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venerdì 31 dicembre 2021

La battaglia di Novara 23 marzo 1949

 Fabio Volpe*

1.     Premessa

L’aspetto più ostico nel comprendere un evento complesso come una campagna militare è, probabilmente, quello di riuscire a visualizzare sul terreno le unità coinvolte, le loro azioni e i loro rapporti di  forza. Paradossalmente, però,  la grande quantità di informazioni disponibili fino al livello di dettaglio sub-tattico può generare una grande confusione, che non permette al lettore di comprendere appieno le dinamiche generali e le motivazioni dietro determinate scelte e accadimenti.

Come regola generale, quando in campo militare si va ad analizzare  un’ intera campagna da un punto di vista operativo, si applica generalmente la regola “two level down”. Ovvero, se si analizzano le azioni di un esercito, si cercherà di mantenere un livello di dettaglio fino a livello divisione o al massimo brigata. Ovviamente, per alcune fasi della campagna sarà sufficiente fornire  una visione generale degli accadimenti mentre,  quando singoli reparti rivestiranno un ruolo cruciale nell’azione, essi dovranno essere senz’altro menzionati. I singoli aneddoti e accadimenti, le prove di coraggio di piccoli nuclei o singoli sono sicuramente utili per calarsi nel contesto ed avere una visione di ampio respiro. Tuttavia, in questo breve testo si cercherà con l’aiuto della moderna simbologia in uso nei paesi della NATO di dare un, quanto più chiaro possibile, quadro d’insieme della campagna.

Infine, si fa presente che tutti i commenti e analisi che differiscono dalla narrazione storica sono stati riportati in carattere italico.

 

2.     La situazione generale

La prima guerra di  Indipendenza, iniziò a seguito delle Cinque Giornate di Milano (18˗22 Marzo 1948). Il piccolo stato piemontese aveva cercato di farsi espressione dei movimenti rivoluzionari che si sollevarono, non solo nella regione Lombardo˗Veneta, ma in tutta l’area italiana. Il Re Carlo Alberto, che nel corso della sua vita aveva più volte oscillato tra sentimenti reazionari e liberali,  aveva in ultimo concesso lo Statuto Albertino il 7 febbraio di quell’anno. Il sovrano piemontese vedeva aprirsi l’occasione per un’ eventuale espansione nel lombardo-veneto e di una possibile federazione italiana a guida pontificia. Si rendeva conto, però che il regno di Sardegna non avrebbe potuto prevalere da solo contro un vasto impero di popolazione sette volte superiore al Piemonte. Al tempo stesso vedeva ancora con timore i moti rivoluzionari che si stavano propagando da Milano alla Sicilia temendo che questi potessero portare instabilità anche nel suo regno, nonostante le concessioni già date.

  Applicando questa chiave di lettura è possibile spiegare il mancato supporto agli insorti milanesi e, in generale, la tardiva presa di posizione contro l’impero asburgico. La prima fase della guerra durò circa 4 mesi ed fu coronata da alcuni successi iniziali. I Piemontesi si spinsero fino alle rive dell’ Adige con la vittoria a Pastrengo. A quel punto, persero però il supporto dello Stato Pontificio (le cui truppe rimasero a combattere come volontari) e del Regno delle Due Sicilie (il cui contingente venne ritirato ancora prima di combattere). L’idea di una federazione italiana a guida pontificia era fallita.

Col sopraggiungere dei rinforzi austriaci le truppe piemontesi furono respinte fino a Milano.

Questa fase della guerra  si concluse il 9 Agosto 1948 con  l’ armistizio “Salasco” che aveva sospeso le ostilità a patto di una ritirata piemontese dietro il Ticino.

Seguirono per il Regno Piemontese mesi concitati dove si cercò di riformare, con scarsi risultati, l’apparato militare e dove aumentò la  pressione dell’opinione pubblica per riprendere le ostilità.

Carlo Alberto riuscì, nonostante l’iniziale opinione contraria del governo e del paese,  a mantenere il  pieno controllo  dell’esercito scegliendo  il Generale Polacco Chrzanowski come Generale Maggiore in comando . Quest’ ultimo, scelto per non inasprire le rivalità tra gli alti ufficiali piemontesi, era però mancante del carisma, della conoscenza delle forze e del terreno.

Nel Marzo 1849  l’esercito piemontese non era certo  in condizioni ottimali. Sulla carta esso risultava di 110.000 uomini ma, tolte le riserve in congedo, reclute e ammogliati con prole a cui non  a cui non erano assegnati ruoli di prima linea, malati e disertori , le forze utili al combattimento erano circa 55.000.

Come se non bastasse, la riforma dei quadri e della selezione dei comandanti era miseramente fallita e le condizioni finanziare del Regno erano in dissesto.

 Ciò nonostante il 12 Marzo 1849 il regno di Sardegna, decise di riprendere le ostilità  per tentare la riscossa e uscire così da una situazione di politica interna che si era ormai fatta incandescente a causa delle forti pressioni della sinistra democratica per riprendere le ostilità.  

 

3.     Piani e  dislocazione iniziale

 Il Generale  Chrzanowski è fin da subito molto dubbioso sulle reali possibilità  dell’esercito sotto il suo comando. Sembra però persuadersi che il governo di Vienna impegnato contro la rivolta ungherese e con movimenti insurrezionali interni non si sarebbe arrischiato ad una guerra offensiva e si sarebbe ritirato alle prime avvisaglie di ostilità dietro il fiume Adda se non addirittura nel quadrilatero difensivo (Verona-Legnago-Peschiera-Mantova).

Le prime disposizioni del generale polacco lasciano l’esercito molto sparpagliato: 5 divisioni attorno a Novara, la brigata Solaroli a sinistra alla fine del Lago Maggiore, la divisione Lombarda tra Alessandria e Voghera ,nei pressi di Piacenza la brigata d’Avanguardia ed infine a Parma la   divisione.

