoni, ancor oggi esistente grazie a una serie di opportuni restauri.

 

(NOTA 1) La Guardia alla Frontiera (G.a.F.) fu istituita il 4 dicembre 1934. Era formata da reparti di Fanteria, Artiglieria, Genio e servizi. L’ufficializzazione di questo “speciale corpo del Regio Esercito” avvenne con Regio Decreto Legge n. 833 del 28 aprile 1937, convertito in legge (n. 2540) il successivo 23 dicembre. Secondo tale atto, la Guardia alla Frontiera era ordinata in Settori di Copertura (tratti ben definiti della fascia di frontiera con funzione tattica unitaria), retti da generali di Brigata o Colonnelli. Ciascun settore comprendeva un numero vario d’unità minori e di massima aveva un deposito territoriale. Gli ufficiali e i sottufficiali assegnati ad essa, erano compresi negli organici delle varie armi, esclusa quella dei Carabinieri Reali. Il suo compito era quello di proteggere i confini con le nazioni limitrofe, presidiando il sistema di fortificazioni del Vallo Alpino, formato da strutture difensive di varia specie e consistenza (opere) nelle quali erano dislocati militari e armi. Con Foglio d’Ordini n. 121 del 29 aprile 1940, i militari della Guardia alla Frontiera adottarono “il cappello alpino con nappina laterale senza penna. La nappina sarà senza numero, con parte centrale di colore verde e con striscia periferica del colore dell’Arma (scarlatta per la fanteria, giallo arancio per l’artiglieria, cremisi carico per il genio). Dalla distribuzione del cappello alpino sono esclusi i militari della G.a.F. della Libia, che conservano l’elmetto coloniale”. La mancanza della penna nera sul cappello provocò la scherzosa canzonatura degli Alpini, che soprannominarono la G.a.F. “la vidoa” (la vedova). Ovviamente, il fregio sul cappello era quello dell’Arma cui il militare apparteneva quindi: Fanteria, oppure Artiglieria oppure Genio. Nel suo tondino andava aggraffato il numero, romano, del Settore di Copertura. Le mostrine erano verdi a una punta: senza bordo per la Fanteria; con bordo giallo per l’Artiglieria; con bordo amaranto per il Genio.

 

(NOTA 2) Il III Settore di Copertura trae le sue origini dall’insediamento, il 27 settembre 1934, in Sambuco, di un piccolo distaccamento del 33° Reggimento Fanteria. Detto Settore entrò in guerra alle dipendenze del II Corpo d’Armata (Comandante: Gen. Francesco Bertini), che a sua volta faceva parte della I Armata (Comandante: Gen. Pietro Pintor). Quest’ultima, insieme alla IV, costituiva il “Gruppo Armate Ovest”, appositamente creato per la campagna contro la Francia.

 

(NOTA 3) Roland Costa de Beauregard (1913–2002), dall'inverno 1939 al giugno 1940, come Lieutnant, comandò il S.E.S. dell’83° Bataillon Alpin de Forteresse (B.A.F.) di stanza a Larche. Dal 22 al 24 giugno 1940 respinse gli attacchi italiani al Col de Mallemort, nell'Alta Ubaye, rompendo anche l'accerchiamento della batteria di Viraysse. Ciò gli valse una “citation à l’ordre de l’Armée” e la Legion d’Honneur. Fu personaggio di spicco della Forces Françaises de l'Intérieur (F.F.I.) nella lotta contro i tedeschi. Promosso Generale di Brigata nel 1965 concluse la sua carriera come Generale di Corpo d'Armata.

 

(NOTA 4) Nucleo Armi Supplementari (N.A.S.) – Unità di fuoco, generalmente della Guardia alla Frontiera ma non solo, in aggiunta alle armi già poste nei centri di fuoco della sistemazione di copertura. Poteva essere amata con mitragliatrici, mortai, cannoni di accompagnamento posti allo scoperto o impostazioni già predisposte.

 

(NOTA 5) Ancora nel 2019, sul numero 3 (Settembre - Dicembre) di “Genova Alpina” è comparso un articolo dall’eloquente titolo: Beppino Nasetta. Una medaglia d’oro negata (Giugno 1940).

