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sabato 15 marzo 2014

La Seconda Guerra Afgana 1880


SOLDATI  ITALIANI IN TERRE STRANIERE
Afganistan
Il profilo storico della crisi

La Seconda  Guerra Afgana
1880

Alla fine della prima guerra anglo-afgana, da parte britannica si scelse il buonsenso per poter in parte mitigare lo smacco subito. Dal punto di vista afgano, si era ottenuto un riconoscimento di fatto dell’indipendenza, ma mai accettata da Londra. Esisteva invece, ma soltanto con Dost Mohammed, un patto non scritto che imponeva ai sovrani di Cabul di rendere le loro frontiere effettivamente impermeabili alle influenze esterne. La pace che seguì alla fine delle prima guerra anglo-afgana permise alle varie tribù di combattere per il predominio all’interno del Paese. Nel 1866 le cose cominciarono a mutare, quando San Pietroburgo portò a termine l’occupazione di Bukhara, Taskent e Samarcanda.
La preoccupazione del governo coloniale di Calcutta era che la frontiera settentrionale dell’Afghanistan, porta di accesso al medio oriente e all’India poteva essere messa in discussione. In effetti le autorità russe iniziarono subito a chiedere una corretta definizione dei confini, così come avvenuto con gli emirati turco-ottomani dell’Asia centrale. In Russia si attivò un’ambizione imperialistica, che coinvolgeva società e governo avente come obiettivo l’Asia centrale. Si ebbe così un innalzamento della tensione ed a Nord dell’Afghanistan iniziarono ad assumere importanza strategica ed economica alcuni khatani e le città-stato.
I tre khatani rivali di Chiva, Buchara e Kokand dominavano le terre desertiche tra Caspio e il Pamir, cui si aggiungevano le città di Samarcanda, Kashgar e Taskent, considerate aree di transito e sbocco di merci. Nel 1873 Chiva fu conquistata. Il governo zarista, sfruttando il risentimento afgano contro l’invasione britannica, aveva avuto buon gioco grazie al consenso ricevuto da Dost Mohammed, che nel frattempo stava spendendo energie e risorse per affermare la propria autorità nel paese. I russi riuscirono a ottenere tre obiettivi: evitare che il commercio della regione finisse nelle mani inglesi; risollevare l’orgoglio imperiale; iniziare a minacciare la frontiera indiana. Il Nord Afghanistan oramai era sotto controllo russo, così iniziando a costruire le vie di comunicazione fra i più importanti centri caduti sotto influenza dello Zar; basti ricordare in tal senso la costruzione della linea ferroviaria Transcaspiana(1880) fino a Taskent.
Bisogna considerare che l’Afghanistan non ebbe mai un governo centralizzato efficiente e che l’esistenza di realtà tribali semi-indipendenti causarono, oltre a problemi di stabilità interna, anche una serie di continui attriti e piccoli scontri nella permeabile frontiera con l’India britannica, di cui il già citato Khyber Pass era la porta principale. L’incidente di Punjab, tra la seconda e terza guerra afgana, che a causa di un attacco russo a truppe afgane, vide quasi scoppiare la guerra tra Russia e Gran Bretagna, è sintomatico della reale causa delle guerre afghane. L’Afghanistan, infatti, al contrario delle generalmente ricche e popolose terre del subcontinente indiano, non era appetibile dal punto di vista di un’occupazione coloniale. L’importanza del paese riguardava soprattutto la contesa geo-strategica tra Russia e Gran Bretagna per il controllo politico e militare della stessa regione. La Russia, infatti, non appena terminata la minaccia napoleonica riprese la sua politica espansionistica nelle steppe dell’Asia centrale e, come obiettivi ultimi, l’altopiano del Tibet e dell’Himalaya (di grande importanza strategica come “punto centrale” tra il decadente impero cinese e l’India britannica), e l’agognato sbocco sull’Oceano Indiano. L’Afghanistan era quindi il primo passo verso quest’ultima direzione, mentre il successivo sarebbe stato il Belucistan (nell’odierno Pakistan). L’Afghanistan ed altri territori dell’Asia centrale divennero quindi per tutto il corso del XIX sec. e teatro di un gigantesco scontro di spie e intrighi diplomatico-militari che prese il nome di “Grande Gioco“. Spie inglesi o di origine indigena percorsero questi luoghi per cartografarli e valutarne i punti strategici; alle spie si affiancarono spedizione militari da parte di entrambe le parti in gioco. Furono però gli inglesi che tentarono maggiormente, in via preventiva nei confronti dell’avversario russo, la linea dura con delle vere e proprie operazioni belliche su larga scala. Il governo inglese si trovò quindi ad affrontare una situazione che stava divenendo insostenibile; lo stesso non era più padrone della situazione, dal momento che ritirare le truppe dall’Afghanistan era una segnale della propria debolezza. Gli afgani rimasero sempre un popolo nemico e critico verso la potenza anglo-indiana e furono per dette ragioni attratti dalla potenza zarista russa. La Gran Bretagna ha affrontato i pericoli di una guerra per combattere l’influenza russa nell’Afghanistan; detta influenza crebbe ugualmente, coincidendo con la caduta di prestigio della corona, che pur conservando un perno di manovra in Candahar, lo fece con gravi sacrifici, con i pericoli di essere trascinata in altre guerre e rappresaglie e con la conseguenza di doversi trovare innanzi la Russia sulla rive dell’Illmend o sui monti dei Duranai, con forze stremate e con difficoltà a ripianarle sia dalla vicina India che dalla stessa Inghilterra. I russi consideravano quel territorio troppo importante strategicamente per lasciare agli afgani stessi la riorganizzazione autonoma del proprio assetto politico. Nel trovare il candidato “testa di legno” da mettere sul trono, in questa occasione ebbe la meglio la Russia, che così poteva fare esclusivamente i suoi interessi. Questo si identificava in Abdur Rahman Khan, nipote di Dost Mohammed e di Sher Alì, che era vissuto in esilio a Samarcanda, sotto protezione russa. Lo stesso era stato scelto nel 1880 con una decisione di compromesso in seguito allo stallo militare della seconda guerra afgana.
Gli Inglesi ben compresero come l’Afghanistan restava il fulcro del “Grande Gioco” ed i passi Khyber e Bolan, le più naturali vie di accesso per un’invasione dell’India. La tensione salì ad alti livelli quando nel 1877 i russi invasero la Turchia. Nel febbraio del 1878 gli stessi arrivarono alle porte di Costantinopoli e solo la presenza della flotta inglese sui Dardanelli fece cambiare idea allo zar Alessandro. Solo con il Congresso di Berlino del 1878 la crisi di risolse, lasciando però scontenti i russi, rispetto a quanto conquistato durante la guerra. Crisi risolta solo grazie alla diplomazia inglese.

Nel 1873 la Russia era quindi soddisfatta di quanto stava accadendo sul fronte afgano, ove la diplomazia stava predisponendo un trattato di pace con Sher Ali Khan, il figlio di Dost Mohammed, che aveva vinto la tremenda disputa per il potere con gli altri due fratelli nel 1868. I russi fecero quindi una mossa nello scacchiere del “Grande Gioco”, definendo le loro frontiere centro-asiatiche con l’Afghanistan ed impegnandosi a rispettarne l’integrità territoriale.
Gli inglesi videro in ciò una forma di attivismo russo sulla frontiera occidentale indiana. La rabbia esplose quando nel luglio del 1878 gli afgani ricevettero a Cabul una missione diplomatica russa guidata dal generale Stoliatov e nel contempo negarono analoga missione agli inglesi: gesto interpretato come definitiva ostilità.
Le forze in campo nella
ESERCITO ANGLO-INDIANO
La Gran Bretagna, in India, aveva 60000 unità circa di truppe europee, con nr. 6000 ufficiali inglesi. In complesso, unitamente alle forze indigene, l’esercito anglo-indiano si componeva di 186.000 uomini(146000 fanti, 23000 cavalieri, 13000 artiglieri e 3600 pionieri). Inoltre vi erano 300.000 uomini dipendenti, ma su cui non si poteva fare affidamento, in quanto male armati e poco addestrati.[1]
ESERCITO AFGANO
 In Afghanistan vi era disorganizzazione completa e mancanza di una linea di comando; gli insorti non erano ben ordinati, nè condotti da capi energici e risoluti: si può parlare di movimento isolato di guerriglieri. Tra i comandanti, si ricorda Mahomet-jan, un ufficiale subalterno di artiglieria ed Eiub-Khan, a capo di reggimenti dell’esercito di Cabul. Si elencano di seguito varie etnie in lotta: gli Afridi, la cavalleria irregolare dei Ghilzai, distinta in tre reggimenti con a capo Pandscha-Khan, la cavalleria dei Duranai, i Mohomand e gli Usbecchi di Transcaucasia. Le formazioni regolari si possono identificare nell’esercito di Herat ed in quello di Cabul. Il comandante delle forze regolari afgane era Daud Scia. Le milizie disorganizzate erano di stanza ad Herat; le altre erano disseminate nella Transcaucasia, cioè tra l'Indocusch e l'Amu Daria di fronte alla Russia. Nell'Herat erano presenti i soldati di Àimac e di Hesarai.

