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sabato 25 novembre 2017

Bezzecca 21 luglio 1866 I Prodomi


      a. il campo di battaglia di Bezzecca

 Il campo di battaglia di Bezzecca si presentava secondo queste caratteristiche. Il villaggio di Bezzecca è ubicato in Val di Ledro, di fronte allo sbocco della Val Conzei, ed è profondamente incassato fra alti e poderosi contrafforti. Come tutte le posizioni all'ingresso di valli anguste, presenta lo svantaggio di essere dominata a tiro di fucile da balze strapiombanti, a loro volta sovrastate da altre quote sicché, per poterle tenere con sicurezza, è necessario, disperdere molte forze, spingendo in alto e verso l'avanti  con robusti distaccamenti a protezione della stretta.

Non era certo questa l'intenzione del Comando delle forze volontarie, il quale ignorava da quale e da quante direzioni sarebbe venuto l'attacco austriaco.

Garibaldi aveva intenzione, come di consueto, di battere l'avversario in un combattimento manovrato. Distaccamenti fiancheggianti erano stati posti a protezione delle diverse unità e quella di esse che fosse stata investita dall'attacco nemico avrebbe dovuto sostenere l'urto il più lungo possibile, per creare le migliori premesse per l'intervento delle altre, le quali avrebbero affrontato gli Austriaci in campo aperto.
Nella zona di Bezzecca, erano state presidiate due posizioni che apparivano assolutamente indispensabili alla sua difesa, cioè le alture di Naè, a ovest, ed il Poggio di S. Bartolomeo, a est dell'abitato, mentre si era provveduto a sbarrare la valle di Conzei in corrispondenza dei rilievi sovrastanti i villaggi di Enguiso e di Locca.

Nel caso di un attacco, Garibaldi aveva concordato con il gen. Haug[1], comandante della Brigata che teneva il settore, un'azione su Lesumo attraverso la dorsale della Val Conzei, per colpire sul tergo l'avversario fermato a Bezzecca. Un campo di battaglia alquanto particolare schiacciato dai rilievi e praticamente ridotto al solo fondovalle e alcuni declivi di mezzacosta.



[1]              Ernesto Haug, nato in Prussia, eclettica figura del risorgimento italiano. Dopo la conclusione della campagna entrò in polemica con lo Stato Maggiore dell’Esercito e con Garibaldi in quanto si riteneva non sufficientemente ripagato per il suo valore durante la giornata di Bezzecca. Per la sua biografia ed un approfondimento della sua figura, Vds.: Quaderni On Line, post “1866 Protagonisti. Il gen. Ernesto Haug (1817-1896)” in data 3 settembre 2016  www.valremilitare cesvam,blogspot.com

Bezzecca. 21 luglio 1866

b. la battaglia

Nella ricostruzione  di Paolo Langella[1] “all'alba del 21 luglio, le avanguardie austriache urtavano contro le difese di Enguiso e Locca, ma i grossi trovavano qualche difficoltà a spiegarsi, trattenuti dall'asprezza del terreno. Il gen. Haug rinforzando i presidi, riuscì ad arrestare gli Austriaci ed, illudendosi di poter resistere agevolmente su tali linee, sollecitò Garibaldi a compiere la mossa su Lesumo. Ma il Generale conosceva la debolezza intrinseca della due posizioni e, prevedendone la caduta non appena fossero state seriamente investite, rinforzò invece le difese di Bezzecca, inviandovi un battaglione al comando del figlio Menotti Garibaldi e facendo schierare tre batterie, due dietro l'abitato e una davanti a Bezzecca, per appoggiare l'azione in Val Conzei e successivamente coprire il ripiegamento dei presidi di Enguiso e Locca verso la linea di difesa principale, quando la situazione si fosse fatta insostenibile.

Ben presto l'ostinazione di Haug nel voler difendere gli accessi alla Val Conzei determinò una pericolosa crisi della difesa e le forze volontarie si trovarono in difficoltà. Sopravanzate sul fianco le posizioni, gli Austriaci scesero verso Bezzecca e inutili furono due furiosi contrattacchi all'arma bianca delle forza poste a suo presidio, come inutili risultarono i rinforzi inviati nel settore minacciato perché non vennero impiegati per prolungare l'ala della difesa ed intercettare gli attaccanti che trafilavano sul fianco, ma per rinforzare i presidi e ripianarne le perdite.