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 Ascoli Massimo, La Guardia alla Frontiera, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, 2003.

 Bagnaschino Davide, Il Vallo Alpino. Le armi. Gli armamenti utilizzati nelle opere del Vallo Alpino e relative corazzature, Ventimiglia, Associazione per lo Studio del Vallo Alpino Littorio, 1994 (?).

 Bernasconi Alessandro – Collavo Daniela, Dei sacri confini guardia sicura. La Guardia alla Frontiera 1934–1943, Trento, Temi, 2002.

 Cerutti Giovanni, Storia, cronaca e arte nel CIMITERO URBANO e nel CIMITERO ISRAELITICO di Cuneo, Cuneo, Stamperia Comunale, 2016.

 Corino Pier Giorgio, Valle Stura fortificata, Borgone di Susa, Melli, 1997.

 Figara Aroldo, Elementi per una storia della Guardia alla Frontiera G.a.F., Livorno, Tipografia Stella del Mare, 1990.

Gallinari Vincenzo, Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi Occidentali, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, 1981.

 Gariglio Dario, Popolo italiano! Corri alle armi. 10-25 giugno 1940. L'attacco alla Francia, Torino, Blu, 2013.

 Guardia alla Frontiera, III° Settore di Copertura. Cenni storici, Borgo San Dalmazzo, Istituto Grafico Bertello, 1942.

Rochat Giorgio, La campagne italienne de juin 1940 dans les Alpes occidentales, in Revue historique des armées, Vol. 250, 2008, pagg. 77–84.

venerdì 10 giugno 2022

Il Piano Marschall:lo sfruttamento del successo.


 Fonte: LIMES. Rivista di Geopolitica n. 5 2022. Edoardo Boiaria. Le Crate


 La vittoria americana in Europa nel 1945 fu consolidata con una iniziativa economica volta a ricostruire i paesi occidentali distrutti dalla Guerra. Sul piano economico si rafforzarono le intese atlantiche e furono le premesse della comune alleanza che nel 1949 diede vita alla Nato.

martedì 31 maggio 2022

L’ ONORE DI UN SOLDATO ITALIANO NELLA GRANDE GUERRA

 

di

Sergio Benedetto  Sabetta

 

            I venti di guerra che in questi giorni soffiano violentemente sull’Europa, nel richiamare le problematiche dell’U.E. in termini di compattezza diplomatico-militare e di mancata differenziazione nelle forniture energetiche, mette alla prova l’Italia sul piano internazionale,  indipendentemente dalle rassicuranti dichiarazioni ufficiali.

            Non si prova solo il peso specifico di ciascuna Nazione all’interno dell’Europa e della NATO, ma anche la sua unione morale.

            A questo riguardo è interessante ricordare un episodio del tutto minore, anonimo e non cruento avvenuto sul fronte francese durante la Grande Guerra, tra un generale francese della Legione e un umile fantaccino italiano, modesto caporale ed ex legionario di nome Edoardo Landi, nonché dell’orgoglio con cui evidenziò la necessità del rispetto reciproco tra Alleati.

            Il fatto ricordato è riportato sul taccuino personale dello stesso, diario ritrovato casualmente su una bancarella in un mercatino in cui si legge la difficile vita giornaliera del Landi, tra conti in rosso riportati e considerazioni personali sulle vicissitudini della vita.

            “Il 13 maggio moriva a Parigi in età di 59 anni il generale Carlo Mangin.

            Volle il Destino che, durante la mia lunga permanenza nella Legione Straniera Francese (1898-1912) io avessi occasione di vederlo, nel 1911 a Oudjda (Marocco). Egli era allora tenente colonnello e comandava un battaglione d’infanteria leggera d’Africa, i famosi zephirs; recentemente soppressi, e partecipò con le sue truppe alle operazioni che sotto il comando del generale Lejantaj, dovevano purgare dai ribelli (!) il vasto territorio dalla Molouja a Zara.

            Ma un’altra occasione io ebbi di vedere il generale Mangin e questa volta parlargli. Egli era allora comandante della X^ armata (nel 1918, durante la guerra europea) composta esclusivamente (meno poche unità) di truppe coloniali: arabi, tonchinesi, malgasci, senegalesi, di cui Mangin versava negli assalti il sangue senza risparmio, a torrenti, tanto da guadagnarsi il soprannome di boucher (macellaio).