I piani operativi
Si evidenzia che tra le tre colonne anglo-indiane, che alla fine del 1878 aprirono le ostilità contro l'Afghanistan, vi era preminenza di cavalleria ed artiglieria rispetto alle proporzioni ordinarie del tempo; preponderanza della cavalleria, per meglio esplorare largamente dinanzi ed ai fianchi, guardarsi le spalle, conservare un vivace e continuo servizio di raccordo. Inoltre era necessario controbattere la numerosa cavalleria irregolare dei Ghilzai e dei Duranai, specie nel centro dell' Afghanistan; ciò dal momento che in quel paese, così vario e convulso, pieno di alti o bassipiani era inevitabile l’impiego dell'arma veloce per eccellenza. L'artiglieria era preponderante particolarmente nella colonna del sud, perché con i lunghi, precisi ed efficaci tiri, esercitava un grande prestigio morale e materiale, anche perché gli afgani si fortificano ovunque e quindi necessitava abbattere le loro rozze trincee e sgominarne i difensori. Le tre colonne erano destinate ad operare a enormi distanze l’una dalle altre, separate da tali ostacoli geografici, da non essere in grado di comunicare fra loro neppure con il telegrafo o con l'eliografo.
a.   Le Forze in campo
(a)     Entità e qualità
(b)    Dislocazione iniziale
Le truppe disponibili anglo-indiane per un'operazione contro l'Afghanistan toccavano circa i 34.000 uomini, dei quali 12.000 europei. Circa la collocazione dell’esercito inglese, nel settembre 1878, lo stesso si raccolse alle frontiere dell’Afghanistan sotto il comando di Sir G.P. Haynes. Occorreva comunque tempo per riunire le truppe dai lontani presidi, per trascinare fino ai valichi montani sia l’artiglieria  che i carreggi. L'india aveva due grandi linee ferroviarie strategiche: una delle quali partiva dalle bocche del Gange e ne seguiva il corso per poi lanciarsi nella gola formata dai deserti indiani e dall'Himalaja, a Lahore, dove incontrava l'altra ferrovia che veniva dalle bocche dell'Indo; unite proseguivano lungo la via segnata dalle carovane e dagli eserciti invasori, verso la frontiera afgana, verso Peschavar e verso il passo di Cheiber. Ma alla vigilia delle ostilità, malgrado la tendenza che sempre spiccava nella politica anglo-indiana di porre le mani sull'Afghanistan, nonostante gli esempi dell'America o la perseverante operosità inglese, la ferrovia non giungeva che fino a Jehlum, non vi erano ponti sull'Indo, mancavano strade ordinarie ed i trasporti divenivano difficilissimi proprio nel “tallone di Achille” della frontiera indiana.
Le operazioni della seconda guerra afgana
Il 21 novembre 1878 iniziò la 2^ guerra anglo-afghana.[2] Gli inglesi disponevano di 34.000 uomini - di cui 12.000 europei -, divisi in tre colonne (una per ogni valico nella frontiera nemica). La prima colonna da Peschavar mirava al valico di Cheiber. Era sotto il comando di sir Samuele Browne, un veterano delle guerre indiane e si componeva di due divisioni costituite da una forza di 16.300 uomini, dei quali 7500 europei (12.000 fanti, 2300 cavalli e 66 cannoni).
La seconda colonna doveva partire da Cohat ed attraversare per il passo di Kuram. Le prime due colonne, l'una sul versante settentrionale, l'altra sul meridionale di Sefid-Cu, separate da monti impraticabili, dovevano marciare contro la capitale nemica. La seconda colonna, detta pure di Kuram, era agli ordini del generale Roberts, già capo di stato maggiore dell'esercito del Bengala e noto per la sua bravura personale nella guerra di Abissinia e nella repressione dell'insurrezione dell'India. La componevano due brigate di fanteria ed un reggimento di cavalleria, con alle spalle il presidio di Cohat, potendo così contare su 5600 uomini, di cui 1800 europei (3900 fanti, 816 cavalli e 18 cannoni).
La terza colonna si riunì a Quetta, al di là del passo di Bolancon, con destinazione Candahar, al comando del generale Stewart, già comandante di Brigata in Abissinia ed infaticabile conduttore di piccole scorrerie contro gli Indiani. La componevano due divisioni della forza di 11.590 unità, dei quali 3380 europei (7600 fanti, 2880 cavalli e 64 cannoni).
I reggimenti mobilizzati di fanteria indiana erano dotati di fucili a retrocarica, mentre prima li avevano ad avancarica. La colonna di Quetta, doveva attaccare la fortezza di Candahar, e quindi, nel proseguire sopra Kabul, doveva occupare le città di Calat-i-Ghilzai e di Gazni. Oltre le batterie a cavallo, aveva batterie da posizione, obici, mortai ed un piccolo parco di assedio, portati da elefanti. Ma dal momento che detti animali non potevano essere abituate al fuoco, a ciascuna batteria furono assegnati 300 buoi. Per i trasporti delle tre colonne si credette necessario utilizzare 100.000 cammelli, basandosi sulle esperienze della campagna di quarant'anni addietro, in cui se ne erano utilizzati circa 200.000.
Gli inglesi marciavano con una enorme quantità di servi ed impedimenti vari che finivano con impacciarli[3]. Le colonne erano fragili e vulnerabili, ma gli afgani erano disorganizzati e mal guidati per spazzarle via[4]. Nell'esercito inglese emergeva il valore dei fieri Gurkhas (o montanari), specialmente nella colonna del generale Roberts. L'età media delle reclute era tra i 18 ed i 22 anni; la ferma ordinaria era di tre anni, cui poteva seguire la rafferma. Gli ufficiali provenivano dalla truppa, ma, salvo rarissime eccezioni, non superavano il grado di capitano. L'uniforme era inglese, ma invece dell'elmo di feltro grigio, gli indigeni avevano il turbante. Pittoresca era la cavalleria, divisa in lancieri e cavalleggeri, vestita all'orientale con il capo cinto da uno scialle di kashmir, col pastrano tessuto di crini di cammello. I cavalli erano provenienti  dall'Australia o dal Capo di Buona Speranza.
Le due prime colonne (quelle agli ordini di Cheiber e di Kuram) miravano su Cabul, ma non potevano congiungersi se non dopo aver sconfitto tutti i nemici posti lungo la via delle operazioni. La terza colonna aveva come obiettivo la città strategica di Candahar (al confine tra Persia e Russia ed avrebbe dovuto seguire la via già percorsa dalla  principale colonna nella prima spedizione contro l'Afghanistan). Ma la Persia, angosciata dalle sue lotte intestine, era rispettata dagli anglo-indiani, che con dieci navi da guerra armate di settantadue cannoni guardava le coste del Golfo Persico. Da parte russa non vi era apprensione, perché aveva richiamato il generale Kaufmann, già in marcia con diciottomila uomini verso Balch, da una parte, e verso Merw dzz dall'altra, ossia verso la frontiera settentrionale dell'Afghanistan. Inoltre la Russia aveva espresso intenzioni assai rassicuranti, che avevano trovato conferma nel ritiro dalla corte di Scir Alì del legato Kossganow ed inoltre era impegnata contro i rivoltosi ottomani. Pertanto la  colonna di Bolan e di Quetta andava a perdere importanza strategica. Così venne indebolita per rinforzare la guardia ai confini. Non rimaneva quindi che l'operazione principale, l'azione offensiva affidata alle due prime colonne.


Il comandante supremo, generale Haynes, a Calcutta per non intralciare l'autonomia dei singoli comandanti, pretese di dirigere le operazioni principali (per telegrafo!). Ciò comportò ritardi ed incertezze[5]. La colonna di Browne doveva superare il passo di Cheiber ed avanzare fino a Dakka; la colonna di Roberts stabilirsi nella profonda valle di Kuram e sconfiggere le tribù degli Afridi. La colonna di Steward, passare il confine ed occupare la valle di Piscin. Il generale Browne, assicuratosi degli Afridi e dei Mohomand, mosse defilato per l'aspra strada che portava al forte di Alì Muscid, allo scopo di farlo cadere con un attacco. Ma la colonna, non conoscendo il terreno tagliato da profondi burroni e dominato da scogliere, fra mille possibili agguati, non giunse per tempo pur avendo marciato per ben 23 ore senza sosta. Browne, impaziente, attaccò ancora lo stesso giorno con l’ala sinistra, che dovette retrocedere lasciando sul terreno una quarantina di soldati. All'alba dell'indomani fu aperto il fuoco con l’artiglieria, cui nessuno rispose, segno che nella notte la forte posizione era stata abbandonata. Ventiquattro cannoni, fucili e munizioni, cammelli e muli, caddero nelle mani degli inglesi.

Il 21 novembre le tre colonne inglesi erano al confine, ma dovettero attendere la primavera per le successive principali operazioni[6].
Il 23 novembre, preceduto dalla cavalleria, il corpo di Browne marciò su Dakka, tappa indispensabile per raccogliere viveri e munizioni, per guardarsi intorno, in modo da prepararsi a forzare Jellalabad e le battaglie successive. La via era tutt'altro che sicura, anche se soltanto 65 km separavano Dakka da Peschavar, e la presenza di due forti ben presidiati.
Nel frattempo lo stesso giorno della dichiarazione di guerra (21 novembre) la colonna di Roberts entrava senza colpo ferire nel territorio afgano, nel punto dove esce il Kuram, andando ad occupare due alture di frontiera cinte di mura e rafforzate da torri circolari; le stesse erano difese da afgani, mentre, sgombro di nemici, era il forte di Mohamet Azim, già perno di scorrerie degli Afgani nella valle dell'Indo. Ma la via si faceva sempre più aspra e selvaggia lungo il letto di un torrente disseccato. Enormi massi caduti dall'alto o trascinati dalle acque interrompevano il canale, sotto alture ove si innalzava il Peivar (3000 metri sul livello del mare). In ogni villaggio ivi presente, cinto di muraglie, vi erano nascondigli per imboscate od agguati. Roberts, alla testa di un reggimento di cavalleria, si spinse in ricognizione, finché intercettati gli Afgani,dovette ripiegare sulla sua fanteria. Solo il 29 novembre lo stesso generale avanzò con la speranza di sorprendere gli Afgani sul fianco destro e sconfiggerli: ma l'attacco fu vigorosamente respinto, al punto che convenne ricorrere ad un aggiramento pericoloso per piombare sulla linea di ritirata. La mossa ottenne un successo. Gli Afgani, non avendola scoperta per tempo, cominciarono a ritirarsi; poi, presi dal panico, scapparono precipitosamente. Le perdite anglo-indiane raggiunsero un centinaio, tra morti e feriti; gli afgani deceduti furono 130.
Le truppe anglo-indiane erano esauste. Dopo Ali-Chei, vi era il passo di Scutargardan, che sul versante meridionale dei Sefid-Cu dalla valle del Kuram, si immetteva nella valle del Logar, uno dei confluenti principali del fiume Cabul. Nelle immediate vicinanze ergeva Cabul, mentre a sinistra, coperta da poggi boscosi, sorgeva Gazni, la fortezza montana che sbarrava la strada fra Kabul e Candahar. Roberts sperava di sboccare dal valico, di sorprendere le truppe afgane al crocevia di Cuschi, di scendere a Cabul e di compiere egli, alla testa della minore tra le colonne, l'operazione decisiva della campagna. All'uopo egli inviò una squadra di ricognizione nella stretta, che procedette con facilità; ma ciò era il preludio alla resistenza afgana che da lì a poco tempo si sarebbe sprigionata. Pertanto, convenne per le truppe inglesi retrocedere al forte di Kuram.