Il grosso dell’ esercito austriaco (5 corpi d’armata) era invece riunito nel trapezio  Binasco-Corte Olona-Codogno-Melegnano con due brigate di copertura a Pavia e lungo il Ticino mentre una nel basso Varesotto. Questa disposizione sul terreno potevano precludere a tre distinte condotte nemiche: una ritirata verso il basso Adda, un forzamento del Ticino da Pavia grazie alla testa di ponte del Gravellone e un forzamento del Po tra Pavia e Piacenza (per puntare ad Alessandria.

Il Generale Armorino (comandante della Divisione Lombarda) sembra essere fermamente convinto di quest’ultima opzione  e contravviene agli ordini di Chrzanowski, che gli imponevano di prendere una forte posizione a Cava Manara sorvegliando l’ultimo tratto del Ticino.

Ramorino, quindi lascia alla Cava solo il 21° Reggimento di fanteria e un battaglione bersaglieri, mentre mantiene il grosso delle forze fra Casteggio, Barbianello ed il Po per fronteggiare un eventuale forzamento da Stradella.

Figura 1:dislocazione iniziale e forzamento del fiume Ticino

 

4.     I primi scontri

Il 20 Marzo a mezzogiorno la 4ª divisione piemontese con la 3ª come rincalzo si spinge fino a Magenta senza incontrare nessuna traccia del nemico; cosi al calar della sera rientra su Trecate.

Intanto Radetzky è sboccato dal ponte di Pavia in Piemonte trovando solamente le  esigue forze lasciate dal generale Ramorino. La divisione Arciduca Alberto del II Corpo austriaco apre la strada appoggiata da 5 battaglioni del IV Corpo. Dopo una breve resistenza le forze austriache hanno aperta la strada per Mortara e Vigevano mentre il 21° reggimento ripiega oltre il Po. Ramorino, infatti, persiste nelle sue convinzioni: considera quella di Pavia un mero diversivo e aspetta lo sforzo principale nemico su Stradella.

A questo punto per il Generale Chrzanowski si delineano tre possibili linee d’azione :

a.     Avanzare su Milano e verso il quadrilatero quasi sguarnito;

b.     Tagliare la linea d’azione nemica passando da Magenta verso Pavia;

c.      Consolidarsi e difendere su Mortara e Vigevano.

Il generale polacco sceglie quest’ultima opzione e si prepara a difendere.

Questa scelta, a posteriori, appare delineata dall’  indecisione e mancanza di carisma dell’ufficiale polacco, ma vale la pena considerare che l’impossibilità per quel tempo di ricevere informazioni aggiornate sulla posizione e consistenza del nemico avrebbe esposto le truppe piemontesi, nel caso di scelta delle prime due opzioni, a un forte rischio di accerchiamento.

Ramorino viene sollevato dall’ incarico e la Divisione Lombarda viene affidata al Generale  Fanti. Ciò nonostante la divisione Lombarda viene lasciata sulle sue posizioni segno che anche per Chrzanowski la minaccia su Alessandria era fondata.

Nella notte tra il 20 e il 21 Marzo  la 2ª divisione piemontese viene spostata a Vigevano con la 3ª a suo sostegno, mentre la 1ª divisione e la divisione di riserva su Mortara. Viene inoltre richiamata dall’altra sponda del Ticino la 4ª divisione con l’ordine di muovere anch’essa su Vigevano.

Infine la brigata Solaroli e 4 battaglioni di reclute vengono posizionati a Gravellona Lomellina come retroguardia e col compito di bloccare sul ponte del Ticino.

Nella mattina del 21 Marzo l’esercito austriaco incomincia ad avanzare il II corpo sullo stradone per Mortara con il IV alla sinistra ed il I alla destra, ad un’ora di distanza seguono il III e il corpo di riserva.

 

Figura 2:fase iniziale dell’avanzata austriaca

 

5.     La battaglia della Sforzesca e di Mortara

I primi contatti col nemico avvengono a Borgo San Siro, dove un battaglione rinforzato  a guida Piemonte Reale di circa 1000 uomini, si imbatte nell’ avanguardia del 1° corpo austriaco.

Intanto il Re e Chrzanowski sono alla Sforzesca (Vigevano) e decidono di modificare il piano difensivo del generale Bes (comandante della 2ª divisione). Quest’ultimo aveva posizionato la brigata Casale  presso Garbana con il compito di ingaggiare  il fianco sinistro austriaco  durante l’avanzata nemica verso Vigevano. Chrzanowski invece decide di assegnare alla 2ª divisione esclusivamente compiti difensivi sulla strada di Borgo San Siro, mentre ordina al generale Perrone con la 3ª divisione di difendere sulla strada di Gambolò alla destra di questa.

Questi ordini vengono dati tardivamente e finiscono per essere controproducenti per l’intero schema difensivo.  Le strade diventano intasate  e le unità  si intralciano le une con le altre.

Infatti, quando l’avanguardia del I corpo arriva alla Sforzesca, trova solo il 17° Reggimento Fanteria con alcuni rinforzi. Gli Austriaci, superiori di numero tentano una manovra avvolgente, ma il 23° reggimento fanteria, comandato dal colonello Cialdini supportato da elementi del Piemonte Reale, riesce a contrattaccare con successo respingendo il nemico. Alle ore 1900 del 21 Marzo la brigata Casale e la 3ª divisione sono finalmente nelle postazioni difensive predefinite.

Sul piano tattico la battaglia della Sforzesca potrebbe essere considerata una vittoria per il Regno di Sardegna avendo protetto Vigevano e posizionato a difesa 3 divisioni. In realtà  le unità austriache potevano avanzare indisturbate verso Mortara senza unità piemontesi a minacciare il loro fianco destro. Mantenere un allineamento più avanzato sull’asse Gambolò-Borgo San Siro avrebbe favorito un contrattacco durante la battaglia di Mortara.

Sempre il 21 Marzo  il II corpo austriaco seguito dal III e  dal corpo di riserva stanno muovendo dalla direttrice Pavia-Mortara e alle 1600 la divisione di testa dell’Arciduca Alberto si trova presso i Casoni di Sant’Albino.