            Nel luglio 1918 io mi trovavo con una squadra di territoriali italiani, a lavorare ad un impianto di fili telegrafici presso al Quartiere Generale della Decima armata francese a Belleu. A un tratto, una automobile passa: si ferma davanti a noi, ne scende il generale Mangin, che con la sua abituale familiarità che lo faceva amare dai soldati che egli conduceva al macello, mi domanda a bruciapelo (in francese)

-         Che fate qui?

-         Generale, ripariamo i fili telefonici.

-         Voi parlate bene il francese!

-         Sì, generale, poiché ho avuto l’onore di servire per 14 anni nella gloriosa Legione Straniera.

-         Ah! Sì, e siete voi contento, adesso, di stare in Francia?

Volli tirargli una botta che somigliasse ad un complimento, poiché troppi ricordi amari erano in me e risposi:

-         Generale, io sono così contento adesso di stare in Francia, come i soldati Francesi sono contenti di stare in Italia.

Egli aggrottò le folte sopracciglia nerissime e un lampo passò sui occhi grifani; ma fu un attimo, e con un gesto largo e grandioso tirò fuori una moneta d’oro da venti franchi, e me la mise in mano, dicendomi con accento che mi giunse al cuore:

-         Ben detto, caporale. Ecco questo per bere un bicchiere di vino alla salute della gloriosa e vecchia Legione.

( Dal diario del legionario di Edoardo Landi, 1925).

 

martedì 10 maggio 2022

Russia. Volume 1. "Un avventura non necessaria" Elenco delle fonti documetali

 

                           Sulla via della Russia. Primi incontri con la popolazione. Ungheria 1941

 Le fonti documentali

Documento 1. Cronologia degli avvenimenti. 3 luglio – 31 dicembre 1941 secondo le fonti tedesche

Documento 2. Principali tappe dell’avanzata tedesca in Russia nel 1941 secondo il discorso di Hitler

                          dell’11 novembre 1941.

Documento 3. Battaglione Alpino sciatori per il C.S.I.R.

Documento 4. Decalogo di norme igieniche per i militari del C.S.I.R.

Documento 5. C.S.I.R. Relazione sugli avvenimenti del C.S.I.R. e del XXXV C.d.A. (C.S.I.R.) del

                          generale di C.d.A. Giovanni Messe (1 luglio 1941 – 30 settembre 1942).

Documento 6. Ordine del Giorno della I Armata corazzata. Compiacimento del gen. Giovanni Messe

Documento 7. Impiego del Corpo di Spedizione italiano in Russia.

Documento 8. Monte Cervino. Relazione sul combattimento del 18 maggio 1942.

Documento 9. Direttive per le future operazioni della 17a Armata Germanica. 9 luglio 1942.

Documento 10. Direttive per le future operazioni nel caso di ripiegamento nemico. 10 luglio 1942.

Documento 11. 3° Reggimento “Savoia Cavalleria”. Diario   Storico dal 1 al 31 luglio 1942.

Documento 12. 3° Reggimento “Savoia Cavalleria”. Relazione

                           della carica del 24 agosto 1943

Documento 13. Discorso della Eccellenza il generale von Tippeòskirch in occasione della consegna

                           delle Croci di Ferro ad Ufficiali e Soldati del XXXV C.d.A – C.S.I.R

Documento 14 Scacchiere germanico sovietico. Schieramento delle Forze contrapposte e notizie sul

                          potenziale bellico e sulla Situazione generale sovietica secondo l’apprezzamento dello

                          SM germanico.

Documento 15. Ripercussioni dell’offensiva germanica verso il Volga e verso il Caucaso sulla

                           produzione nei bacini della Trancaucasia.

Documento 16. S.U.A. Le basi aeree nella Siberia orientale

Documento 17. Russia. Presumibile consistenza della riserva generale sovietica alla fronte

                            occidentale nell’inverno 1942 1943 secondo il nostro S.I.M. (Servizio Informazioni

                            Militari.)