Alla ripresa delle ostilità, gli inglesi giunsero con facilità nelle valli verso Cabul. Ma la situazione non era affatto rosea. Browne dovette frazionare le già ridotte forze su grandi distanze ed un terreno sconosciuto; la decisione di attaccare senza attendere rinforzi e non utilizzando l'artiglieria ridusse sensibilmente le munizioni disponibili[7].
Mentre il 26 dicembre il generale Roberts proclamò decaduto l'emiro e annesse il distretto di Kuram (120.000 abitanti), alcune tribù compivano attacchi alle linee inglesi, logorando il morale ed il fisico delle truppe[8].
La colonna di Quetta, alla fine di novembre, incominciò le sue operazioni contro la frontiera, in direzione di Candahar. Gli Inglesi, già da parecchio tempo (1876) dalla valle dell'Indo avevano spinto un presidio nella montana Quetta, allo scopo di sottomettere il Belutcistan dell’emiro di Chelat, sia per assicurarsi il varco di Bolan, sia per avere una posizione di rispetto sulla via delle carovane tra l'Afghanistan e l'India, nonché per poter scendere rapidamente all'Argandab ed all’Illmend. Ma la posizione non era certo delle migliori, causa l'asprezza della strada e per le continue minacce dei nomadi lungo le pendici meridionali dei Solimano. Quetta era un ammasso di capanne e case di terra sopra un cocuzzolo intorno ad un vecchio castello e cinte di una muraglia, ridotta a terrapieno dalle truppe anglo-indiane
Il clima invernale era freddissimo, le truppe soggette a molte malattie (specie gli indiani e le reclute europee)[9].
All'inizio della campagna un piccolo battaglione di pionieri composto da 260 uomini, vale a dire più che metà dell'effettivo, erano ammalati. I saccardi, mal coperti e denutriti, perivano di freddo, come pure i cammelli, destinati ai trasporti. Molte accuse pesano sull'intendenza anglo-indiana, dal momento che due mesi dopo l'ultimatum che trascinava inevitabilmente alla guerra, poteva avere per teatro principale di operazione le aree di Candahar, poiché a Quetta si giunse sprovvisti di ogni adeguato equipaggiamento. Inoltre la testa della seconda divisione, destinata a marciare contro l'Afghanistan, giunse a Quetta solo il 16 dicembre, cioè quasi un mese dopo la dichiarazione di guerra, tre mesi dopo l’ultimatum. Prima venne occupata la valle di Piscin, a pochi chilometri dalla frontiera; dopo le truppe entrarono nella stretta di Codscha, la porta di Candahar. Pochi colpi bastarono a far deporre le armi a 1200 Afgani. La marcia continuò tranquillamente per la valle del Dorì fino alle porte della città, che, malgrado le sue muraglie, i suoi fossati e canali, il suo armamento e il suo presidio, non oppose alcuna resistenza. Gli Inglesi vi entrarono esattamente l'11 gennaio.
Nulla si opponeva in quel paese dilaniato da interne conflittualità ed in preda all’anarchia, ove regnava la rivalità tra i vari capi. Le milizie disorganizzate erano tenute ad Herat, dove si era formato una specie di regno a parte; le altre erano disseminate nella Transcaucasia, cioè tra l'Indocusch e l'Amu Daria di fronte alla Russia. Nessuna idea di direzione o comando superiore; ignoranza completa di quanto stava per accadere.

Il 29 novembre l'emiro afgano Scir Alì, aveva accettato l’ultimatum inglese riaffermando le antiche buone relazioni tra i due popoli, ma ciò non arrestò le operazioni anglo-indiane né rinvigorì la resistenza[10] (l’abdicazione fu giudicata da molti coma una fuga vigliacca, da altri un piano di difesa calcolato: Jacub-Khan rappresentava agli occhi delle tribù la lotta contro lo straniero[11]).

Sebbene l’esito apparisse favorevole, le preoccupazioni inglesi aumentavano[12]: le comunicazioni erano  difficili, i soldati uccisi non venivano rimpiazzati, l'eco della riscossa afgana si propagava.
II maggiore Cavagnari intraprese piccole spedizioni contro le bande locali, corrompendone a volte i capi. Il generale Browne, il 20 dicembre, entrò a Jellalabad, frazionando le sue truppe lungo la valle del fiume Kabul. Anche il generale Stewart, sentitosi trascinare dal successo incontrastato e giunto a Candahar, distese le truppe a ventaglio, spingendo una colonna sulla strada di Cabul, per la valle del Tarnac ed un'altra lungo la strada per Herat, sulla riva destra deIl’Argandab. Neppure queste due colonne trovarono resistenza, per cui lo stesso Steward poté entrare liberamente nella città montana di Calat-i-Ghilzai (5760 piedi sul livello del mare), tra Candahar e Gazni e in prossimità della zona dei non ancora sconfitti Ghilzai. La seconda colonna si stabilì a Ghiriscic, posto avanzato di Candahar verso Herat, alla frontiera della zona abitata dai Duranai, che agitati da discordie intestine, non si erano ancora accordati. Ma su di un territorio vasto quanto l'Italia, diviso da parecchie catene longitudinali, tagliato superiormente dal Sefid-Cu (che potrebbero paragonarsi alle Alpi in Italia), si trovarono le tre piccole colonne, circa 35.000 combattenti, senza comunicazione fra loro, disseminate in gruppi e slegati in piccoli drappelli, composti da manipoli di servi malsicuri, carreggi e bestie da traino. Gli afgani avevano buon gioco in detta situazione, per cui quando Jacub-Khan assunse definitivamente la corona di Cabul e fra le popolazioni incominciarono a balenare segni di malcontento e di lotta, il generale Stewart ritirò le due colonne a Candahar, abbandonando dunque Calat-i-Ghilzai e Ghiriscic. La retroguardia di Biddulph fu incalzata verso la fine di febbraio, correndo il serio rischio di essere rovesciata. Nel marzo gli attacchi si rinnovarono frequenti ed ostinati, portate avanti da piccole fazioni. Gli anglo-indiani tenendosi sulle difese riportarono poche perdite, mentre molti afgani furono uccisi.

La strategia inglese prevedeva una marcia offensiva su Cabul e Jacub-Khan, credendo di non poter resistere, stipulò un trattato tra Inghilterra ed Afghanistan. Nel frattempo Candahar era quasi interamente sgombrata[13].
La colonna di Cheiber era notevolmente assottigliata; i trasporti si facevano più difficili in conseguenza della perdita di 60.000 cammelli durante la campagna antecedente; tra gli Indiani vi erano tante diserzioni, al punto che i reggimenti di fanteria erano ridotti a 600 uomini, quelli di cavalleria a 300. Lo stato sanitario delle truppe era pessimo, perché dopo tante battaglie il colera, oltre ad uccidere numerosi soldati, deprimeva il morale dei soldati, assai più degli agguati e delle imboscate.

Tra gli afgani si sparse la notizia dei fatti accaduti a Cabul. All'odio contro lo straniero, al desiderio dell'indipendenza, si univa, specie fra i montanari, l'odio religioso che si basava sul concetto di “guerra santa” e sterminio degli infedeli. La colonna più vicina a Cabul, meno travagliata dalle malattie e dai congedi, era quella del generale Roberts[14].

A Londra regnava impazienza per la fine del conflitto. Il 3 settembre del 1879 il Maggiore Louis Cavagnari, rappresentante di Sua Maestà a Cabul, venne circondato presso la residenza diplomatica nella capitale dagli afgani (causa apparente fu il mancato pagamento di paghe ad ex soldati locali). Gli occupanti si difesero valorosamente, ma 4 ufficiali inglesi, le loro famiglie e la scorta, per un totale di 79 persone, furono trucidate.
Non sembrava che l'emiro fosse complice nell'orrendo massacro, ma egli non aveva saputo né prevedere né reprimere l’insurrezione: per astuzia o per codardia, egli implorava pietà, nel frattempo le sue truppe si preparavano alla difesa estrema contro i tre obiettivi inglesi (battere all’aperto gli afgani; occupare Cabul; mutare la linea di operazione)[15].
Il generale Roberts, il 12 ottobre, fece il suo ingresso trionfale nella capitale. Il 16 ottobre, però, scoppiarono i primi tafferugli , tanto che Roberts preferì accamparsi sui poggi di Schirpur, trincerandosi tutto intorno.
Nel frattempo Jacub-Khan, dopo pochi mesi di governo tempestoso, abdicava in favore di suo figlio. Roberts proclamò l’alto patronato dell'Inghilterra sull'Afghanistan. Le popolazioni cominciarono ad insorgere contro lo straniero, di monte in monte. Le truppe inglesi furono attaccate e dovettero ritirarsi verso Candahar.