Le posizioni di Locca ed Enguiso, come logico, caddero e la batteria schierata davanti a Bezzecca riuscì a coprire il ripiegamento dei superstiti sparando a mitraglia, sotto una grandine di colpi.

Frattanto Garibaldi, che sino allora era rimasto in posizione arretrata, dubitando che l'attacco dalla Val Conzei non fosse l'azione principale, ma una diversione per distrarre forze dal settore prescelto per lo sforzo decisivo, si portò a Bezzecca preoccupato perla condotta del combattimento da parte del gen. Haug, il quale consumava le sue forze gettandole a spizzico nella battaglia.

Immediatamente individuò una pericolosissima situazione: le alture di Naè erano state abbandonate, su ordine del gen. Haug, per farne accorrere i difensori a Locca. Garibaldi ordinò che la posizione fosse subito rioccupata (e ciò fu fatto precedendo d'un soffio gli Austriaci) ed ordinò anche che venisse rinforzato il settore di Poggio S. Bartolomeo, la cui guarnigione, asserragliata nel recinto murato del cimitero che vi sorge, era duramente provata e sopportava il peso dell'attacco condotto dall'intera ala sinistra austriaca.

Intanto le unità che si ritiravano dalla Val Conzei, ripiegavano precipitosamente, incalzate da presso dall'avversario, travolgendo anche i reparti inviati a loro rinforzo e ancora in cammino verso le posizioni ormai perdute. Il precipitarsi in Bezzecca di un così gran numero di Volontari provocò una enorme confusione ed una calca indescrivibile, non perché fra le file garibaldine si fosse diffuso il panico, quanto per la strettezza del luogo ed il gran numero di difensori che già vi si trovavano.

Ogni comandante voleva schierare la propria unità per riprendere l'azione contro l'attaccante, anche a costo d'ingombrare il campo di tiro dei reparti già schierati a difesa; ogni Volontario che avesse perso contatto con la propria compagnia si intrufolava dove capitava per aprire il fuoco. Fu necessario far sgomberare rapidamente e con modi molto energici gli intrusi, lontano dalla linea del fuoco ed essi defluirono alla rinfusa nella zona di Tiarno, ove si ricomposero per rendersi utili nel prosieguo dell'azione. Fortunatamente gli Austriaci non avevano insistito nell'investimento di Bezzecca, accanendosi contro il Poggio di S. Bartolomeo e soprattutto contro le alture di Naè, in esecuzione del piano  del Mountluisant, ed un deciso contrattacco, ordinato da Garibaldi, riuscì a disimpegnare la batteria schierata davanti a Bezzecca, permettendole di retrocedere a riparo dell'abitato.

Intanto cadde la posizione di S. Bartolomeo, mentre le alture di Naè erano teatro di furiosi combattimenti, posizioni talvolta perdute, ma sempre rioccupate con sanguinosi contrassalti dei Volontari. Garibaldi, temendo uno sfondamento sulle ali e l'accerchiamento di Bezzecca e ritenendo ormai esauriti i compiti di fissaggio frontale del nemico, ordinò il ripiegamento, facendo concentrare tutto il fuoco di artiglieria disponibile davanti al villaggio a copertura del movimento retrogrado. Diede, inoltre, ordine al figlio Menotti di rinforzare la difesa sui rilievi di Naè e di mantenervisi a tutti i costi. Le alture di Naè, infatti, continuavano ad essere la posizione chiave della battaglia: prima avevano permesso di tenere Bezzecca, ora saranno il perno attorno a cui ruoterà lo schieramento delle forze volontarie per ripiegare ordinatamente in Val di Ledro, successivamente copriranno il fianco per le azioni controffensive sviluppate, in basso, verso Bezzecca e, per l'alto, contro Lesumo.

Garibaldi, individuandone immediatamente l'importanza, riuscì a conseguire la vittoria utilizzandole come elemento determinate della sua manovra. Nella ritirata di Bezzecca, si distinse particolarmente il figlio minore del Generale, Ricciotti Garibaldi, che riuscì a recuperare, guidando pochi animosi, un pezzo d'artiglieria ribaltato nel fango dai cavalli di traino e che stava per essere catturato dai cacciatori austriaci.