Documento 18. Relazione del generale Roberto Lerici Comandante della Divisione “Torino” al

                            Maresciallo d’Italia Giovanni Messe.

Documento 19. Luigi Barzini. Corriere della Sera/C.S,I,R,. Gli Italiani nella Campagna di Russia. La

                            tattica della terra bruciata. III. Fronte del Don. Novembre 1942.

Documento 20. Luigi Barzini. Corriere della Sera/C.S,I,R, Gli Italiani nella Campagna di Russia. La

                            battaglia di Powlograd. IV. Fronte del Don. Novembre 1942.

Documento 21. Luigi Barzini. Corriere della Sera/C.S,I,R,.Gli Italiani nella Campagna di Russia. La

                            conquista di Stalino. V. Fronte del Don. Novembre 1942.

Documento 22. Luigi Barzini. Corriere della Sera/C.S,I,R,. Gli Italiani nella Campagna di Russia. La

                            battaglia del Cemento Armato VI. Fronte del Don. Novembre 1942

Documento 23. Luigi Barzini. Corriere della Sera/C.S,I,R, Gli Italiani nella Campagna di Russia. La

                            battaglia del gelo.  VIII. Fronte del Don. Novembre 1942.

 

sabato 30 aprile 2022

Ettore Viola e l'opposizione al fascismo

 

COMBATTENTI E MUSSOLINI DOPO IL CONGRESSO DI ASSISI

 

 

Chiarimento necessario

 

L'autore di questo scritto, già presidente della Associazione Nazionale Combattenti dal Congresso di Assisi del luglio 1924 al marzo del 1925, e dal 1944 al 1958; Deputato al Parlamento nella 27^ Legislatura fascista  dal 6 aprile 1924 alla primavera del 1929; Consultore Nazionale, poi, nel 1945-1946 e ancora Deputato al Parlamento dal 18 aprile 1948 al 25 maggio 1958; l'autore di questo scritto, si diceva, essendo stato riconosciuto, dagli attuali dirigenti, il più indicato per celebrare il 50° anniversario del Congresso di Assisi (che all'Associazione Nazionale Combattenti diede lustro in un momento difficile, e al Paese una speranza che fu delusa per l'incomprensione di uomini che non meritavano di occupare posti di responsabilità al vertice dello Stato) al recente Congresso di Taranto dell'Associazione Nazionale Combattenti e Reduci prese la parola; se non che, avendo avuto a disposizione soltanto mezz'ora di tempo, l'oratore fu costretto a concludere così: “Interrompo la celebrazione del Congresso di Assisi perché è scaduto il tempo che mi era stato assegnato per parlare in questa sede”

Ciononostante fu molto applaudito e anche onorato con una pergamena e una medaglia d'oro.

I congressisti apprezzarono particolarmente la sua obiettività e non furono pochi coloro che gli chiesero di pubblicare quanto aveva detto e avrebbe dovuto ancora dire.

Tuttavia il desiderio dei suoi amici non sarebbe stato forse appagato se alcune settimane dopo non gli fosse stato segnalato un recentissimo libro intitolato La Ventesima Legislatura -L'opposizione in Aula, firmato da un collega, Deputato come lui, nell'epoca caratterizzata dall'assassinio del Deputato Matteotti, dalla presa di posizione dell'Associazione Nazionale Combattenti al Congresso di Assisi e dalla condotta degli oppositori di Mussolini in Aula, libro tutt'altro che obiettivo e rispettoso della verità storica.

Ha perciò sentito il dovere di confutare e deplorare sia gli errori sia le calcolate omissioni dello scrittore in questione.

Quanto all'ultima parte di questo scritto l'autore ha creduto di dover riassumere le responsabilità assunte da Mussolini nell'ultimo periodo della sua vita, dalla conquista fittizia dell'Impero alla rovina irreparabile dell'Italia.

 

                                                                                                                                                       L'AUTORE

 

 

Mussolini accusò ricevuta della mia lunga lettera il 28 marzo 1936, ma solo indirettamente e per  e per mezzo di un telegramma all'Ambasciatore d'Italia a Santiago del Cile firmato Suvich. Segretario di Stato agli Esteri.