Nella valle del Kuram gli attacchi afgani erano giornalieri; per la fame, per il freddo e per paura di nemici invisibili gli inglesi cominciarono a ritirarsi, tenendo quel posto avanzato della frontiera con l’India. Le popolazioni locali erano riservate, i viveri scarsi, la strada malsicura; gli inglesi chiedevano rinforzi[16], gli afgani non riuscivano a cacciare il nemico. All’alba del 23 dicembre gli afgani attaccarono, ma Roberts li anticipò grazie all’attività delle spie e le truppe inglesi costrinsero gli afgani al ripiegamento. Il giorno dopo fu rioccupata Cabul. La famiglia reale fu inviata in esilio in India. Nel frattempo gli afgani di Kui-Baba, armati, si ribellavano. Verso Herat le cose non andarono meglio per gli inglesi, ma la situazione era difficile per entrambi i contendenti. Roberts a Cabul era quasi circondato, i rinforzi non bastavano a compensare le perdite. A Mainwand, un contingente britannico fu quasi annientato. A Roberts non rimase altro che condurre il suo esercito a Candahar: per gli inglesi era l’ennesimo tentativo andato in fumo di prendere Cabul. La guerra proseguì con piccole scaramucce, fino all’aprile del 1881, quando da Calcutta giunse l’ordine di ritirarsi. La seconda guerra anglo-afgana era finita.
a.   Gli avvenimenti politici ed economici durante le operazioni
(1)    Iniziative politiche ed economiche dei belligeranti
Si ricorda, durante le ostilità, il “trattato di Gundamak”, il 7 maggio 1879, in cui Jacub-Khan credette di non poter più resistere alle operazioni belliche anglo-indiane, che prevedeva eterna amicizia tra Inghilterra ed Afghanistan, l'amnistia per gli afgani amici degli anglo-indiani, obbligo per l'emiro di consigliarsi, nelle sue relazioni internazionali con il governo britannico, che si impegna a difendere gli afgani da ogni attacco ed infine la nomina di un agente inglese con sede a scorta a Cabul.
(2)    Interferenze di Parti o Paesi: NN
(3)    Interferenze di “movimenti” simpatizzanti: NN
(4)    Interforze di neutrali: NN
b.   Considerazioni riepilogative
(1)    Sull’impostazione, lo sviluppo ed i risultati delle operazioni di guerra
La Gran Bretagna, trascinata da una politica aggressiva, si trovava con forze indebolite ed impegnate in teatri distanti del mondo. La catastrofe d'Isandula aveva avuto in Europa un ritorno negativo. Nell'Africa settentrionale l’influenza britannica aveva ricevuto un duro colpo da Ismail, vice rè dell'Egitto; mentre Caffì, re degli Ascianti, nell'Africa occidentale aveva respinto lo offerte inglesi di farsi intermediaria tra lui ed il re di Adansa. Quando le truppe britanniche erano impegnate nel labirinto dell'Afghanistan, il re Thibo di Birmania cominciava a mostrare intenzioni belligeranti; nè era possibile richiamarlo al dovere con quell'esercito anglo-indiano, tutto attirato verso la frontiera opposta. Vi era inoltre la questione d'Oriente e i pericoli da parte della Russia, determinata alla conquista di Cipro. Ecco i motivi per cui il governo inglese cercasse di finire quella guerra afgana ormai ingloriosa, che si prolungava oltre misura, che stava per diventare sanguinosa, con stenti per i soldati in termini di fame e freddo.
(2)    Sui riflessi esercitati su di esse dagli avvenimenti politici ed economici verificatisi durante il loro svolgimento
Non si è trattato di un trionfo inglese, anche se è difficile sostenere che l’esercito di Londra sia stato sconfitto. L’Afghanistan uscì dal conflitto come un Paese riconosciuto e questo può considerarsi il risultato più duraturo che ha ottenuto. Ritornando alla figura di Rahman-Khan, lo stesso era considerato, da entrambe le potenze in competizione, Russia e gran Bretagna, un re che non avrebbe fatto gli interessi né degli uni né degli altri, ma solo del suo popolo. In ciò vi era la necessità di liberarsi di un gravoso fardello, politicamente scomodo. Dette interferenze esterne provocarono enorme confusione interna. Rahman, noto come l’Emiro di Ferro fu lui a chiarire il dilemma in un’autobiografia ritenuta autentica sul ruolo del suo Paese. Lo stesso non era però accettato all’unanimità dal popolo afgano: infatti il suo controllo comprendeva la capitale e la parte Nord del Paese. Ad Herat, il cugino Ayub Khan iniziò autonomamente a pretendere il trono, riuscendo anche a sconfiggere le truppe britanniche a Kandahar.  L’esercito inglese riuscì però a reagire e a cacciare dalla città le truppe di Eiub-Khan, che fu offerta al controllo di Rahman. La stessa era considerata crocevia fondamentale che non poteva solo essere evacuata ed inoltre gli afgani sarebbero così stati più inclini sostenere la politica inglese, se gli inglesi non avessero interferito negli affari dell’Afghanistan.  Abdur Rahman accettò il ruolo di stato cuscinetto che gli inglesi diedero al Paese, non riuscendo però a sedare definitivamente le tribù ostili che non ne riconoscevano l’autorità. L’Emiro di Ferro accettò la perdita di regioni di confine oggetto di contenzioso con l’India britannica, ingoiò i rospi della Durand Line, che nel 1893 venne tracciata, stabilendo la frontiera occidentale dell’Afghanistan, e del corridoio di Wakhan ed acconsentì a cedere alla Gran Bretagna la direzione della politica estera afgana. In cambio l’emiro ricevette 1,2 milioni di rupie in contributi annuali, aumentati a 1,85 milioni dopo che si inchinò davanti all’imposizione dei confini, cosa che gli fece guadagnare di volta in volta un premio in armamenti inglesi, riuscendo a  costituire un esercito nazionale permanente. Ma mentre si dotava di armi moderne, impediva la nascita di scuole e ferrovie moderne.
All’inizio degli anni ottanta gli inglesi avevano così creato uno Stato cuscinetto ragionevolmente stabile, che li proteggesse da interferenze russe, mettendo al sicuro le ricchezze dell’India britannica. Gli attuali confini afgani risalgono infatti al regno di Abdur Rahman. I russi non erano disposti a restare a guardare. Nel 1877 la città di Kashgar era tornata a far parte dello Xinjiang, il Turkmenistan cinese, con critiche enormi di Pietroburgo, che potè soltanto mantenere un console nella città, avviando altresì un’intensa attività commerciale con un vantaggio di tempo rilevante rispetto agli inglesi.







[1] Il Comando supremo inglese prevedeva: il Comandante generale Sir G.P. Haynes, che coordinava le operazioni da Calcutta;  sul terreno, il Comandante generale: S. r. G. Roberts; il Capo di Stato Maggiore: Col. Macgregor; il Comandante di Artiglieria: Col. Gordon; il Comandante di Cavalleria: Maggiore Generale Duham Masy; il Comandante della 1^ Brigata Fanteria: Maggiore Generale Macpherson; il Comandante seconda Brigata Fanteria: Maggiore Generale Baker; il Comandante terza Brigata Fanteria: Col. F.H. Jenkins. 

[2]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 2.
[3]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 3.
[4]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 4.
[5]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 5.
[6]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 6.
[7]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 7.
[8]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 8.
[9]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 9.
[10] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 10.
[11] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 11.
[12] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 12.
[13] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 13.
[14]  Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 14.
[15] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 15.
[16] Allegato A - NOTE – 2^ guerra, nota 16.

giovedì 13 marzo 2014

Badoglio: fu veramente vincente nella Guerra d'Etiopia?


Un tema di ricerca proposto alla riflessione è quello dedicato alla figura ed al comportamento del Maresciallo Badoglio nella guerra d'Etiopia (!935-1936).
Conquista Adis Abeba nel maggio 1935, ancora le forze Etiopi erano abbastanza consistenti da dover continuare la guerra al fine di realmente conquistare tutta l'Etiopia.
 In realtà Badoglio scelse la soluzione che al momento sembrava la più ovvia, anche per fini politici. Mussolini infatti il 5 maggio 1936 annuncia da Palazzo Venezia la conquista della capitale etiope e tutti gli italiani pensano che ormai la vittoria sia conseguita. Il 9 maggio successivo sempre dal balcone di Palazzo Venezia proclama l'Impero Italiano con la conquista dell'Africa Orientale.
 In realtà inizia una guerriglia che si protrarrà fino alla sconfitta del maggio 1941.
 L'errore di Badoglio fu proprio quello di non distruggere il potenziale militare dell'Etiopia. Con l'appoggio britannico questa guerriglia diede del filo da torcere alle truppe italiane.
 Intanto però Badoglio era rientrato in Italia, carico di onore e gloria, lasciando al suo rivale, il Maresciallo Graziani, l'onere di governare una colonia.


martedì 4 marzo 2014

La prima guerra afgana 1838 1842


SOLDATI  ITALIANI IN TERRE STRANIERE

Afganistan

Il profilo storico della crisi

 

La Prima Guerra Afgana 1838-1842

 

Nel 1809, si erano avuti i primi contati diretti tra Londra e il governo afghano, quando la Gran Bretagna impegnò tutte le sue forze nel Medio Oriente, dalla Persia ad Aden, al fine di contrastare da ogni parte possibile i progetti di Napoleone sull'India, aiutato dalla Russia e dalla Persia. L'accordo anglo-afghano contro la Francia prevedeva anche l'opposizione afghana a un'eventuale invasione persiana dell'India, ciò nel caso che la Persia avesse accettato di appoggiare in qualche modo la Francia, in seguito al trattato franco-persiano del 1807. Gli interessi strategici inglesi nel settore fecero costantemente oscillare la politica britannica tra l'occupazione di tutto il territorio afghano, e non dei soli monti di frontiera oltre la valle dell’Indo (che avrebbero rafforzato il confine Nord-Occidentale dell’Impero), per garantirsi completamente, o limitarsi a dominare con la propria egemonia economico-militare l'intera zona, lasciando però all'Afghanistan la propria sovranità e trattandolo sostanzialmente come uno Stato satellite. Queste incertezze britanniche perdurarono per quasi tutto il XIX secolo.