Ne frattempo, Garibaldi aveva fatto serrare sotto tutte le unità dislocate nell'Ampola, ordinata a quelle in attesa sulla sua dorsale sinistra di portarsi a Lesumo e ad un contingente minore di raggiungere la displuviale per proteggere loro il fianco da eventuali provenienze dalle Giudicarie.
Appena  questi movimenti furono a buon punto, concentrò un intensissimo fuoco d'artiglieria su Bezzecca e ben presto il paese fu in preda alle fiamme e gli Austriaci furono costretti ad uscirne. Colto il momento favorevole, il Generale sferrò un risoluto attacco per trattenere l'avversario in fondovalle ed impedire un suo disimpegno quando si fosse accorto che la sua linea di ritirata stava per essere recisa in corrispondenza di Lesumo.

Bezzecca venne riconquistata e gli Austriaci ricacciati verso la Val Conzei, ma un altro deciso contrattacco partiva dalle alture di Naè  costringeva l'avversario a ripiegare su Locca e poi su Enguiso. Peraltro, il distaccamento, inviato da Garibaldi a vegliare sulla displuviale, era venuto a contatto con la riserva del Montluisant e questi, quando ne ricevettero l'annunzio, stimò pericolosa ed insostenibile la propria posizione, ritenendo che si trattasse di avanguardie di forze ben più consistenti.

Ordinò allora la ritirata generale sul Monte Pichea, da dove poteva porsi in salvo su Riva, sottraendosi così, più per un caso fortunato che per decisione di comando, all'aggiramento predisposto con tanta cura da Garibaldi.

A sera, infine, a Garibaldi giunse la notizia che anche nelle Giudicarie l'attacco austriaco era stato respinto, non avendo voluto il gen. Kuhn spingere a fondo il proprio sforzo, quando si era accorto dell'entità delle forze che lo fronteggiava. Si concludeva così quella che poi passò alla Storia come la battaglia di Bezzecca, celebrata, non a ragione, come l’unica vittoria italiana del 1866. Fu una delle quattro battaglie che costrinsero l’Austria a cedere il Veneto, regione che fu annessa all’Italia con la forza delle armi e non per mera decisione austriaca.


massimo coltrinari
centrostudicesva@istitutonastroazzurro.org


[1]              Ibidem

martedì 7 novembre 2017

L'avanzata su Trento ed il celebre "obbedisco"



Il Comando Supremo, dopo l’occupazione del Veneto, era più interessato ad evitare che una Grande Unità dell’Esercito regolare fosse sconfitta che ad interrompere la linea di comunicazione Verona- Innsbruck, lungo la valle dell’Adige; si preoccupava, quindi, che l’investimento di Trento fosse condotto nelle migliori condizioni.

Pertanto il 22 luglio Garibaldi ricevette l’ordine da parte del Comando Supremo di agire con la massima velocità attraverso le Alpi Giudicarie e convergere su Trento e congiungersi con la colonna Medici, che oramai era in vista della città. Nella notte sul 23 lugL’avanzata su Trento ed il celebre “Obbedisco”.lio 1866 le unità volontarie si trasferirono a Cimego e nella stessa giornata iniziarono il movimento verso Lardaro. Gli Austriaci, a mezzanotte del 22 luglio, avevano anch’essi iniziato la riunione di tutte le forze dislocate sulla destra dell’Adige per farle poi confluire poi su Trento e organizzare una difesa organica prima che le unita italiane del Medici e volontarie si congiungessero.  Queste operazioni erano in corso e la marcia veloce su Trento in pieno svolgimento quanto giunse al Quartier Generale del Corpo dei Volontari, sera del 23 luglio, la notizia che a Nikolsburg era stata concordata una tregua d’armi tra Austriaci e Prussiani.
Questa tregua d’armi proseguì fino all’11 d’agosto. Due giorni prima, il 9 agosto 1866,  il Governo Italiano aveva preso la decisione di aderire all’armistizio e di non continuare la guerra. La Marmora manda a Garibaldi il famoso dispaccio telegrafico n. 1073:

Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell’armistizio per il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, d’ordine del Re. Ella disporrà quindi in modo che per le ore 4 antimeridiane di posdomani 11 agosto le truppe da Lei dipendenti abbiano a lasciare le frontiere del Tirolo. Il generale Medici ha dalla parte sua cominciato i movimenti”[1].
Su questo telegramma e la relativa risposta sono state scritte molte pagine che sono entrate nella epopea garibaldina. La conclusione di tutte le considerazioni fu l’adesione di Garibaldi all’ordine di 

La Marmora.
Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell’Eroe, scrive il Guerzoni, lo storico può indovinarlo, ma affermarlo con certezza non può…Garibaldi non tradì nemmeno ai più intimi la sua interna tempesta. Tranquillo prese la penna e rispose egli stesso al La marmora col famoso telegramma il cui testo è letteralmente: “Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi”.[2]

Garibaldi vedeva confermate le sue più pessimistiche previsioni e distrutte le speranze di liberare Trento ed il Trentino; vedeva resi vani tanto valore, tanti sacrifici, tanto sangue sparso che, alla luce delle decisioni prese, era stato, quindi, vano.
Terminava così la campagna del Corpo dei Volontari che rientravano nei confini del Regno.


[1]              Schiarini P., La campagna del 1866, in Il Generale Giuseppe Garibaldi, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1982, pag. 294
[2]              Ibidem

mercoledì 1 novembre 2017

Bezzecca Indice

Bezzecca
4.1 La situazione generale militare: la costituzione del Corpo
dei Volontari.
4.2 Gli avvenimenti politico-diplomatici precedenti Bezzecca: come impiegare il Corpo dei Volontari.
4.3 L’ambiente operativo.
4.4 I piani operativi.
4.5 Le forze in campo.
4.6 Le operazioni del Corpo dei Volontari prima di Bezzecca: a. Le operazioni iniziali. b. Il rovesciamento della fronte 25 giugno 1866. c. La ripresa delle operazioni nel settore montano. d. Il combattimento di Monte Suello. 3 luglio 1866.  e. Il riordino del Corpo dei Volontari 4-6 luglio 1866.
f. I combattimenti di Lodrone e Darzo. g. Il combattimento di Cimego. h. L’occupazione della Val d’Ampola.
 4.7  La situazione alla sera del 20 luglio 1866.
4.8 21 luglio 1866.  a. il campo di battaglia di Bezzecca. b. la battaglia.
4.9 L’avanzata su Trento ed il celebre “Obbedisco”.

4.10 Considerazioni ed valutazioni di una vittoria.

venerdì 13 ottobre 2017

Quattro battaglie per il Veneto

1.       PREMESSA
a.       Avvenimento oggetto di studio
In questo studio andremo ad affrontare i fatti relativi a tre battaglie svoltesi nel 1866 nell’ambito di quella che in Italia viene chiamata la terza guerra di indipendenza ma che nel resto d’Europa è più comunemente conosciuta con il nome di guerra austro-prussiana del 1866. In particolare, i fatti d’arme che andremo ad analizzare sono la battaglia di Custoza, la battaglia di Sadowa e la battaglia navale di Lissa.
b.       Suoi limiti di tempo e di spazio
Tutta la guerra si svolge nell’arco di poche settimane[i] e, più precisamente, possiamo dire che tra Prussia e Austria inizia il 17 giugno quando la prima avvia le operazioni contro l’Hannover  e finisce con l’armistizio di Nikolsburg, mentre per quanto riguarda il fronte italiano, il conflitto inizia il 20 giugno e finisce il 12 agosto con la firma dell’armistizio di Cormons.
In particolare, dopo un inquadramento generale, ci occuperemo degli specifici avvenimenti, ovvero delle battaglie di:
-        Custoza, che si svolge il 24 giugno 1866, anche se l’insieme delle operazioni si sviluppano tra il 23 giugno, con l’attraversamento del Mincio, e la tarda sera del 24, con l’ordine di ritirarsi al di là dello stesso fiume;
-        Sadowa, più nota con il nome di battaglia di Koniggratz, evento cruciale dei successi Prussiani si svolge nella giornata del 3 luglio, ove ci concentreremo sulle operazioni della giornata;
-        Lissa, nome italiano dell’isola di Vis in Croazia, maggiore battaglia marina del conflitto, che si volge tra il 18 ed il 20 luglio.
c.        Scopi e criteri (eventuali) dello studio
Lo scopo del lavoro è quello di individuare le principali differenze che hanno determinato le sorti delle tre battaglie ed in particolare, quali possano essere gli elementi che hanno portato alla vittoria del Generale Von Moltke a Sadowa e la sconfitta (o percepita sconfitta) dei comandanti italiani di terra e di mare.
Al fine di raggiungere questo obiettivo vogliamo analizzare quali piani d’operazione sono stati preparati, messi in atto e quali siano stati i riferimenti dottrinali presi in considerazione dai differenti comandanti.