Diceva il telegramma: “Pregasi far conoscere atteggiamento attuale dell'ex deputato Viola e se egli                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                pensa di rientrare in Italia. Suvich”

Non conobbi mai la vera risposta dell'ambasciatore, ma seppi successivamente, rientrando in Patria            che nell'aprile del 1944 a guerra finita, quel che si proponeva di fare a mio danno  il dittatore.

Infatti da una “Rubrica segreta delle persone ricercate e sospette” edita a cura della P.S.  (Polizia Frontiera e Trasporti)  1° luglio 1943, pag. 838 si poteva leggere quanto segue:

“Ettore Viola di Pietro, nato a Villafranca in Lunigiana – Min Int. Cas. - ARRESTARLO”.

Detta rubrica segreta me la mostrò un funzionario della Questura di Napoli nella stessa primavera del 1944 allorché gli Alleati, d'accordo col nostro Governo, mi reintegrarono nell'ufficio di dirigente dell'Associazione Nazionale Combattenti.

Per un vero gioco della sorte Mussolini poté fare la sua guerra.

Ho accennato a un gioco della sorte perché sarebbe bastato che l'Inghilterra bloccasse il Canale di Suez con l'affondamento di una nave, per mettere in ginocchio il dittatore.

Invece, ritenendo forse di potersi intendere con un Mussolini contento e soddisfatto per la facile conquista dell'impero del Negus, fu  di altro avviso. Infatti qualche tempo dopo la celebrazione della vittoria fascista, gli inglesi presero l'iniziativa di promuovere con il Duce un incontro chiamato, se non erro, “Convegno di gentiluomini”.

Mussolini vi aderì, ma di malavoglia, convinto, com'era che l'Inghilterra gli avesse lasciato conquistare l'Etiopia perché non aveva i mezzi né forza per impedirglielo; e ora era sicuro che la stessa Inghilterra volesse allearsi con lui per difendersi dall'inquieto e già pericoloso dittatore tedesco.

Gli anni successivi registrarono il grave errore del Duce, ma intanto egli aveva potuto pavoneggiarsi dei risultati ottenuti e veder tanti italiani riconciliarsi con lui per i successi conseguiti.

 

La mia opera intesa ad amalgamare nell'Associazione gli ex combattenti della prima guerra mondiale con quelli della seconda, e a non umiliare i “forzati” volontari della  guerra di Spagna, durò lunghi anni, ma alla fine fu coronata dal successo.

Non è il caso di elencare il successivo immane lavoro svolto da me e dai miei collaboratori. Dirò soltanto che per quattordici anni rimasi inchiodato alla mia poltrona di Piazza Grazioli, come un impiegato qualsiasi e che i miei viaggi per l'Italia avevano come scopo lo sviluppo dell'Associazione degli ex combattenti e non la propaganda per essere riconfermato Deputato.

Infine, non per vantarmene, ma per la verità obiettiva, non sempre gradita ai mie detrattori, dirò che all'Associazione non feci mai spendere per me, neppure una lira perché rinunciai sempre ad ogni indennità nonché al rimborso delle spese vive; e ricorderò agli immemori che durante la mia Presidenza dell'Associazione non fu mai asservita né ai democristiani né ai comunisti, e tanto meno a un condominio tra questi due grandi partiti. Ciononostante i comunisti furono nell'Associazione sempre disciplinati, corretti e amici dello scrivente.

Anche ancorché mi dimisi volontariamente dalla Presidenza dell'Associazione nel 1958, per aver ricevuto dall'armatore Achille Lauro, allora capo di un partito monarchico, un'azione disonesta che mi impedì di essere confermato deputato, i comunisti furono ancora una volta, con me, tra i più corretti e comprensivi.

Infatti in quell'occasione, dissociandosi da coloro che vollero ad ogni costo accettare le mie dimissioni – che peraltro avevo dichiarato irrevocabili – senza seguire la prassi secondo cui, tra le persone educate e civili si usa respingerle “in prima istanza”, i comunisti dimostrarono di essere i “più umani” di tanti altri presenti in Assemblea.