Con un altro trattato, concluso tra l’Inghilterra e la Persia nel 1814, in caso di invasione della Persia da parte di ogni altra nazione europea, l’Inghilterra avrebbe soccorso lo Shah o mediante l’invio di truppe dall’India o attraverso il pagamento di un sussidio annuale a copertura delle spese sostenute per la guerra.

 

Si trattava di un accordo oneroso, anche se era stato posto il caveat che tale impegno sarebbe venuto meno nel caso in cui l’attaccante fosse stata la Persia. Venuta meno la possibilità di una invasione francese dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, provocò inevitabilmente la perdita di influenza nei confronti della Persia ed il rapido declino dei rapporti anglo-persiani, con la inevitabile conseguenza che la Persia potesse cadere sotto l’influenza russa. La Russia era infatti l’altro avversario potente che lavorava nel Medio Oriente contro la Gran Bretagna, per scalzarne almeno in parte il dominio. E fu proprio la Russia che convinse il governo persiano, durante la fase filorussa della continua politica pendolare persiana, incerta tra la Gran Bretagna e lo zar, a invadere l'Afghanistan; ciò ebbe come immediata conseguenza l'intervento inglese[1].

 

Dost Mohamet[2] cingeva  la corona di Kabul e tenta di riunire con la forza delle armi, usando le sue doti diplomatiche e politiche e con l’aiuto della Persia e della Russia le sparse membra dell’Afghanistan. Per raggiungere i suoi fini l’Inghilterra decise di sbalzarlo dal trono e di porvi in sua vece Shah Soojah, rampollo della dinastia decaduta e precedente governatore di Kabul dal 1803 al 1809.

 

Nella dichiarazione di guerra dell’Inghilterra all’Afghanistan si legge: “Dost Mohamet ha mostrato chiaramente con il suo contegno che gli interessi dell’impero indiano corrono pericolo fino a che Kabul rimane in suo potere. Noi facciamo la guerra l Kabul per allontanarne un capo troppo intelligente”.  La logica che sottende alla I guerra afgana è semplice. poichè la Persia era governata da una leaderschip filo-russo, l’Inghilterra voleva instaurare in Afghanistan un re filo-britannico al fine di prevenire che la Russia divenisse la potenza dominante nell’area e che minacciasse la frontiera Nord-Occidentale dell’Impero Britannico.

 

I due obiettivi di Lord Auckland[3], nella temeraria impresa afghana, erano pertanto due:

. sollevare l’assedio persiano di Herat (obiettivo più pressante e per il quale il tempo era un fattore critico);

. la salita di Shah Soojah sul trono afghano.

 

Il piano operativo di Lord Auckland prese corpo all’inizio dell’estate del 1838, quando concluse un accordo tra il governo anglo-indiano, Runjeet Singh e Shah Soojah, lo stesso Sahh Soojah che con una forza comandata dall’esercito indiano e pagato con denaro britannico (nonché con il supporto del Maraja del Punjab) aveva tentato di riprendere il trono di Kabul.

 

Qualunque azione dell’esercito anglo-indiano doveva, secondo le abitudini del tempo, essere giustificata con un manifesto e quindi per giustificare il suo piano Lord Aucland, rilasciò il manifesto di Simla (la capitale del regno britannico in India) il 1°ottobre 1838 spiegando le ragioni per l’intervento inglese in Afghanistan. Nel manifesto si stabiliva che al fine di assicurare il benessere e la sicurezza dell’India, i Britannici avrebbero dovuto avere sicurezza alla frontiera occidentale.

L’ambiente Operativo

La guerra si svolse  Nord Est dell’Afganistan Paese. L’ambiente operativo è delimitato ad ovest dalla città di Kabul e ad est da quella di Jalalabad. Si tratta di una striscia di terreno che collega le due città, compresa tra il 34° ed il 35° parallelo Nord. Un’unica strada sormontata da montagne alte e scoscese attraversava il passo di Khoord-Cabool per arrivare  alla città di Jalalabad.

Meritano un cenno le caratteristiche antropomorfiche. Nell’area in cui si svolsero i combattimenti non esistevano città o agglomerati stabili. I guerrieri afgani vivevano in modo non stanziale in accampamenti posti tra le montagne. In generale, la popolazione dell’Afghanistan era suddivisa in grandi clan tribali, i Durrani, i Ghilzai, i Barakzai, a loro volta suddivisi in innumerevoli sotto clan ciascuno con i propri usi e costumi. Spesso i clan erano in lotta tra di loro ma la loro inimicizia poteva trasformarsi in alleanza secondo le modalità proprie delle società tribali. Gli Afghani nel loro complesso avevano una quasi naturale predisposizione a cercare e a trovare nel combattimento la soluzione di tutti i problemi. Per questo motivo una tradizione consolidata già ai primi dell’Ottocento “li presentava come di animo estremamente mutevole, pronti a trasformarsi in bande assai temibili di traditori e assassini”1. Tuttavia, alla fine del 1841 Mohammed Akbar, figlio del re deposto dagli Inglesi, Dost, aveva coagulato intorno alla sua persona un vasto movimento antibritannico trasversale ai vari clan tribali.

I piani operativi e le forze in campo e la loro dislocazione iniziale

L’intera operazione dei britannici si caratterizzò per la mancanza di qualsiasi piano. Militari e civili marciarono su un’unica colonna lunga una quindicina di chilometri. Nelle fila dell’esercito la disciplina e l’ordine non esistevano più. Del resto il presupposto operativo assunto dal generale Elphinstone era che i ribelli avrebbero consentito la ritirata, come promesso dal loro capo Akbar. Nessun piano fu adottato neppure quando fu chiaro, dopo i primi attacchi, che la promessa non sarebbe stata mantenuta.  La tattica dei ribelli fu invece chiara: l’annientamento dell’intera colonna britannica. Ciò che invece non siamo in grado di stabilire è se tale tattica fosse stata pianificata da Akbar o se invece scaturì dalla mancanza di un pieno controllo del capo su tutte le componenti del suo esercito. Una serie di indizi che si concretizzano nell’alternarsi “randomico” nel corso della ritirata di feroci e gratuite esecuzioni di civili e militari e il trattamento “umano” di prigionieri fanno propendere per questa seconda ipotesi cioè per un non completo controllo da parte del capo in ogni circostanza del comportamento delle truppe.

L’Esercito anglo-indiano.  All’atto del superamento dell’Indo, il 20 febbraio 1839, l’esercito britannico era composto da circa 25.000 uomini operativi (14.000 costituivano il contingente bengalese al comando di Sir Harry Fane, 6.000 le forze rapidamente reclutate dallo Shah Soojah e 5.000 la forza messa a disposizione dalla presidenza di Bombay) al comando dell’esercito di Bombay, il generale Sir. John Keane, con un seguito di oltre 40.000 persone.

L’Esercito afgano. Il numero dei combattenti è indeterminato. E’ stato stimato in circa 30.000 unità con un rapporto di 6 a 1 rispetto ai britannici. Alla loro testa, come già detto, Mohammed Akbar.

 

Gli avvenimenti

La guerra può essere articolata  in tre fasi: la conquista del territorio afgano da parte inglese; la non capacita inglese di controllare il territorio conseguente alla ribellione afgana; la ritirata del contingente inglese verso l’India

La conquista del territorio afgano. La guerra all’Afghanistan fu dichiarata nell’ottobre del 1938, ma solo nei primi dell’anno 1939 si entrò effettivamente in campagna. Sotto il comando di Sir John Keane il 20 febbraio 1839, l'esercito britannico passò l'Indo. Era composto di circa 12.000 soldati, con un seguito di oltre 40.000 persone, oltre alle nuove truppe di Soojah Shah. In marzo fu attraversato il passo di  Bolan. Il 25 aprile entrò a Candahar. Verso la metà del 1939 fu presa la città di Sudza che, in nome della Gran Bretagna, assunse il trono dell’Afghanistan. Ghazni, la roccaforte inespugnabile dell'Afghanistan, fu assediata e conquistata il 22 luglio 1939. Dopo questa disfatta l'esercito raccolto da Dost Muhammad si sbandò immediatamente, e il 6 agosto si aprirono anche le porte di Kabul. La conquista dell'Afghanistan sembrava compiuta, e così Sir John Keane pensò di far rientrare gran parte delle truppe in India. Quando tutto sembrava ormai acquisito inizio una fase che si rilevò poi fallimentare

 

Gli afghani non erano affatto contenti di essere governati dai Feringhee Kaffirs (infedeli europei) e nel corso di tutto il 1840 e del 1841 le insurrezioni si susseguirono in ogni parte del paese. Fu vano ogni ammonimento dei militari e dei rappresentanti politici inglesi; la situazione fu ampiamente sottovalutata. L'occupazione dell'Afghanistan costava alle casse indiane 1.250.000 sterline all'anno. Essendo stato informato dell'impossibilità di proseguire su questi livelli di spesa, Macnaghten tentò di arginare le uscite, ma l'unico modo praticabile sarebbe stato quello di tagliare gli appannaggi dei capi locali. Il giorno stesso in cui il tentativo fu messo in atto i capi ordirono una congiura diretta allo sterminio dei britannici e, di conseguenza, fu proprio Macnaghten a causare la concentrazione delle forze insurrezionali che fino ad allora avevano lottato isolatamente, senza unità né accordo, contro gli invasori. A Kabul gli inglesi, al comando del generale  da Elphinstone, un anziano generale gottoso, irresoluto e molto confuso, i cui ordini erano perennemente in contraddizione l'uno con l'altro. La neve cominciò a cadere, le provviste scarseggiavano. Si decise di rientrare, data la situazione, in India. Il 1° gennaio si giunse alla decisione definitiva

 

Tutto il denaro, 190.000 sterline, doveva essere consegnato agli afghani, oltre a 140.000 sterline in promesse sottoscritte di pagamento. Il 5 gennaio gli inglesi si misero in marcia con 4.500 soldati e un seguito di 12.000 persone; una marcia durante la quale sparirono anche gli ultimi residui di ordine, con militari e civili che si confondevano in maniera irreparabile rendendo impossibile qualsiasi tipo di resistenza.