Il dispositivo difensivo piemontese su Mortara consiste in due divisioni (1ª e Riserva) coadiuvate dal capo di stato maggiore La Marmora. La zona ovest di Mortara è assegnata alla divisione del duca di Savoia (divisione di riserva). Di questa, la brigata Guardie è schierata nei pressi di Castello d’Agogna e la brigata Cuneo a Mortara ovest. La 1ª divisione del generale Durando copre la zona est della città. Di questa la brigata Aosta copre la zona sinistra e la  brigata Regina la zona destra.

Questo dispositivo difensivo si estende per 14 km, le comunicazioni tra le unità sono scarse e i movimenti sono sfavoriti dal terreno e dalle vie di arroccamento poco conosciute ai comandanti piemontesi.

Dopo un intenso fuoco d’ artiglieria l’attacco si concentra sulla strada che da Casoni di Sant’ Albino va  a Mortora nell’area di operazioni della brigata Regina. La brigata Aosta, infatti é solo debolmente e tardivamente interessata e il suo movimento è ostacolato dal Cavo Passerini che divide le aree delle due brigate. Col favore della crescente oscurità gli Austriaci riescono a sfondare ed a penetrare in Mortara. La brigata Aosta riceve l’ordine di ripiegare e difendere la città ma, dopo una scontro iniziale alla rotonda di Sant’Albino, viene fatta ritirare su Vespolate e poi su Novara. Dopo una strenua resistenza al convento di Sant’Albino alla testa di due battaglioni della Brigata Cuneo il Generale La Marmora decide di ritirarsi. Nel frattempo la Divisione di riserva si sta già ritirando verso Robbio e Vercelli.

Dopo un incontro tra  La Marmora, Durando e il Duca D’Aosta a Castel d’Agogna si decide per riconsolidare le forze su Novara.

La rotta di Mortara era stata quasi fulminea e aveva completamente vanificato il piano difensivo di Chrzanowski separando in due grossi tronconi l’esercito piemontese. La confusione generata dalle tenebre, la mancanza di un fattivo coordinamento tra le unità e la scarsa conoscenza del terreno sono i principali fattori della disfatta. Diverse unità piemontesi non sono state impiegate nello scontro, che aveva quasi esclusivamente investito la brigata Regina ed elementi della brigata Cuneo.

Figura 3:la battaglia della Sforzesca e di Mortara

 

6.     La battaglia di Novara (fasi iniziali dello scontro)

La mattina del 23 marzo il maresciallo Radetzky si convince che il grosso delle forze piemontesi si siano ritirate a Vercelli; così dà disposizioni per un movimento in questa direzione: in prima schiera il IV ed il I corpo mentre in seconda schiera il III corpo e quello di riserva. Solo il II corpo avrà il compito di muovere su Novara dove il Radetzky crede ci siano solo truppe di copertura e disturbo.

Questa formazione permetteva, in caso di necessità, di riorientare i due corpi più a nord (4° e 3°) su Novara a supporto del 2° corpo, ma non  in tempi brevissimi. Gli altri due corpi (1° e riserva) sarebbero stati troppo lontani per intervenire nell’immediato. Indubbiamente dividendo le forze in questo modo,  il maresciallo austriaco espose  il suo esercito a un potenziale rischio, ma non bisogna dimenticare che  i tre corpi austriaci più vicini a Novara erano da soli numericamente superiori all’intero esercito piemontese.

In  realtà sappiamo che l’esercito piemontese si era riconsolidato nella parte sud di Novara fra l’Agogna ed il Terdoppio. Tre divisioni sono in prima schiera: la 3ª divisione del generale Perrone a sinistra, la 2ª divisione del generale Bes al centro e la 1ª divisione del generale Durando a destra. In seconda schiera, dietro la 3ª divisione, è schierata la 4ª divisione del Duca di Genova, mentre dietro la 1ª divisione si trova la divisione di riserva del duca di Savoia. All’estrema sinistra la brigata Solaroli a guardia delle vie d’accesso da Trecate e Galliate. Nel complesso 71 battaglioni, 39 squadroni e 14 batterie per una forza complessiva di 45000 soldati, 2500 cavalli e 109 cannoni. Restavano inutilizzate  2 divisioni e mezzo dislocate oltre il Po per un totale di altri 17000 soldati, 650 cavalli e 40 cannoni.

Dalla parte austriaca i 5 corpi d’armata erano costituiti da 66 battaglioni (da mille uomini contro i 600 piemontesi), 42 squadroni e 205 cannoni ossia 70000 soldati, 5000 cavalli e 205 cannoni.

Figura 4:movimento austriaco verso Novara

 

La prima fase dello scontro a Novara si accende verso le 11 del 23 marzo: la divisione Arciduca Alberto (avanguardia del 2° corpo) si avvicina alla  cascina Bicocca sulla direttrice Mortara-Novara. A sbarragli il passo c’è il 15° reggimento fanteria della brigata Savona, supportato da reparti bersaglieri ed elementi di artiglieria, che avanza 1 km oltre la Bicocca. Lo scontro si fa sempre più intenso ma, quando  i reparti piemontesi stanno per essere avvolti sulle ali dello schieramento, vengono supportati anche dal 16° reggimento fanteria e dal 2° reggimento fanteria della brigata Savoia. Infine una carica del Genova cavalleria fa ritirare i due battaglioni ungheresi che costituivano lo sforzo principale dell’attacco.

Dopo circa un’ora di questo intenso combattimento, il generale D’Aspre comandante del II corpo comprende che quelle che ha di fronte sono forze consistenti, allerta così il generale Appel(comandante del III corpo), il generale Thurn (comandante del IV corpo) ed il comando del maresciallo Radetzky affinché lo supportino il prima possibile.

La 2ª brigata della divisione arciduca Alberto viene mandata contro il lato destro della difesa piemontese alla cascina Cavalotta, dove trova il 1° reggimento fanteria Savoia supportato dai rimanenti battaglioni del 2°. Le unità piemontesi sono costrette a indietreggiare e tutta la linea difensiva si sposta sulla Bicocca dove però riesce a consolidarsi.