 

A questo punto, per far conoscere meglio i mi miei denigratori presenterò altre prove, forse più convincenti, per dimostrare che il 18 dicembre 1926 non pronunciai alla Camera il discorso che mi si rimprovera per rientrare nelle grazie di Mussolini.

Trascriverò, all'uopo, alcuni documenti del RR.CC. Di quell'epoca:

 

 

1)

“Dalla Tenenza di Fivizzano al Comando dei CC.RR. Di Terrarossa e per conoscenza alla Tenenza di Pontremoli N. 339/10 il 4.1.1938 – IX:

“On.le Ettore Viola

“Si trascrive per opportuna  vigilanza il seguente telegramma:

“R. Questura Massa del 4 andante:

“Ex deputato medaglia d'oro Ettore Viola est rientrato stamane Regno proveniente Nizza proseguendo subito per Villafranca Lunigiana.

                                                                    

                                                                    “Il Maresciallo Maggiore a piedi

                                                                        Comandante Int. La Tenenza

                                                                        Firmato: Nardi Giulio

                                                                 (Timbro della Tenenza di Fivizzano)”.

 

2)

“R. Questura di Massa Carra N. 0209 Gab.

“Massa 19 maggio 1931 – Anno VIII

“Al Comando Stazione CC.RR. - Terrarossa

“Oggetto: Medaglia d'Oro Ettore Viola

“Noto ex deputato Medaglia d'Oro Ettore Viola è stato rintracciato a Roma.

 

                                                                    Il Reggente di Questura

                                                                         (Firma illeggibile)

 

3)

“Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Livorno

“Tenenza di Fivizzano

“N. 339/13 di prot. div. 3^

                                                                      Fivizzano lì 9.1.1931 – IX

 

“Oggetto: Medaglia d'Oro Ettore Viola

“Al Comando della Stazione dei CC.RR. di Terrarossa

“Per disposizioni di vigilanza comunicasi che medaglia d'oro Ettore Viola ha telegrafato da Milano al fratello    Pietro (era invece mio padre) a Terrarossa Scalo che giungerà colà domani sera medesimo treno.

“Pregasi segnalare arrivo.

“Si dispone che le segnalazioni di arrivo e partenza del suddetto siano fatte, d'ora in poi, direttamente da codesto Comando alla R. Questura di Massa a mezzo telegramma cifrato, dandone comunicazione a questa Tenenza con lettera.

 

                                                                   “Il Maresciallo Maggiore

                                                                 Comandante Int. La Tenenza

                                                                        Firmato: Nardi Giulio

                                                           (Timbro della Tenenza di Fivizzano)”

 

 

4)

“Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Livorno

“Tenenza di Fivizzano

“N. 339/7 di prot. div. III -

                                                                     Fivizzano lì, 1.1.1931 - IX

“Oggetto: Medaglia d'Oro Ettore Viola

“Al Comando della Stazione dei CC.RR. Di Terrarossa

“A seguito del foglio N. 339/2 del 28.12.30 si comunica per notizia seguente dispaccio Questore Napoli:

“n. 53090 at 02066 stop noto telegramma diretto On.le Viola fu spedito ieri dal Sacerdote Cileno Lanan Manuel Francesco anni 48 residente Roma che   trovasi Capri Hotel Quisisana dal 25 volgente stop.

“Costui est cugino moglie Viola et favorevolmente conosciuto Capri donde doveva partire oggi ma partenza est stata rimandata.

 

 

                                                                   “Il Maresciallo Maggiore,

                                                                Comandante Int. La Tenenza

                                                                        Firmato: Nardi Giulio

                                                           (Timbro della Tenenza di Fivizzano)”

 

5)

“Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Livorno

“Tenenza di Fivizzano

“N. 339/9/930 di prot. div. III -

                                                                   Fivizzano lì. 3.1.1931 – IX

“Oggetto: Sacerdote Cileno Lanai Manuel.

“Al Comando della Stazione  dei CC.RR. di  Terrarossa

“Si trascrive il seguente telegramma della R. Questura di Massa e si prega disporre di conseguenza riferendo:

“Questore Napoli mi telegrafa ieri sera è partito diretto codesta volta sacerdote cileno Lanai Manuel fu Francesco anni 48 da Capri ove giunse 25 dicembre spedì telegramma On. Viola dandogli appuntamento Spezia Stop Lanai è cugino della moglie dell'On. Viola e favorevolmente conosciuto a Capri.