 

I capi che avevano firmato la capitolazione non potevano né volevano tenere sotto controllo le tribù montane. Il passo di Kurd-Kabul divenne così la tomba di quasi tutta la colonna dell'esercito britannico.

 

Sull’impostazione, lo sviluppo ed i risultati delle operazioni della prima guerra afgana si possono fare delle considerazioni che possno essere di utilità anche oggi.

La fase iniziale di invasione del territorio afghano da parte delle forze militari britanniche fu efficace. Dall’inizio delle operazioni alla capitolazione di Kabul trascorsero sette mesi, cioè da febbraio ad agosto del 1839, con un dispendio contenuto di risorse.

Fu invece pesantemente sottovalutata la fase di governo britannico del territorio afghano, periodo in cui i governanti non seppero capire la cultura e le modalità di governo tribale della popolazione locale. I britannici non capirono quali erano i punti di forza e soprattutto di debolezza afghani, cioè la loro divisione in fazioni contrapposte. Fu inoltre sottovalutato dalla componente politica britannica il pericolo di una insurrezione popolare afghana reso probabile dalla crescente insoddisfazione popolare. La componente militare britannica percepì il pericolo di insurrezioni ma non fu ascoltata dai politici. Dopo la presa di Kabul la maggior parte del contingente militare britannico presente in Afghanistan fu così fatto rientrare in India. 

La fase di ritirata fu un altro punto negativo nell’organizzazione delle operazioni da parte dei britannici che subirono pesantissime perdite, morì la maggiore parte del contingente. I comandanti non seppero mantenere l’ordine del contingente, sottovalutarono pesantemente l’aspetto climatico della regione che si apprestavano ad attraversare, esponendo il personale al freddo ed alle asperità del periodo invernale. La ritirata avvenne apparentemente senza una pianificazione e strategia capace di affrontare e gestire le minacce prevedibili. 

Questa guerra rileva che l’Afganistan è facile conquistarlo e raggiungere Kabul, ma è difficile riuscire a mantenere sotto il proprio controllo.
 
La via più diretta per raggiungere l’Afghanistan sarebbe stata attraverso la valle del Punjab e poi per il passo del Peshawur (ma gl inglesi non hanno usato questa); base di operazione sarebbe stata la regione del Sindh, attraversata dall’Indo, le cui popolazioni erano fiaccate ed i loro principi discordi; centro d’approvvigionamento e perno di manovra era Schicarpur (India meridionale), linea d’operazione era la strada che, attraverso il passo di Bolan nel Beluchistan, portava a Quetta e dal passo di Codsha portava a Qandahar. Contemporaneamente una colonna leggera composta di 5000 indiani da Peschavar, attraverso il passo di Cheiber doveva marciare contro Cabul sotto gli ordini del generale Wade. Lord Auckland non comunicò al Maharaja Runjeet Singh (primo Maharaja dell’Impero Sikh) che le truppe anglo-indiane britanniche sarebbero passate per i suoi territori, pensando che lo stesso  avrebbe acconsentito al loro passaggio in virtù della presenza dello Shah Soojah e che avrebbe addirittura costituito una forza di riserva a Peshawur. La strada individuata per raggiungere Heart prevedeva di passare dal punto in cui il fiume Indo ed il Sutlej (foto a sinistra) si incontravano, per poi attraversare Roree, Sukkur, Scinde, la provincia del Belooch, quindi i passi del Bolan e del Kojuk, per arrivare a Qandahar, Ghuznee e Cabul.  Si trattava di una linea di circuitazione estremamente lunga, piena di difficoltà e svantaggiosa sia dal punto dei rifornimenti che delle comunicazioni. Sulla strada il contingente a capo del Gen. Cotton, si sarebbe dovuto unire con la Bombay Force, distante 800 miglia da Ferozepore. Delle 850 miglia che separavano il contingente da Qandahar, la prima metà non presentava grosse difficoltà, mentre dal passo del Sukkur in poi il terreno diventava inospitale ed irregolare. In effetti, non ci voleva una grossa conoscenza militare per capire che da Ferozepore fino all’Indo, il contingente sarebbe stato alla mercè dei Sikhs e per comprendere che un serio arresto sui passi o subito dopo avrebbe portato ad una inesorabile sconfitta.

 
Composizione esercito anglo-indiano 1^ guerra 1838: nell’autunno del 1838, l’Inghilterra aveva potuto mettere insieme un esercito di circa 25.000 uomini operativi (14.000 costituivano il contingente bengalese al comando di Sir Harry Fane, 6.000 le forze rapidamente reclutate dallo Shah Soojah e 5.000 la forza messa a disposizione dalla presidenza di Bombay) al comando del Commander-in-chief dell’esercito di Bombay, il generale Sir. John Keane, pronti per marciare attraverso i monti dell’Afghanistan (alla stazione di frontiera di Ferozepore) ed una folla di servi che toccava il doppio della forza combattente.
 
 
Contatti: Massimo Coltrinari: ricerca23@libero.it

 

 

 


 

 

 
Composizione esercito anglo-indiano 1^ guerra 1838: nell’a


[1] Allegato A – NOTE 1^ guerra, nota 5.
[2] Amir Dost Mohamad Khan: Governatore di Kabul dal 1826 al 1863 ( ad esclusione dei tre anni dell’occupazione britannica). Arresosi ai britannici nell’assedio a Kabul, fu inviato come prigioniero in India, per poi ritornare sul trono di Kabul una volta che il figlio Sardar Mohammad Akbar Khan sconfisse gli inglesi. Consolidato il suo potere conquistò Candahar nel 1855 ed Herat nel 1863.  L’altra figura di spicco afgana in questa guerra fu Wazir Mohammad Akbar Khan; figlio di Amir Dost Mmohammed Khan, ricondusse gli afghani alla conquista di Kabul e vi fece rientrare il padre come governatore. Ricostruì un impero simile a quello di Ahmad Shah Abdali. Tutt’oggi viene visto come uno dei più grandi eroi afghani. La leggenda narra che fu avvelenato dal padre all’età di 29 anni.
 
 
[3] Sir Frederick Lord Auckland:  sebbene non fosse un capo militare, era colui che poteva decidere l’impiego delle forze britanniche. Dopo aver studiato ad Eaton e ad Oxford nominato primo ammiraglio, divenne Governatore generale dell’India dal 1836-1842. Dopo la rovinosa fine della campagna afghana, gli succedette Lord Ellenborough. Altre figure di spicco inglesi erano William Hay Macnaghten , capo missione a Kabul, John Keane, comandante del corpo di spedizione anglo indiano e William Elphinstone, Comandante del contingente inglese di presidio a Kabul
 
 

domenica 23 febbraio 2014

Sbarco di Anzio. Aprilia


La Associazione "Un ricordo per la pace" presieduta da Elisa Bonacini ha portato a termine con successo ricerche storiche che hanno stabilito l'esatto punto in cui cadde il padre di Roger Waters, Eric Fletcher Waters. Alcuni dati di queste ricerche, sviluppate per lo studio delle operazioni sulla costa pontina nel gennaio 1944, sono riportati in questo blog, come pure su: www.corpoitalianodiliberazione.blogspot.com, a cui si rimanda per approfondimenti

lunedì 17 febbraio 2014

Lezioni. Anno 2014 Titolazione generale


La strategia del debole verso il forte. 
La Guerriglia ed il Terrorismo



1. Introduzione alla Storia Militare. Il Metodo Storico
2. La Guerriglia oggi. e la nascita dello SM.  L'inizio della  elaborazione teoretica della Guerriglia
3. La Guerrgilia oggi ed i precedenti nella prima meta dell'ottocento
4. La Guerriglia oggi ed i precedenti nella prima meta del secolo breve
5. La Guerriglia oggi e la terorizzazione della Guerrigilia alla Vigialia della II Guerra Mondiale
6. La Guerriglia oggi ed i precedenti nella seconda metà del secolo breve
7. La Guerrgilia oggi e la storicizzazione. 


Truppe Germaniche impegnate in azioni antiguerriglia nella seconda guerra mondiale . Anno 1943.

per contatti: ricerca23@libero.it

martedì 11 febbraio 2014

Angelo Ottaviani. Diaro

Ricordi dell'Impresa Africana" 1935-1936

(prefazione al Diario pubblicato su "Antiquaviva" Quaderni di Studi e Ricerche Ottobre 2013 Anno XV n.4)

L’impresa d’Etiopia rappresenta il culmine del consenso che il popolo italiano accordò al Fascismo nel suo arco ventennale di governo. La proclamazione dell’Impero, nel maggio 1936, rappresenta il successo a tutto tondo del movimento fascista, sottolineato dalle due adunate oceaniche, quella del 5 maggio 1936, quando Mussolini, come Capo del Governo e Duce del Fascismo, si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, annunciando al popolo italiano la vittoria etiopica, con la famosa frase “Il Maresciallo Badoglio telegrafa: oggi alle 17, 15, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Adis Abeba”, e quella del 9 maggio, quando richiamò sotto il balcone ancora il popolo italiano, proclamando la ricostruzione dell’Impero, ricollegandosi in modo molto ardito, all’Impero dei Cesari.