Intanto, alla sinistra austriaca un distaccamento composto da 8 compagnie si è spinto fino al Cavo Dassi dove fissa l’intera 1ª divisione piemontese senza che il generale Durando decida di contrattaccare. A Novara est un altro piccolo distaccamento austriaco di due compagnie viene mandato a fissare la brigata Solaroli che però contrattacca ed insegue gli Austriaci  fino in vista di Trecate.

A questo punto i Piemontesi lanciano un contrattacco con la 4ª divisione: in prima schiera la brigata Piemonte, in seconda sulla sinistra la brigata Pinerolo. Lo stesso duca di Genova è in prima linea alla testa del 4° reggimento fanteria sulla sinistra mentre il generale Passalacqua e alla testa del 3° sulla destra (cadrà mortalmente ferito in quest’azione).Il contrattacco viene sostenuto dal 13° reggimento fanteria della brigata Pinerolo e dal 11° reggimento Casale della divisione di Bes. L’intero II corpo viene ricacciato verso Olengo, ma a questo punto il generale Chrzanowski ordina al duca di Genova di ripiegare sulla linea difensiva.

Questo forse è il momento più emblematico di tutta la campagna. Chrzanowski decide di non lanciare un contrattacco generale che avrebbe portato almeno alla disfatta del II corpo austriaco e avrebbe creato le premesse per isolare e combattere separatamente il III e IV corpo. Forse l’unica e sicuramente l’ultima possibilità di respingere il nemico dal Piemonte. Decide invece di arroccarsi nelle sue posizioni difensive nella vana speranza che il maresciallo Radetzky, di fronte a una prolungata resistenza, rinunci a rinnovare l’attacco e retroceda in Lombardia.

Figura 5:fase iniziale dello scontro a Novara

 

7.     La battaglia di Novara (fase finale dello scontro)

Dopo circa un’ora di tregua lo scontro riprende in tutta la su violenza verso le 1600. Il III corpo é ormai giunto a Olengo. La divisione di testa attacca con tutti i sette battaglioni supportato dai resti del II corpo. Solo all’arrivo dei rinforzi del 6°reggimento Cacciatori della brigata Guardie e del 7°reggimento della brigata Cuneo (entrambi appartenenti alla divisione di riserva)anche questo ennesimo attacco è arginato.

Anche se il distacco degli elementi della divisione di riserva si rivela  provvidenziale, il generale maggiore polacco si era così privato dell’ultima significativa massa di manovra che gli restava per un’eventuale controffensiva.

Alle 1700 il maresciallo Radetzky lancia un nuovo decisivo attacco coordinando la rimanente divisione del II corpo e il IV corpo che ora giunto al ponte dell’Agogna.

A questo punto il generale Chrzanowski lancia un’ultima disperata quanto tardiva controffensiva ordinando alla 2ª divisione, supportata dalla prima di convergere sulla Bicocca.

Il  generale Bes guida questa manovra in prima schiera alla testa delle brigata Composta e del reggimento Piemonte Cavalleria. Le forze piemontesi varcano il cavo Dassi e prendono Torrione Quartara già in mano austriaca, ma devono retrocedere a causa della pressione del sopraggiunto IV corpo austriaco sulla 1ª divisione piemontese.

Alle 1800 circa anche i primi elementi del corpo di riserva sono giunti a Olengo. Il comando supremo austriaco lancia quindi l’ultimo decisivo attacco  sulla Bicocca dopo una massiccio fuoco d’artiglieria, con una forza di ben 25 battaglioni! La linea piemontese vacilla e infine arretra: la Bicocca è persa. Grazie al frenaggio del 3° reggimento fanteria con alla testa il duca di Genova, la sinistra piemontese può sfilare su Novara. Sulla destra piemontese, seriamente minacciata dal IV corpo, la ritirata è coperta dal 1° reggimento granatieri della brigata Guardie, che si attesta sul cavo Dassi.

 

Figura 6:fase finale dello scontro a Novara

 

8.     Il significato storico di Novara

La  seconda campagna della prima guerra d’indipendenza era durata solamente 4 giorni a fronte di 8 mesi di preparazione e si era rivelata una sonora disfatta per il regno di Sardegna.

La sera stessa del 23 marzo Carlo Alberto, convoca il consiglio di guerra e dichiara di abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II (suo figlio primogenito, fino a quel momento Duca di Savoia e comandante della divisione di riserva). Dopo tante oscillazioni ed incertezze Carlo Alberto aveva trovato la sua realizzazione nel movimento nazionale italiano pur senza comprenderlo appieno e di conseguenza saperlo guidare.

Il generale maggiore Chrzanowski passò alla storia come uno dei principali responsabili della sconfitta. Effettivamente durante tutta la compagna non ebbe mai chiara la situazione del nemico e la sua completa sfiducia nelle forze a sue disposizione si tradussero in una condotta titubante e passiva.

 Ciò nonostante, la prima guerra d’indipendenza era stata una formidabile fucina dove si erano consacrati eroi che entrarono nell’immaginario collettivo e furono fonte di ispirazione per le future generazioni. Si pensi al generale Perrone (comandante della 3ª divisione Piemontese) e al generale Passalacqua (comandante della brigata Piemonte) che  combatterono strenuamente e diedero la vita durante la battaglia di Novara. Oppure agli stessi duca di Savoia e duca di Genova (secondogenito del re) che ben figurarono in guerra e accrebbero di molto la loro popolarità. Si formarono inoltre i futuri comandanti e si crearono le basi per un moderno esercito nazionale. Per esempio vale la pena citare il Generale Manfredo Fanti (che prese da Ramorino il comando della divisione Lombarda) ed dell’allora colonello Enrico Cialdini (comandante del 23° reggimento fanteria durante la prima guerra d’indipendenza). Entrambi accumunati da una formazione militare estera (franco-spagnola il primo e portoghese-spagnola il secondo). Il  Fanti darà un contributo fondamentale nella riorganizzazione dell’esercito sabaudo e avrà una brillante carriera come militare e politico. Lo stesso vale per Cialdini, noto come il generale di ferro, che avrà poi un ruolo fondamentale, anche molto contestato per l’eccessiva violenza, nella repressione del fenomeno del brigantaggio.

