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sabato 26 marzo 2016

Il Salvataggio dell'Esercito Serbo: la figura dell'ammiraglio Cutinelli

Venne quindi la guerra mondiale, e Cutinelli ebbe la responsabilità delle operazioni nel Basso Adriatico, quale Comandante della Seconda Squadra. In questo incarico, egli portò a termine la sua impresa più grande, il salvataggio del governo e dell’Esercito Serbi, nientemeno che 250 mila uomini, prelevandolo da Durazzo e San Giovanni di Medua, e trasportandolo in salvo, malgrado la violenta reazione della forze austriache di terra e di mare. L’Esercito serbo, dopo un congruo periodo di cure e di riposo, fu poi inviato a Salonicco, dove aprì, insieme agli altri Alleati, proprio quel fronte macedone, che fu infine sfondato nell’autunno del 1918, causando la rivolta di Berlino e la fine della guerra.
Di questa impresa, i cui aspetti organizzativi fanno ancor oggi drizzare i capelli in testa, per la loro complessità, voglio citare due riconoscimenti. Il primo è una lettera, scritta dal Ministro degli Esteri serbo, a nome del re Pietro, che dice:
“Signor Conte,
l’evacuazione dei rifugiati serbi dall’Albania essendo compiuta, mi fo debito di manifestare a Vostra Eccellenza i più sinceri ringraziamenti del Governo del mio Re per il concorso premuroso ed efficace, come anche per quello degli ufficiali vostri dipendenti e delle altre autorità navali di Brindisi, mercè le quali il recupero ha potuto aver luogo in modo tanto rapido e soddisfacente.
Vogliate gradire, Eccellenza, l’assicurazione della mia considerazione più alta”[1].
Il secondo documento, che descrive anche meglio quanto complesso fosse stato questo impegno, è un rapporto, a firma del Duca degli Abruzzi, Comandante in Capo dell’Armata Navale, che dice, sull’Ammiraglio Cutinelli:
“Come Comandante della 2ª Squadra, seguendo le direttive del Comando in Capo d’Armata, ha avuto per vari mesi a Brindisi la direzione di tutte le importanti operazioni che si sono svolte nel Basso Adriatico: lo sbarco del corpo d’occupazione in Albania, il vettovagliamento dell’Esercito Serbo a San Giovanni di Medua e a Durazzo, l’evacuazione delle truppe serbe dai porti dell’Albania e da Corfù, la ritirata delle nostre truppe da Durazzo a Valona. Tutte queste operazioni, nonostante le difficoltà provocate dalla scarsità dei mezzi disponibili e dalla vicinanza di munite basi nemiche, sono state portate felicemente a termine mercè le saggie (sic) ed avvedute disposizioni date dal Vice Ammiraglio Cutinelli che ha dato prova, in quella circostanza, di possedere tutte le qualità militari e politiche necessarie a chi è chiamato ad esercitare alti Comandi Navali.”
Questo rapporto, inutile dire, finisce con una nota di rimprovero, subito sottolineata con la matita rossa dal Ministro:
“sarebbe elemento prezioso per la Marina se concorresse sempre, con tutte le sue eminenti qualità, ad assolvere i compiti che gli vengono affidati”. Come si vede, il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Per il suo ruolo in questo importante successo, gli venne conferito il grado di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia.
Tralascio il seguito della carriera dell’Ammiraglio, che fu travolto, all’inizio del 1918, dalla serie di avvicendamenti partiti con la destituzione del Duca degli Abruzzi. Le ragioni di questo repulisti furono tante, a cominciare dal cattivo andamento delle operazioni nel Basso Adriatico, dove ci si era limitati a reagire alle improvvise incursioni austriache contro lo sbarramento del Canale d’Otranto, senza conseguire i successi che si sperava.
Per ragioni di giustizia, va detto che, dopo il suo avvicendamento, le cose non cambiarono di molto. La strategia attendista dell’Ammiraglio si basava sulla constatazione che gli Austriaci, malgrado le punture di spillo che potevano procurare all’Intesa, in quel bacino, avevano i giorni contati, e lo si vide con gli ammutinamenti che scoppiarono a Cattaro, prima che altrove. La politica, peraltro, voleva azioni, anche se inutili, e questo segnò il tramonto del nostro personaggio.
Il colpo di grazia, per l’Ammiraglio Cutinelli, venne però dall’inchiesta sul tragico affondamento, per sabotaggio, della corazzata Leonardo da Vinci, che puntava il dito sul lassismo dei servizi di guardia a bordo delle navi maggiori, da vario tempo confinate a Taranto.
L’Ammiraglio Cutinelli, che da soli due mesi aveva preso il Comando in Capo della Prima Squadra, fu considerato responsabile ed invitato a dare le dimissioni. Da allora, dopo due anni come Commissario Governativo del porto di Napoli, incarico nel quale fu riempito di elogi – d’altra parte, era un organizzatore senza pari – l’Ammiraglio si ritirò a vita privata, prima a Napoli e poi a Roma, dove morì nel 1925. Un anno prima della morte, gli arrivò la promozione a Vice Ammiraglio d’Armata, ed un breve richiamo in servizio, una piccola compensazione per i torti subiti.
La sua storia è l’esempio di come, dopo aver conseguito una vittoria importante, l’artefice di questa debba scomparire dalle scene, per far rimanere intatta la sua fama. Non è necessario che egli muoia, come accadde a Nelson, basta ritirarsi in buon ordine, come fece il Comandante Cerrina Feroni o, ai nostri tempi, fanno i più famosi allenatori di calcio.



[1] JACK LA BOLINA. Esempi di virtù navale italiana. Paravia, 1941. pg.86.

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