L’impresa di Etiopia non era iniziata bene nel 1935. Il ricordo delle sconfitte di Dogali e di Adua aleggiava su tutto. Gli abissini di Menelik avevano dimostrato con queste vittorie a tutti gli Africani che l’uomo bianco poteva essere sconfitto e non era invincibile. L’Italia, agli inizi del novecento, fu l’unica potenza europea che dovette soprassedere alla sua espansione coloniale. Nel 1935 questo progetto fu ripreso, soprattutto per dare uno sfogo alla nostra emigrazione, non essendo la sola Libia sufficiente ad accoglierla.  Mussolini, che vedeva nella guerra d’Etiopia un banco di prova del regime, non esitò a sostituire De Bono, inizialmente al comando delle truppe in Etiopia,  con il più determinato Maresciallo Badoglio; e non esitò a mettere a disposizione ogni sorta di materiale, in armi e munizioni ed inviando tutti gli uomini necessari. Questa disponibilità, e per la prima volta le Forze Armate Italiane combatterono una guerra in abbondanza di mezzi, rappresenta una delle cause della nostra sconfitta nel 1940-1943. Entrammo in guerra nel 1940 contro le potenze mondiali, Francia ed Inghilterra, con scarse riserve sia finanziarie che materiali, ulteriormente depauperate anche dalla guerra di Spagna e d’Albania. Tutto quello che impiegammo nel 1935-1939 sarebbe stato utile nella Guerra Mondiale, come del resto fece la Germania, che tranne una fugace e sperimentale presenza in Spagna con la Legione Condor tenne entro i confini le sue forze armate.
In Etiopia, in ogni caso, le cose andarono bene. Il Maresciallo Badoglio, coordinandosi con le forze di Graziani operanti dalla Somalia, da ottobre 1935 a maggio 1936, partendo dall’Eritrea, lanciò una serie di offensive, punteggiate da battaglie come quella dell’Amba Aradam, del lago Tana, dell’Ascianghi, che a maggio lo portarono ad entrare in Adis Abeba. Ma Badoglio sapeva che con l’entrare nella capitale nemica, come ampiamente dimostrato dalla Storia, vedi Napoleone che nel 1812 entra a Mosca, la guerra non era finita. Infatti non era stato distrutto il grosso dell’Esercito etiope. Occorrevano altre operazioni, che in parte ci furono, ma non sufficienti al conseguimento di quello che oggi chiamiamo l’”end state”. Cioè la vittoria, il conseguimento dell’obiettivo primario. L’Etiopia nel maggio 1936 era stata occupata ma non conquistata. Era una verità che i clamori dei festeggiamenti mise in secondo piano, ma che poi negli anni seguenti pagammo duramente. Badoglio, conscio di questo, iniziò a far rimpatriare quelle truppe che dovevano essere impiegate per distruggere definitivamente l’avversario, come se la vittoria fosse stata conseguita. Rimpatriò lui stesso, carico di gloria e di bottino, lasciando il comando al Maresciallo Graziani, il suo concorrente ai posti principali e di vertice delle Forze Armate Italiane. E Graziani dovette affrontare una snervante quanto sempre più virulente guerriglia che ebbe il suo apice nell’attentato proprio a Graziani stesso nel 1937. Nei quattro anni che seguirono tutte le nostre risorse in colonia furono assorbite da questa guerriglia; purtroppo al momento della dichiarazione di guerra del giugno 1940 la sorte dell’Impero era segnata. Impossibilitato ad essere soccorso dalla madrepatria, in quanto il nemico controllava il Canale di Suez, con scarse risorse disponibili, non aveva i mezzi per nessuna iniziativa strategica (come l’attacco al Sudan su Karthum che avrebbe minacciato nel prosieguo L’Egitto e Suez collegandosi con le forze operanti in Libia); fu solo una difesa, ammantata di valore, ma senza speranza.  Nel maggio del 1941 le forze inglesi ebbero facile gioco a conquistare l’Etiopia, appoggiate dalle forze etiopi, padroni del territorio. Se si può fare una similitudine con i tempi nostri, tranne l’ultimo segmento, la nostra vicenda in Etiopia e simile all’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e in Afganistan, subito dopo. Conseguita con relativa facilità, data la grande abbondanza e disponibilità di mezzi e materiali, l’occupazione  dell’ Iraq, le forze statunitensi non riuscirono, per effetto della guerriglia in essere, a conquistare l’Iraq stesso, ritirandosi dopo anni di attentati ed attacchi indiscriminati. In Afganistan lo stesso. Ed in questo paese anche la URSS fallì, occupando il territorio ma non conquistandolo, nel decennio 1979-1989. Ed il fallimento in Afganistan può essere considerano non uno degli ultimi motivi per cui la stessa Urss implose. Stati Uniti e URSS non studiarono a fondo e non trassero lezioni dalla nostra guerra in Etiopia del 1935-1936.

Il Diario di Angelo Ottaviani riverbera, con gli occhi di una Camicia Nera, gli avvenimenti sopra descritti, nel ruolo di gregario, di volontario che lascia la sua casa per libera scelta, per partecipare agli avvenimenti in cui la Patria è impegnata. Occorre porre una riflessione su questo aspetto volontario. Il nostro Risorgimento in cui si compì l’unità della nazione, nell’arco di tempo che va dal 1848 al 1870, con la I Guerra mondiale che rappresenta il suo naturale completamento, è stato caratterizzato dal fenomeno del volontariato. Non occorre fare tanti esempi, elencando tutti i corpi volontari del 1848 e del 1849; basta citare la Spedizione dei Mille ed il nome di Giuseppe Garibaldi per avere una dimensione della entità del fenomeno. Nel maggio del 1915 ci fu una gara ad arruolarsi, “ad avere un posto alla frontiere per combattere il nemico ereditario” come allora la nostra propaganda sottolineava. Nella guerra del 1936 vi fu lo stesso entusiasmo di popolo, ancorché incanalato dalla organizzazioni del Partito Nazionale Fascista e  recepito e raccolto nella istituzione voluta da Benito Mussolini e fondata il 1 febbraio 1923 che va sotto il nome di Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Questa Milizia, che doveva rappresentare il fascismo in armi ed in guerra, con afflusso dei volontari, da vita a Divisioni Camicie Nere (Divisioni CCNN) organicamente costituite appositamente per l’esigenza etiopica. Un volontariato che ha base regionale se non locale, infatti Ottaviani la scia Nepi con 19 suoi compagni, e fortemente ideologizzato. Un fenomeno che si può quasi dire di massa che si manifestò nel 1936, ma che non si manifestò nel maggio-giugno 1940 al momento della dichiarazione di guerra. Una contraddizione che qui non vi è lo spazio per approfondire, rimando alla monumentale biografia che Renzo de Felice ha scritto su Mussolini, e quindi sul fenomeno fascista, ma che anticipa i sintomi di quella disgregazione morale e di motivazione che poi avremo in misura sempre crescente per tutti i 39 mesi della guerra mondiale.
In Etiopia l’entusiasmo e la motivazione non viene meno, come emerge dalle pagine del Diario. Dalla concentrazione per esercitazioni nell’area a ridosso del porto di imbarco, Napoli, alla partenza, ove il saluto del Principe Ereditario rappresenta quella adesione di casa Savoia al Fascismo inequivocabile, al viaggio, che tutto sommato è tranquillo, pur passando in acque ostili, controllate dalla Gran Bretagna, l’impresa sembra più una grande manifestazione di popolo che una vera guerra. Anche l’impatto con l’ambiente operativo è  positivo: riga dopo riga traspare la fiducia nei Capi, nell’esito finale, nel senso di essere partecipe di giorni che saranno ricordati. La descrizione delle manovre per le varie battaglie sono recepite come elementi che punteggiano la giornata, la progressione verso esiti positivi, dati quasi per scontati, con la descrizione del nemico visto come “massa”, che, nonostante tutti gli sforzi che fa, deve battere in ritirata e darsi a precipitosa fuga. Colpisce come Ottaviani ripete, in modo quasi costante, la sua ammirazione per l’azione dell’aviazione, l’arma “fascistissima” che ha la prima occasione di dimostrare tutta la sua potenzialità. Sono fresche nella memoria degli Italiani le imprese Mediterranee ed Oceaniche di Italo Balbo, le transvolate che posero al centro dell’attenzione di tutto il mondo l’Arma Azzurra che in quegli anni era veramente di riferimento per tutte le aereonautiche, alla ricerca di uno sviluppo in cui ancora ci si discuteva tra il più leggero, il dirigibile, e il più pesante, l’aereo, dell’aria. Ottaviani nel suo diario sottolinea l’azione  dei nostri aerei, che colpiscono il nemico oltre le sue linee, in profondità. Non vi è cenno all’uso dei gas, che tanta simpatia del resto del mondo ci costò, e che a posteriori si rilevò un arma non definitiva, ma che fu una delle molle che compattò la resistenza etiopica, che poi pagammo molto cara.
Un altro aspetto da sottolineare sono le descrizioni non guerresche, che si intervallano nel Diario. La vita sulle ambe, la popolazione, le condizioni geografiche, di vita ed umane. I luoghi storici delle nostre precedenti azioni (Adua, Macallè, Forte Galliano, il cippo Toselli)) sono ricordati ma non commentati, quasi a voler sottolineare che sono ricordi in cui gli Etiopi risultano essere vincitori, l’esatto contrario di quello che lui in quel momento sta vivendo. Infine una nota particolare: l’accenno ai Caduti. Riverente, serio, onesto e di tutto rispetto, ma accettato come una cosa ineluttabile. Oggi le nostre missioni di pace vengono vissute e gestite con costi di vite umane a costo zero; quando, per fatalità o per azione avversa, un nostro Soldato cade, si ferma la Nazione. Un diverso impatto dettato dal diverso sentimento nazionale. Allora, i nostri Padri avevano per i Caduti in guerra, a livello emotivo generale, lo stesso atteggiamento che oggi noi abbiamo per le vittime degli incidenti della strada; una necessità, accettata con fatalismo e rassegnazione; i nostri Padri aggiungevano una forte componente di virilità.
Il Diario si chiude con la descrizione della fine della campagna, vista da lontano ed il rimpatrio, vissuto tutto senza trionfalismi. Molto significativo in quando si manifesta in questo atteggiamento il senso della scelta, il senso di appartenenza, il senso del dovere compiuto, il lavoro ben fatto, e l’essere soldati, l’orgoglio di avere dato tutto alla Patria, con tutto quello che significa. 
Un Diario che, pur nella sua dimensione, vale la pena di riproporre a tutti, non solo alla nuove generazioni, ma anche a quelle più o meno anziane, per un esempio di come si devono educare i figli, per come si deve vivere il senso di appartenenza, il vivere affrontando sacrifici e privazioni, per un bene superiore comune, che, nell’orizzonte che vediamo tutti i giorni, sembrano parole non solo sbiadite ma a molti incomprensibili.