[i] Altrimenti nota, al di fuori dell’Italia, come “Guerra delle Sette Settimane”.

Quattro Battaglie per il Veneto

1.       I BELLIGERANTI LE ORIGINI DEL CONFLITTO
a.       I belligeranti
Nel nostro studio i belligeranti maggiori (non andremo a parlare compiutamente degli alleati minori[i]) sono il Regno d’Italia, l’Impero Austriaco, ed il Regno di Prussia.
(1)    Il territorio: frontiere naturali e politiche. Posizione geografica
La Prussia era stata definita da Voltaire, al tempo di Federico il Grande (1740-86), come il Regno dalle strisce di confine, a significare la notevole vulnerabilità del paese alle invasioni. Si trattava di un regno “sottile” stretto tra l’Impero Russo e l’Impero Austroungarico prevalentemente pianeggiante e senza ostacoli naturali di rilievo.
Di contro, l'Impero austriaco si sviluppava principalmente nell'Europa centrale e nei Balcani, confinava a nord con la Germania e la Russia, a sud con l'Impero ottomano e l'Italia, a ovest con la Germania e la Svizzera e ad est con la Romania; le province più lontane dell'Impero erano il Vorarlberg ad ovest e la Transilvania ad est. L'Impero comprendeva varie catene montuose: le Alpi orientali,le Alpi dinariche, le Alpi transilvaniche, i Carpazi e i Sudeti.
Le pianure più estese si trovavano in Ungheria e in Italia (Pianura veneta e Pianura Padana). I principali laghi erano il Lago Balaton e Lago di Costanza; l'unico sbocco sul mare che lo stato asburgico possedeva era costituito dal Mar Adriatico. L'Impero era attraversato da numerosi corsi d'acqua, i principali dei quali erano il Danubio con i suoi affluenti, e i lunghi fiumi che dalla Boemia scendevano fino al Mare del Nord.
L’Italia, invece, a parte la lunghissima costa e le isole maggiori ha confini terrestri solo verso nord con la Francia, la Svizzera e l’Impero Austriaco. Geograficamente il Regno d’Italia è particolarmente vario parte montuoso, in parte collinare, in parte vulcanico, in parte endolagunare. In particolare, il Veneto è attraversato da una fitta rete idrica e tutta l’area compresa tra il basso Po e l’Adige è paludoso, caratterizzato da numerosi canali di irrigazione che la rendono assai poco praticabile.