 Nell’ immaginario collettivo italico si stava cominciando a formare una coscienza nazionale, la quale vedeva nel piccolo stato piemontese, che aveva condotto un’ impari lotta contro           l’impero austro-ungarico, il suo paladino.  La sconfitta di Novara gettava quindi  i presupposti per i decisivi trionfi di dieci anni dopo.

 

*Dottore, Frequentatore del Master di 1° Livello in STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 – 1960, Anno Accademico 2018-2019

 

Bibliografia

·       Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Toriuno,  Giulio Einaudi editore, 1962.

·       Paolo Cirri, La battaglia di Novara del 23 marzo 1849(la storia e i luoghi),  Interlinea edizioni, 1999

·       Stefano Apostolo, “Novara resterà indimenticabile per ciascuno di noi”. La battaglia del 23 marzo 1849 vissuta tra le linee austriache, , Interlinea Edizioni 2016

·       Paolo Cirri, Luigi Polo Frz, La battaglia di Novara del 1849 nei giornali dell’epoca, Interlinea Edizioni, 2010

·       APP-6(C)Nato joint military symbology, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 20 dicembre 2021

Le fonti della Storia MIlitare. La Relazione Ufficiale Italiana della Grande Guerra


 La Relazione ufficiale si compone di 67 Volumi ed è disponibile in tutte le biblioteche militari, oltre a quelle nazionali ed alle principali biblioteche universitarie

venerdì 10 dicembre 2021

Giovanni Messe Relazione. La Battaglia di Natale Quarta parte

 

d) - Considerazioni

La battaglia di Natale fu vinta essenzialmente dalla irriducibile fermezza delle truppe, tra le quali un posto d'eccezione aveva nuovamente guadagnato il 3° bersaglieri.

Poche forze presidiavano la linea di resistenza e diluite in villaggi largamente intervallati. Gli artiglieri erano in linea coi fanti, mancava ogni ostacolo passivo, gli apprestamenti difensivi erano ancora allo stato embrionale, la temperatura assiderante, la nebbia spessa ed insolubile.

Quanto al nemico egli s'era predisposto all'impresa con una superiorità di forze schiacciante e che col vantaggio del numero aveva dalla sua la possibilità di far massa in un punto di giunzione, e però particolarmente appropriato. Vi aggiunse poi una straordinaria indifferenza per le perdite e qualità di truppe che devono essere apprezzate tra le migliori.

Nella sua importanza la manovra del Comando nemico rileva sensibilità tattica, cui fa sostegno la decisione dei sottordini nello sviluppo dell'azione.

Ma, a questo obiettivo riconoscimento di veramente solide qualità militari, debbo aggiungere il ricordo di afferrate crudeltà consumate dai soldati russi contro i nostri prigionieri, incolumi e feriti. Fu raccolta in proposito una esauriente documentazione. Mi limito a citare un solo fatto, forse il più triste e il più doloroso di quelle giornate. Durante il momentaneo ondeggiamento della linea, il XVIII° bersaglieri, ripiegando da Orlovo Ivanovka, aveva dovuto lasciare in un'isba del paese adibita a posto di medicazione, ventun feriti intrasportabili, fra cui il sottotenente Vidoletti. I primi soldati russi che vi arrivarono rispettarono i feriti e diedero loro la vodka e, pare anche dei medicinali. Ma un politruk, sopraggiunto poco dopo, inveì contro i propri soldati per l'umano riguardo usato verso il nemico. Poi, fatti trascinare fuori tutti i feriti, li fece fucilare. Un bersagliere rimasto illeso dalla scarica, sotto i cadaveri dei compagni, si trascinò a sera fino ad una vicina casa dove una contadina lo soccorse e lo nascose sotto un pagliaio. Quando il contrattacco del giorno dopo riportò sulle posizioni i bersaglieri, la donna indicò il ferito. E' lui che narrerà i particolari dell'eccidio e dirà della valorosa fine del sottotenente Vidoletti. L'ufficiale, respinto sdegnosamente il politruk che voleva mettergli le mani addosso per spingerlo fuori dell'isba, uscì da solo, barcollando, e dopo di aver confortato con parole di sublime amor patrio i suoi compagni, si pose davanti ai morituri per ricevere la prima scarica!

L'aviazione russa fu assente durante l'attacco delle proprie fanterie, ma intervenne poi nel corso della nostra controffensiva con intensa attività di bombardamento, di spezzonamento e di mitragliamento, contrastata energicamente dalla nostra aviazione che durante la battaglia riuscì ad abbattere complessivamente 14 apparecchi.

I russi lasciarono sul campo 2500 uomini. Furono catturati da noi 1300 prigionieri, 24 pezzi da 76, 9 pezzi anticarro, 22 mitragliatrici, migliaia di armi individuali, automezzi, grande quantità di materiale vario.

Le nostre perdite complessive, tra caduti, feriti, congelati e dispersi , furono 1347 uomini.

La battaglia di Natale fu vinta essenzialmente per la irriducibile fermezza del soldato italiano. Essa fu guadagnata contro il nemico soverchiante, valoroso e deciso, fra continue bufere di neve, con temperature che raggiunsero i 35 gradi sotto zero.

Tutti, bersaglieri, fanti, CC.NN., artiglieri, genieri gareggiarono in slancio e valore. In ognuno di quei bravi soldati batteva il cuore del miglior combattente italiano. Tutti i comandanti di ogni grado, furono degni dei gregari.

Al termine della dura lotta giungeva da Roma l'alto elogio del Capo del Governo: "La Nazione è fiera di voi; fatelo sapere a tutti".