“Informo per vigilanza e accertamenti riferendo. Analoga comunicazione telegrafica ha fatto il Questore di Spezia

 

                                                                   “Il Maresciallo Maggiore

                                                                Comandante Int. La Tenenza

                                                                        Firmato: Nardi Giulio

                                                            (Timbro della Tenenza di Fivizzano)”

 

Se non dovessero bastare le prove da me offerte per sbugiardare gli uomini in malafede, potrei riferirmi ai documenti ufficiali del primo Governo democratico residente a Salerno nel 1944.

Il filosofo Benedetto Croce, per esempio, Ministro in quel governo, mi scrisse questa lettera:

 

“Carissimo Signor Viola,

la sua posizione politica fu discussa ed esaminata a Salerno nel primo Ministero democratico e concordemente (cioè con il voto dei comunisti, dei socialisti e dei rappresentanti del Partito d'Azione) fu riconosciuto esente da biasimo e come tale confermato quale capo dell'Associazione Nazionale dei Combattenti.

“Con cordiali saluti

                                                                                                 Benedetto Croce”

 

E qualche tempo dopo il Presidente del consiglio dei Ministeri, On.le Ferruccio Parri, mi faceva pervenire quest'altra lettera:

 

“Roma, 31 agosto 1945

“All'On.le Ettore Viola

Commissario per l'associazione Nazionale Combattenti

Roma

“Le comunico che il consiglio dei Ministri, nell'ultima tornata, ha esaminato la di Lei posizione nei riguardi della Consulta Nazionale ed ha considerato come Ella non possa farne parte, quale ex parlamentare, per mancanza dei requisiti di cui all'art. 7 del Decreto Legislativo luogotenenziale 30 aprile 1945, n. 168, in quanto la dichiarazione da Lei fatta alla Camera dei Deputati nella seduta del 18 dicembre 1926, pur avendo l'unico scopo di renderLe possibile l'allontamento dall'Italia, formalmente rompeva la continuità dell'atteggiamento antifascista di fronte al pubblico.

“Debbo tuttavia darLe atto, anche a nome del Consiglio, che ciò non vale disconoscimento di tale atteggiamento, che fu da Lei ripreso all'Estero, e dei suoi meriti di patriota, che furono già oggetto di considerazione da parte del Consiglio dei Ministri quando fu deciso, nello scorso anno, di affidarle la carica di Commissario dell'Associazione Combattenti.

“Tengo in proposito a confermarLe la mia piena fiducia e stima augurandoLe, anche a nome del Governo, che Ella possa continuare a svolgere l'opera iniziata con grande passione e con assoluto disinteresse.

“Cordialmente

                                                                                         Ferruccio Parri”

 

A prescindere dal fatto che in virtù di una seconda “formalità” mi fu ugualmente riconosciuto senza difficoltà il diritto di far parte della Consulta Nazionale, sento di dover esprimere un vivo sentimento di compassione, più che di disprezzo, per chi, dopo aver combattuto nella stessa guerra del 1915-18 e nello stesso settore politico alla Camera dei Deputati in rappresentanza dell'Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, si comporta poi come un irresponsabile qualsiasi nel contesto dei rapporti umani.

 

Ritengo di aver fatto chiaramente intendere che se, invece della via tedesca, Mussolini ne avesse percorsa altra meno satura di ricordi paurosi, tutt'ora vivi nella mente dei combattenti della prima guerra  mondiale, anche lo scrivente avrebbe forse attenuato la propria reazione perché non avrebbe avuto alcun motivo per riscartabbellare i codici delle”inumane teorie teutoniche” destinate a vincere in qualsiasi modo la guerra.

Il Führer ha perduto la guerra, ma ha facilitato ai tedeschi di oggi il compito di ripulire il loro ambiente politico inquinato nei secoli.

Il Duce non ha vinto né perduto la guerra perché era al rimorchio del confratello tedesco, ma ha rovinato l'Italia.

Quanto all'autore delle presenti pagine egli non ha ragione di dolersi per averle scritte. Tutt'altro!