(2)    La storia: profilo della evoluzione della Nazione
Il nome Prussia si riferisce in origine al territorio occupato dall'antica tribù baltica dei Pruzzi o Prussiani corrispondente all'attuale Lituania meridionale, all'exclave russa della regione di Kaliningrad e alla Polonia nord orientale; in seguito il nome Prussia identificò una delle regioni dell'Ordine Teutonico e dal XVI secolo un ducato degli Hohenzollern, il feudo polacco-lituano, chiamato anche Prussia Ducale e unito dal 1618 alla marca del Brandeburgo.
In seguito al Trattato di Oliva (1660) alcune aree della Prussia ottennero la sovranità e nel 1701 si costituì il regno di Prussia, comprendente tutti i territori degli Hohenzollern, che dal 1815 al 1866 fecero parte (tranne le province di Posen, della Prussia Orientale e della Prussia Occidentale) della Confederazione tedesca; dal 1867 fino al 1871 l'intero territorio entrò a far parte della Confederazione della Germania del nord. Dal 1871 al 1945 fu uno stato dell'Impero tedesco, della successiva Repubblica di Weimar e del Terzo Reich.
L’impero austriaco deriva dalla Marca di confine Orientale Carolingia che viene inglobata nel Sacro Romano impero sotto gli Asburgo. Nel 1806, con la formazione della Confederazione del Reno sotto il protettorato francese, si giunge allo scioglimento del sacro Romano Impero, in quell’occasione Francesco II d'Asburgo rinunciò alla corona imperiale e continuò a regnare in qualità di imperatore d'Austria con il nome di Francesco I.
L'Impero Austriaco inizia a "scricchiolare" nel 1848, con il propagarsi delle idee della rivoluzione borghese. Anche in conseguenza alla sua politica di neutralità l'Austria si trova isolata in Europa e in seguito alla sconfitta nella battaglia di Königgrätz del 1866, la Prussia riesce ad escludere l'Impero Austriaco dalla Confederazione Germanica.
L’Italia è un paese giovane, il Regno viene proclamato pochi anni prima della Terza Guerra di Indipendenza (1861). Infatti, nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena ed il Granducato di Toscana votano dei plebisciti per l'unione con il Regno. Nello stesso anno vengono conquistati dai piemontesi il Regno delle Due Sicilie, tramite la Spedizione dei Mille, la Romagna, le Marche e l'Umbria, tolte allo Stato della Chiesa. Tutti questi territori vengono annessi ufficialmente al regno tramite plebisciti.
Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II è il primo re d'Italia nel periodo 1861-1878. Nel 1866, a seguito della terza guerra di indipendenza, vengono annessi al regno il Veneto e Mantova sottratti all'Impero Austriaco.
(3)    Il potenziamento economico: produzione agricola, industriale e risorse; reti di trasporto e di comunicazione; potenzialità finanziaria; ogni altro tipo di risorse
A differenza dell’Austria, che esce fuori dalla seconda guerra di indipendenza al limite della bancarotta, la Prussia nel 1860 vede un elevato sviluppo economico stimolato dalla Zollverein o Unione Prussiana delle Dogane che fu fondata a Berlino nel 1834. Nonostante l’opposizione del Metternich che la vedeva come un cavallo di troia per l’espansione della Prussia, la Zollverein si espande progressivamente negli anni 40 del diciannovesimo secolo da comprendere la maggior parte degli stati tedeschi con la deliberata eccezione dell’Austria.
In tal modo l’economia prussiana diviene il legame tra gli stati tedeschi protestanti del nord con quelli cattolici del sud. Inoltre, i maggiori giacimenti di carbone e ferro di tutta la confederazione, elementi base dell’industrializzazione, sono proprio sotto il suolo Prussiano nella Ruhr, Saar, Lusatia e Silesia Superiore. Pertanto, nel 1860, la Prussia diviene il motore dell’economia tedesca producendo circa l’80 per cento del carbone e del ferro portando tutta la Germania nella zona economica Anglo-Franco-Prussiana.
L'economia dell'Impero austriaco si basava sul commercio che scorreva lungo il Danubio, sulla fiorente agricoltura delle pianure ungheresi, della pianura padana e della valle del Danubio e sulle grandi industrie che si trovavano per la maggior parte nelle grandi città. L'agricoltura era ancora l'attività prevalente in tutto l'Impero, e ne era la spina dorsale dalla quale dipendeva il rifornimento dell'esercito. Le più vaste zone agricole dello stato asburgico si trovavano nella Valle del Danubio e nella vasta pianura ungherese. Sui monti e sulle colline veniva praticato l'allevamento e la pastorizia, di cui vivevano principalmente gli abitanti del luogo.
L’Italia, nonostante nel 1861 si configurasse come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree tradizionalmente industrializzate coinvolte in processi di rapida modernizzazione (soprattutto le grandi città e le ex capitali), esistevano situazioni statiche ed arcaiche riguardanti soprattutto l'estesissimo mondo agricolo e rurale italiano.
In modo particolare è necessario accennare alle forti disparità socioeconomiche fra il settentrione e il meridione del paese, esemplificate nella cosidetta questione meridionale, eredità tutt’oggi esistente.