Il generale von Kleist mi inviò il suo vivo compiacimento; il comandante del XLIX° Corpo d'Armata tedesco, che ebbe alle sue dipendenze tattiche la "Celere" per tutta la durata della battaglia scrisse: "Sono orgoglioso che una divisione italiana sia stata affidata al mio comando".

 

 La terza parte è stata pubblicata in data 30 novembre 2021

martedì 30 novembre 2021

Giovanni Messe. Relazione. La Battaglia di Natale Terza Parte

 

b)- Lo svolgimento dell'azione

L'urto dei russi si scatenò alle 6:40 sull'estrema sinistra del fronte della "Celere", investendo successivamente il centro e poi la destra presidiati dal 3° reggimento bersaglieri e da CC.NN della Legione “Tagliamento".

Contemporaneamente, a scopo dimostrativo-impegnativo, due squadroni di cavalleria e una compagnia di  fanteria  attaccavano  il  nostro  caposaldo  avanzato  di  Vessilij, sul  fronte  della “Torino".

L'immediata reazione del presidio, il preciso fuoco di sbarramento dell'artiglieria ed il contrattacco di una compagnia, partita da Junj Komunar, valsero a frenare fin dal principio la spinta dell'avversario che, assai malconcio, fu costretto a ripiegare.

Frattanto nel settore della "Celere" la lotta si faceva sempre più accanita. Travolte le difese esterne, il nemico straripava infrenabile nell'interno delle posizioni dove i presidi, completamente aggirati, resistettero fino all'estremo sacrificio. Rottosi in cento episodi, il combattimento si protrasse per più ore in una successione di assalti, contrassalti all'arma bianca. Gli abitati nei quali il nemico era riuscito ad insediarsi vennero riconquistati da simulacri di compagnie: battaglioni ridotti a pugni d'uomini, che l'insostenibile spallata aveva spinto all'indietro, riguadagnarono metro per metro tutto il territorio di proprio dominio. A sera la linea era quasi tutta ripristinata se si eccettuano i villaggi di Novaja Orlovka e Novopetropavlovskij i cui presidi avevano ripiegato dopo strenua lotta sui blocchi viciniori, e di Ivanovskij il cui margine sud era ancora strenuamente difeso da una retroguardia lasciatavi dal XVIII°  battaglione bersaglieri .

Anche il nemico accusava un forte logoramento e, a parte qualche progresso territoriale, i suoi scopi erano frustrati.

Ed ancor più dover constatare l'inanità del sacrificio che la prova gli era costata allorché, il 26, la "Celere", in concorso coi reparti germanici di riserva posti alle sue dipendenze, passava al contrattacco. La "Torino" impegnava nel contempo le difese avversarie dell'alto Bulavin - Timofejevskij, manovrando in direzione est e cadendo sul fianco di colonne russe che, partite dalla zona di Olichovatka - Kurgan - Ploskij, tentavano di dilagare sull'ala sinistra della "Celere", verso sud, in direzione del Krynka.

Al tramonto la situazione era pressoché al completo pareggiata, tanto che l'indomani, con pochi colpi bene assestati, le ultime isole di resistenza nemiche venivano spazzate via e le nostre truppe potevano di nuovo consolidarsi sulle posizioni, senza che l'avversario potesse vantare un più che modesto risultato.

c)- La nostra controffensiva

Nello stesso giorno 27 dicembre, informato dell'esito favorevole sortito dalle operazioni di contrattacco , il Comando della 1° Armata corazzata ordinò:

- al XLIX° Corpo d'inseguire con la divisione "Celere" il nemico lungo la direzione Ivanovskij - Nikitino fino ad affermarsi sulla linea Grabova - Nikitino compreso;

- al Corpo Italiano di sostenere l'azione della divisione "Celere", in un primo tempo attaccando con obbiettivo la linea Voroscilova - alture a sud-ovest di Olichovatka; poi, approfondendo successivamente la penetrazione in armonia ai progressi della stessa "Celere", fino ad affermarsi sulle alture ad ovest di Nikitino.

La nuova linea di contatto fra la "Celere" e la "Torino" venne fissata al margine est di Novaja Orlovka, margine nord-ovest di Nikitino, margine nord-ovest di Gorodischtsche.

In conseguenza, lo stesso giorno 27, con ordine di operazione n° 51 (allegato n° 61), disponevo l'attacco per il giorno seguente assegnando :

- alla divisione "Pasubio": la fronte Debalzevo - Ilinskaja;

- alla divisione "Torino": la fronte quota 237 - quota 290, gruppo case senza nome circa 2 km. ad ovest di Hf. Nikischin, con obiettivo intermedio Mogila Ostraja, a nord del medio Bulavin, e la fronte quota 301 - quota 311.7.

Lo svolgimento della controffensiva fu caratterizzato da due fasi:

- la prima, il giorno 28, nella quale l'impeto e lo slancio delle truppe attaccanti riuscirono a prendere il sopravvento sul nemico;

- la seconda,  sviluppatasi  nei giorni 29 e 30, durante i quali la forte resistenza ed i violenti contrattacchi con cui i russi reagirono, impedirono di conseguire, dopo rudi ed alterne vicende, ulteriore guadagno.

In particolare :

- la divisione "Celere'', superando il giorno 28 la resistenza avversaria che si appoggiava su quelle stesse posizioni  dalle quali era scattato l'attacco nemico, occupò successivamente Rassypnej, Timofejevskij, e la stazione n° 3 a sud di Nikischin – Voroscilovka;

- la divisione "Torino", che si era ripartita in due colonne, con quella settentrionale, rappresentata dall'82° fanteria, dopo aver spezzato la salda linea di resistenza avversaria, occupava Kumschazij, Plosskij e Mogila Ostraja; con quella meridionale, costituita dall' 81° fanteria, si inoltrava fino alla zona di Kurgan Ploskij imbattendosi colà in una cinta di fortini e di trinceroni gremiti di mitragliatrici, mortai e cannoni. Animosamente la colonna si scagliava alla loro conquista, ma quando già ne aveva espugnata la maggior parte un violentissimo contrattacco dell'avversario la coglieva su un fianco e la obbligava ad arrestarsi. Senza peraltro voler rinunciare all'arduo scopo, che l'intervento di aliquota di cavalleria russa rendeva sempre più precario, quei tenaci fanti protraevano il combattimento fino a tarda sera, allorché, per la necessità di darsi ricovero per la notte, dovettero arretrare su Novaja Orlovka;

- la divisione "Pasubio" spalleggiava l'attacco della "Torino" e della "Celere" con intensa azione dimostrativa, ad onta che sul terreno piatto ricoperto di neve, il movimento delle fanterie e degli uomini isolati fosse minutamente controllato dall'avversario e che, in conseguenza dell'ambiente topografico, la reazione dei difensori potesse svilupparsi con la massima efficacia.