Massimo Coltrinari,

lunedì 3 febbraio 2014

Equipaggiamenti La Storia della Gavetta

              
                                     
Il termine Gavetta (o Gamella che sono sinonimi) è tradizionalmente fatto risalire alla lingua latina con significato di “scodella”.
Gavetta deriverebbe dal termine “Gabata”, che a Roma antica aveva una connotazione di origine straniera, mentre Gamella da “Camella”, probabilmente con chiaro riferimento alla gobba del cammello che nella sua forma ricorda quella di un recipiente rovesciato.
Il termine Gavetta e di più Gamella, nei secoli rinascimentali era legato più al mondo marinaro che a quello delle truppe di terraferma. Infatti a bordo delle galee e delle navi in genere veniva così denominata la grossa scodella in cui consumavano il pasto un gruppo di uomini, in genere sette. Il termine si istituzionalizzò al punto che con gavetta si indicava un gruppo di sette marinai ammessi al rancio.
Ancora un legame con la tradizione marinara del termine Gavetta. Nel linguaggio architettonico si definisce “volta a gavetta” quella ottenuta intersecando una volta a padiglione con un piano orizzontale: si ottiene così una figura che ricorda la chiglia di un certo tipo di imbarcazioni. La volta a gavetta viene detta anche “volta a schifo” ed il termine “schifo”indicava nell’antica costruzione navale una imbarcazione adibita al servizio di una nave maggiore. Considerando che “schifo” viene fatto derivare dal longobardo SKIF e che nella lingua inglese SKIFF sta a definire una leggera imbarcazione a remi o a vela, si può collocare il termine Gavetta, nella sua primitiva adozione, alle forme navali antiche o di modello particolare. Un ultima annotazione: se si rovescia la volta a gavetta, si legge una forma di contenitore che da una parte ricorda un natante, dall’altra si avvicina in modo particolare a quell’utensile che nella tradizione umbra viene chiamato “capestio” e che quella marchigiana chiama “scodella”.

L’Introduzione dell’uso della Gavetta nelle formazioni militari di terra.
L’uso della gavetta come contenitore di cibo e strumento per la confezione del rancio (pasto) è strettamente legato alla tecnica di gestione delle sussistenze nel quadro storico dell’organizzazione logistica  dell’Esercito.
Fino al periodo napoleonico ogni soldato doveva provvedere da se alla confezione del proprio rancio, spesso ricorrendo a soluzioni tutt’altro che accettabili come taverne,  cucinerei improvvisate ecc.. Si iniziò a sentire l’esigenza di uno strumento come la Gavetta nel momento in cui, passata l’era Napoleonica si istituzionalizzarono le prime caserme, ovvero edifici funzionalmente concepiti su criteri esclusivamente militari.
Nel clima della restaurazione, l’espeerienza napoleonica in seno agli eserciti non poteva essere ignorata. Furono emanate tutta una serie di disposizioni intese a rendere la struttura militare quanto mai omogenea sulla base dell’ordinamento e dele capacità operative specifiche dei corpi. Non possiamo portare ad esempio i vari eserciti europei o quelli pre unitari in quanto sarebbe troppo dispersivo. Prendiamo a modello l’esercito sardo, che poi nel 1861 diverrà l’Esercito Italiano. 
Nell’ambito della Intendenza Generale di Guerra, creata il 19 novembre 1816 su trasformazione del settecentesco Ufficio Generale del Soldo, in cui si trattavano tutte quelle funzoni  che oggi sono assolte dal Corpo di Amministrazione e Commissariato incentrate sulla logistica dell’uomo,  furono emanate via via regolamenti che resero la struttura militare più omogenea.
Nel Regio Editto Penale Militare del 1822 furono codificati gli oggetti personali del corredo del soldato in cui figurava un “gamellino” in cui la forma e la capacità non venivano indicate.
Il termine Gavetta appare per la prima volta nei nostri ordinamenti nel 1833. Da quella data le nostre truppe ebbero in dotazioni i modelli di gavetta così come indicato
-                       Gavetta modello 1833
-                       Gavetta modello 1835
-                       Gavetta modello 1872
-                       Gavetta modello 1930 grande
-                       Gavetta modello 1930 piccola

Il Modello 1833
Il regolamento del 1833 definisce sia i materiale che il modello della Gavetta, destinata ai “bassi ufficiali” ed ai soldati.
E’ in ferro battuto, di forma cilindrica, proposta in due versioni una per la cavalleria, (peso 14/16 once circa 450 gr., larghezza 155 mm altezza 89 mm)ed una più bassa e più larga ma della stessa capienza,( peso 15 once circa 450 gr., larghezza 175, altezza 57 mm. ) per la fanteria. LA capacità di questo modello era 1 pinta equivalente a 1,369 litri.

Il Modello 1835

L’adozione del modello 1833 non rese soddisfatti e subito furono proposte modifiche che, acquisite, diede vita al modello 1835, modello che nelle sue forme sostanziali rimarrà in vigore fino ai nostri giorni.
Il Regio Biglietto  pubblicato sul Giornale Militare il 11 Agosto 1835 stabiliva, art. 2:
la forma: doveva essere semicircolare con angoli mistilinei smorzati ad arco; il fondo esterno leggermente convesso, larga 200 mm, alta 150, il coperchio 38 mm.
è di  latta forte detta doppia, il peso sempre di 450 gr.
composta da due parti distinte, il corpo ed il fondo tenute insieme da una saldatura a lamina rivoltata sicchè possa reggere al fuoco
riporta un manico collegato alle estremita per il trasporto
Questo tipo di gavetta è veramente rivoluzionario, procurando vantaggi consistenti.
Dotata di un manico ne agevola il trasporto, anche in caso di completo riempimento; la superficie piana aderiva allo zaino, mentre quella convessa era più resistente agli urti; i liquidi contenuti, essendo a sviluppo verticale, erano più controllabili; aveva una sua indubbia “manualità”.
Il modello fu distribuito solo alla fanteria ed agli zappatori del genio, mentre la Cavalleria continuava ad avere la gavetta del modello precedente, era costruito con la lamiera detta “ a bandone”. Nel 1837 fu distribuita all’artiglieria. La cavalleria continuò ad usare il vecchio 1833 modello fino al 1855, alla vigilia della spedizione in Crimea.

Il modello 1872
All’indomani della Presa di Roma, nel fervore delle riforme volute dal generale Ricotti Magnani con circolare 124 nota 10 pubblicata sul Giornale Militare 24 giugno 1872 fu adottata un nuovo tipo di gavetta che, memori delle esperienze della guerra al brigantaggio, doveva portare delle novità nella confezione del rancio. Il nuovo modello era in lamiera ed era tale da potervi confezionare il rancio per tre uomini o il caffè per sei. Di questo modello vennero forniti tutti i dettagli tecnici, nella forma ricalcava sostanzialmente il modello precedente, mentre la capacita passava da 1,350 litri a 1,5.
La novità era costituita dal manico recante uno snodo al centro che permetteva al manico stesso di adattarsi alla forma convessa della gavetta quando la si applicava allo zaino. Una piastrina di ottone rivettata a destra del passante metallico del coperchio recava per ponzunatura il cognome del soldato a cui apparteneva, che nel 1887 fu sostituito da una lettera dell’alfabeto e da  un numero da 1 a 999. Fu distribuita alla fanteria, mentre la cavalleria continua ad avere il precedente modello
Il modello 1872 rimase in uso alla Fanteria fino al 1882 anno in cui si torno al precedente modello, senza specificarne le ragioni
Nel 1896 si adottò, tranne che per gli alpini e l’artiglieria da montagna un tipo di gavetta più piccolo per tutte le armi.


Il modello 1930 grande Il modello 1930 piccola

Negli anni trenta la gavetta fu completamente riprogettata, ad oltre un secolo dalla sua comparsa, con materiali tecniche di lavorazioni e particolari nuovi. Si tratto di una seconda rivoluzione nella storia dell’oggetto di equipaggiamento che venne realizzato in lamiera d’alluminio che produceva la forma per stampaggio. Si hanno due vantaggi: l’alluminio era un metallo decisamente più leggero degli altri fino ad allora usati; la tecnica di lavorazione e stampaggio portava alla realizzazione di un elemento compiuto senza ricorrere alle saldature. Gli occhielli di fissaggio del manico erano ottenuti per fusione sempre di alluminio ed applicati al corpo della gavetta con dei ribattini dello stesso metallo.
Un altro aspetto innovativo fu l’attenzione dedicata al coperchio che fu dotato di un comodissimo manico incernierato sulla parte piana in modo tale da potersi ripiegare sull’interno del coperchio stesso. Si sanciva così l’utilità di quello che veniva chiamato comunemente coperchio ma che in realtà diveniva definitivamente ad essere un proprio contenitore utensile con uso specifico, forse mai regolamenta ufficialmente, ma inventato di volta in volta dalla fantasia del soldato stimolata dalle situazioni contingenti.
I modelli di gavetta del 1930 sono in tutto conformi a quelli attualmente in dotazione; le uniche differenze consistono nell’essenza, nel modello attuale, dei passanti metallici per le cinghie di fissaggio e nell’aggiunta di un bottone in alluminio sul coperchio sul lato opposto al manico. Da notare che aggiungendo un altro coperchio con il manico ed il bottone in posizione invertita rispetto al coperchio superiore il manico di ogni coperchio va a fermarsi sul bottone del coperchio opposto in modo da realizzare una solida chiusura dell’oggetto così composto.

(Massimo coltrinari. ricerca23@libero.it)