(4)    Gli ordinamenti civili: istituzioni, partiti; classe politica, lineamenti politica interna; preparazione psicologica alla guerra
La Nuova Era Prussiana inizia con Guglielmo I reggente dal 1858 per Federico Guglielmo IV, infermo di mente, che mette in carica un ministro liberale e tenta una riforma dell’esercito, respinta dalla maggioranza parlamentare liberale timorosa di un rafforzamento della Corona. La lotta fra liberali e sovrano, acuita dalla formazione del partito progressista di Waldeck (1861), termina con la nomina nel 1862 a primo ministro di Otto von Bismarck (1815-98), che, pronto a governare anche contro la Costituzione ed il Parlamento, potenzia l’Esercito facendone una forza preminente che impronta anche la vita civile.
L'Impero austriaco era diviso in vari organi amministrativi chiamati diete. Queste potevano riunirsi in consiglio nella capitale per discutere di problemi e questioni. Ogni dieta eleggeva i propri rappresentanti, che avevano il compito di illustrare e discutere degli avvenimenti dinnanzi al governo centrale di Vienna. Le diete perlopiù servivano da intermediario fra le varie etnie dell'Impero e la dominante maggioranza tedesca. A capo dello stato vi era l'Imperatore, che dal 1867 assunse anche il titolo di Re d'Ungheria, le sue decisioni dovevano rispettare le norme della Costituzione, che poteva essere a sua volta discussa e cambiata.
All'inizio della sua costituzione, l'Impero guidato da Metternich assunse un aspetto conservatore e reazionario, ma dopo le sconfitte subite nelle guerre di indipendenza italiane e nella guerra austro-prussiana l'Imperatore Francesco Giuseppe fu "costretto" dalle circostanze ad attuare riforme liberali con aria democratica, concedendo ai sudditi una costituzione e un parlamento.
Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d'Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna. Esso fu infatti una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello statuto albertino concesso a Torino nel 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento, manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità.



[i] Austria, Saxony, Bavaria, Baden, Württemberg, Hanover, Hesse-Darmstadt, Hesse-Kassel, Reuss Elder Line, Saxe-Meiningen, Schaumburg-Lippe, Nassau.
   Prussia, Italia, Mecklenburg-Schwerin, Mecklenburg-Strelitz, Oldenburg, Anhalt, Brunswick, Saxe-Altenburg, Saxe-Coburg and Gotha, Lippe, Schwarzburg, Waldeck, Bremen, Hamburg, Lübeck.

mercoledì 11 ottobre 2017

Quattro battaglie per il Veneto.