Incassato il primo colpo i russi tornarono alla riscossa con l'intento di riprendere le posizioni perdute. Pertanto la  giornata del 29 fu anch'essa contrassegnata da azioni violente in  ogni direzione.

Sulla fronte della "Celere" il nemico lanciò colonne d'attacco da Striukovo, da Vesselij, da Nikitino e dalla balka Olichovatka, ma tutte dovettero tornare sulle posizioni di partenza.

Una soltanto riuscì ad averla vinta su quota 331,7 dove il reparto germanico che la presidiava fu costretto a ripiegare. Era una altura di speciale importanza topografica e tattica e questo spiega l'accanimento col quale fu investita e la mordente ostinazione con cui fu difesa. La supremazia del numero s'impose tuttavia. Quel successo locale fu però del tutto transitorio, tanto che il 31 dicembre un colpo di mano del XVIII° battaglione bersaglieri, sostenuto da carri armati germanici, ci restituiva integralmente la posizione.

Altro cardine della partita era rappresentato per i russi da Voroscilova, modesto gruppo di case, difeso con implacabile pertinacia dal LXIII° battaglione CC.NN e poi anche dal LXXIX° accorso a rinforzarlo. Alla fine il nemico dovette desistere da ogni tentativo.

Sedatesi, allo scadere del 29, le ultime sporadiche resistenze sulla linea, potevo dare alla stessa il suo definitivo riassetto; e pertanto, allo scopo di conferire un maggior equilibrio allo schieramento determinatosi nei settori delle divisioni "Pasubio" e "Torino'', il 30 (allegato n° 62) prescrivevo :

- asse della posizione di resistenza: linea Casello B.V. - Ssaviolevka - quota 277.4 - Ubeschischtsche - Juni Komunar - Malo Orlovka - Novaja Orlovka;

- posizioni avanzate: Pioskij con le alture adiacenti e Vesselij;

- settori:

per la divisione "Pasubio", dalla ferrovia Chazepetovka - Debalzevo al medio Bulavin compreso;

per la divisione "Torino", dal  medio Bulavin escluso, alla linea di contatto con la divisione "Celere" e con l'82° fanteria dislocato in zona Vesselij- Juni Komunar .


(continua  con pubblicazione il 10 dicembre 2021) la second aparte è stata pubblicata in data 2o novembre 2021

 

sabato 20 novembre 2021

GIovanni Messe. Relazione. La Battaglia di Natale Seconda Parte

 

 

1°) La battaglia di Natale

 

Il Comando Supremo Tedesco era fermamente deciso a riprendere in mano l'iniziativa, perduta nei mesi invernali, al ritorno della buona stagione.

Il tempo trascorso era stato intensamente utilizzato ad accumulare nuovi materiali, ad organizzare ed addestrare nuove divisioni. Abbiamo visto come lo stesso Hitler avesse dichiarato a Mussolini di essersi personalmente rifiutato di intaccare questa preziosa massa di manovra, malgrado le infinite voci di allarme che gli giungevano da ogni parte del fronte durante i rigidi mesi dell'inverno.

L'esperienza della precedente campagna non era andata perduta. Occorreva abbandonare lo schema della guerra lampo su tutto l'immenso fronte, abbandonare gli obiettivi politici e troppo costosi di Leningrado e di Mosca. L'esercito tedesco doveva proseguire, bensì la distruzione delle armate russe mediante ampie manovre avvolgenti, ma nello stesso tempo doveva mirare all'annientamento del potenziale bellico sovietico, con l'occupazione delle zone del Caucaso, del Caspio e con l'interruzione della grande arteria fluviale del Volga. Anche i procedimenti tattici dovevano essere riveduti sulla base della passata esperienza, in modo da evitare il rapido anemizzarsi della capacità offensiva, determinato da sfasamento tra operazioni e servizi. Questo concetto doveva praticamente tradursi in un più prudente impiego delle masse corazzate.

Il Caucaso e Stalingrado materializzavano dunque gli obiettivi del nuovo ciclo offensivo: il possesso delle risorse petrolifere, la porta aperta verso il Medio Oriente, la chiusura dei traffici sul Volga.

In armonia con questa concezione strategica era stata operata una vasta riorganizzazione dello schieramento tedesco, culminante nella costituzione del nuovo dispositivo offensivo: gruppo di eserciti "B" al comando del Maresciallo von Weichs, a nord, tra l'Orel e Charcov; gruppo di eserciti "A" al comando del Maresciallo List, a sud, tra Charcov e Mar Nero. Del gruppo di eserciti "A" faceva parte la l7° Armata, cui era assegnato il nostro Corpo d'Armata, (successivamente 1'8^ Armata italiana), la 1^ Armata corazzata, 1'11^ Armata e la 3^ Armata romena.

L'offensiva veniva aperta il 28 giugno all'estremità settentrionale del dispositivo, propagandosi quindi gradualmente per la destra fino ad interessare l'intero schieramento meridionale. Il 5 luglio il Don era raggiunto nella zona di Voronesch e successivamente giù giù fino a Sserafimovitch. La 4^ Armata corazzata del gruppo eserciti "B" si spingeva allora arditamente verso sud, percorrendo oltre trecento chilometri in nove giorni e tagliando il Don a monte di Ternovskaja, alle spalle di Rostov. Le premesse per l'intervento del gruppo eserciti meridionali nella battaglia erano assicurate.

L'avversario, evidentemente, non intendeva accettare la lotta decisiva sulle posizioni tenute durante l'inverno ed ancora una volta si affidava allo spazio per sottrarre le sue armate a sicura distruzione. Il piano operativo del Comando Supremo russo appare completamente aderente alla situazione e contiene fin dall'inizio i germi del ritorno controffensivo che doveva portare al disastro tedesco del successivo inverno. Questa volta, infatti, la massa d'attacco tedesca, per quanto potente si presentava relativamente sottile ed il suo addentrarsi in territorio nemico doveva determinare automaticamente brillanti occasioni per la contromanovra dell'avversario. Si aggiunga poi che la stessa distribuzione degli obiettivi principali, Stalingrado - Caucaso, portava naturalmente a spezzare lo sforzo in due direzioni divergenti, aumentando così gli elementi di debolezza insiti nel piano di operazioni tedesco.

Conviene osservare però, che le considerazioni che precedono sono da ascriversi in gran parte al senno del poi, mentre i  successi della nuova offensiva, grandiosi dal punto di vista territoriale ed anche cospicui dal punto di vista tattico nelle singole battaglie che segnarono la via dell'avanzata, potevano allora apparire ancora una volta, come in realtà apparvero a tutto il mondo, tali da segnare i destini della guerra con il colosso moscovita.

a)- Situazione ed ordini

Il settore più sensibile sul fronte dello C.S.I.R. era quello della divisione "Celere", e non soltanto perché corrispondente ad una zona di saldatura, ma anche, e soprattutto, perché uno sfondamento in quella direzione avrebbe portato il nemico a dilagare sulla grande rotabile di Charzyssk con la possibilità di:

- raggiungere per la via più breve l'importante obiettivo territoriale di Stalino;

- minacciare a tergo lo schieramento della 1^ Armata corazzata.

L'ampiezza della fronte del settore era inoltre sproporzionata alle scarse forze disponibili ed anche il rinforzo della Legione CC.NN., che avevo assegnato alla "Celere", non migliorava molto la situazione.

In sostanza, con una massa di fanteria costituita dal 3° reggimento bersaglieri, il quale era sensibilmente ridotto di forze, e da due battaglioni CC.NN., bisognava garantire un fronte di oltre 20 chilometri.

Il Corpo Italiano era in quel momento fronteggiato da:

- due divisioni di fanteria;

- alcune unità non indivisionate;

- un numero imprecisato di pezzi d'artiglieria.

Ma il 20 dicembre la nostra ricognizione aerea segnalava numerosi trasporti ferroviari provenienti da est e da sud-est, oltre a concentramenti di truppe nella zona di Tschemuchino - Nikischin, in corrispondenza del settore della divisione "Celere" e dal punto di sutura col XLIX° Corpo.

Tali notizie, confermate ben presto da altre fonti informative, consentirono di definire esattamente lo schieramento nemico, quale risulta da annesso grafico.

In sostanza:

- situazione immutata sulla fronte delle divisioni "Pasubio" e "Torino";

- tre divisioni di fanteria ed un corpo di cavalleria su tre divisioni, sulla fronte della divisione "Celere".

Lo stesso servizio informazioni dava come imminente un attacco nemico con asse la saldatura tra il Corpo Italiano e il XLIX° Corpo; e difatti, come fu dato poi appurare per mezzo di un ordine di operazioni catturato dopo la battaglia ad un ufficiale prigioniero, era nel concetto di azione del Comando nemico di:

- impegnare fortemente la destra della divisione "Celere";

- sfondare al centro, tra Petropavlovka e Novo Orlovka, puntando decisamente su Alexejevo Orlovka;  

- dilagare sulla nostra tergo con la cavalleria fino alla linea del Krynka. Il Corpo Italiano era sprovvisto, com'è noto, di qualunque riserva: però il Comando della 1^ Armata corazzata aveva dislocato nel settore della "Celere" una massa di contrattacco costituita:

- dal 318° reggimento fanteria;

- da un reggimento paracadutisti;

- da una formazione corazzata su 75 carri.

Il 23 dicembre il Comando della 1° Armata corazzata emanava  l'ordine di operazioni n° 63 (allegato n° 59) col quale, in previsione dell'attacco nemico e nell'intento di poter imprimere al combattimento una condotta unitaria, costituiva:

- un gruppo di difesa, agli ordini del Comandante della XLIX° Corpo alle cui dipendenze venivano poste anche le forze schierate nel settore della divisione "Celere";

- un gruppo di contrattacco, ai miei ordini, con le divisioni "Pasubio" e "Torino" ed altre forze germaniche che , in effetti, non giunsero.

Linea di contatto fra i due gruppi: quella già esistente fra "Torino" e "Celere".

In forza di tali ordini, il 24 dicembre diramavo, (allegato n°60), ai due divisionari della "Pasubio" e della "Torino" alcuni orientamenti operativi, richiamando principalmente la loro attenzione sulla eventualità che l'attacco nemico si estendesse anche in corrispondenza dei propri settori, tracciando le linee sommarie delle singole azioni controffensive:

Alla stregua dei fatti mi proponevo:

- resistere ad oltranza sulla fronte della divisione "Celere", mentre "Torino" e "Pasubio" avrebbero svolto azione di alleggerimento, che la divisione "Torino", in particolare, doveva realizzare con un'immediata pressione sul fianco destro dell'avversario;

- non appena delineatasi  la direzione principale dello sforzo, contrattaccare  con le sue riserve dislocate nel settore della "Celere" per annullare eventuali successi parziali avversari;

- successivamente approfittare di eventuali occasioni favorevoli conseguenti all'effetto morale, per

migliorare le nostre posizioni.


 (continua in data 30 novembre 2021)  La prima parte è sta pubblicata in data 10 novembre 2021