a.       Le origini del conflitto
(1)    Gli antefatti: avvenimenti che hanno influito sulla recente politica interna ed esterna; stato di tensione fra le parti avverse
La crisi austro prussiana ha origine dalla disputa riguardo i così detti ducati dell’Elba di origine tedesca, ma parte del Regno di Danimarca sin dal 1460. Nel 1847 i nazionalisti tedeschi approfittarono della crisi per la successione di Cristiano VIII per unirsi e dichiarare la secessione dalla Danimarca.
Il governo danese offrì l’indipendenza all’Holstein ma invece di concedere analoga sorte allo Schleswig decise di annullare ogni privilegio legale e linguistico e riannetterlo completamente al Regno di Danimarca[i]. La Dieta Federale Tedesca chiese alla Prussia di intervenire e così fece e con una breve campagna vittoriosa imponendo la riaffermazione dello status quo ante.
Negli anni seguenti si succedettero ulteriori scontri e contrasti che sfociarono nella guerra tedesco-danese del 1864 dovuta alla promulgazione della nuova costituzione da parte di Re Federico VII di Danimarca dove lo Schleswig veniva annesso allo stato danese.
Di nuovo la Dieta Federale Tedesca chiese l’intervento delle due potenze germaniche ossia della Prussia e dell’Austria. Queste invasero la Danimarca nel febbraio del 1864 ed in quattro mesi di combattimenti allontanarono i danesi dai due ducati.
Quando la Danimarca accettò la sconfitta cedette i due ducati congiuntamente alla Prussia e all’Austria che avevano due obiettivi completamente differenti. La Prussia avrebbe voluto vedere i due ducati annessi al proprio territorio per rafforzare il controllo del Mar Baltico mentre l’Austria li avrebbe voluti riunire e farli governare dal Duca Friedrich von Augustenburg nobile tedesco di chiare tendenze filo austriache.
Ci volle più di un anno per arrivare ad un compromesso che vide l’Austria amministrare l’Holstein e la Prussia lo Schleswig.
Per quanto riguarda il rapporto tra Italia e Austria, questo si inquadra nel processo di unificazione italiano ossia il Risorgimento. La prima fase del Risorgimento (1847-1849) vede lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari e di una guerra anti austriaca, sviluppatasi in occasione della rivolta delle Cinque giornate di Milano (1848) condotta e persa da Carlo Alberto, conclusasi con un sostanziale ritorno allo "statu quo ante". La seconda fase, maturata nel biennio 1859-1860, fu quella decisiva per il processo d'unificazione italiano. Grazie all'alleanza con la Francia di Napoleone III il Piemonte di Cavour e Vittorio Emanuele II affrontò di nuovo l’Impero Austriaco e riuscì, anche per la circostanza imprevista delle annessioni di Toscana, Emilia e Romagna, che si erano nel frattempo liberate, a raggiungere l'unità che sarà infine completata dalla Spedizione dei Mille garibaldina
(2)    Le cause reali, remote e prossime: questioni di natura territoriale, economica, spirito di rivincita, mire espansionistiche, aspirazioni di supremazia, mantenimento della supremazia
Nel 1862 divenne primo ministro della Prussia Otto von Bismark, il quale in un celebre discorso annunciò le sue intenzioni di riorganizzare e consolidare la Confederazione Germanica con “sangue e ferro” qualora necessario. Bismark era senza dubbio un nazionalista convenzionale. Egli accompagnò il suo noto discorso “sangue e ferro” con un promemoria che sottolineava che il suo obiettivo non era di unificare la Germania bensì di liberare la Prussia dalla rete dei trattati federali intessuti dal Metternich nel 1815 e di “esercitare l’intera forza del peso prussiano in Germania”. Quello che caratterizzò il Bismark fu la capacità di far ricorso a linguaggi e slogan caratteristici dei nazionalisti liberali tedeschi per raggiungere quanto voleva il suo sovrano Guglielmo I, un allargamento della Prussia che sarebbe diventata egemonica con l’abolizione della Confederazione del 1815 guidata dall’Austria.
Come Federico il Grande, Bismark credeva che il primo obiettivo per la Prussia fosse l’espansione territoriale al fine di sopperire alle indifendibili frontiere naturali. Ma a differenza dell’illustre predecessore, invece di volgersi ad est Bismark guardò dalla parte opposta annettendo i ducati di Holstein e Schleswig e unificando le due parti della Prussia, conquistando i vari principati e città libere tra essi frapposti[ii].
Sul fronte italiano la problematica alla base del confronto era sempre la stessa ossia completare il processo di unificazione iniziato con la prima guerra di Indipendenza a scapito dei territori della penisola sotto controllo austriaco.
(3)    Le cause apparenti: le cause gli scopi conclamati dalle parti: provocazioni, incidenti diplomatici, di frontiera, liberazioni di territori o di minoranze “oppresse”
Dopo una serie di incontri per assicurarsi la neutralità in caso di conflitto da parte di Francia e Russia ed una eventuale alleanza offensiva con l’Italia il Primo Ministro prussiano aumenta la pressione verso l’Austria proponendo l’abolizione della Confederazione Germanica dominata da una dieta di principi per sostituirla con un parlamento di elezione popolare.
L’Austria rispose con una mossa azzardata ossia rimettere la decisione sulla sorte dei due ducati dell’Elba alla Confederazione Germanica con la speranza di ottenere l’appoggio degli stati medi tedeschi. Il risultato fu che ciò offrì a Bismark il casus belli che attendeva poiché a seconda dei precedenti accordi la questione dei ducati dell’Elba era di esclusiva competenza della Prussia e dell’Austria.
Per l’Italia la liberazione del Veneto era di primaria importanza e aveva una enorme legittimazione da parte dell’opinione pubblica. Infatti non era altro che la prosecuzione di un processo iniziato circa venti anni prima. In questa circostanza, alleata alla Prussia, attendeva nella speranza di avere l’occasione per poter rivendicare il territorio sotto dominazione austriaca con il supporto di un potente alleato che avrebbe potuto distogliere enormi risorse dal fronte del Sud.



[i] A differenza dell’Holstein che nel 1815 era stato ammesso alla confederazione germanica ed aveva la maggioranza della popolazione di lingua tedesca lo Schleswig contava almeno il 50% di popolazione danese.
[ii] Hanover, Hessia-Kassel, Hamburg ed altri minori.

venerdì 29 settembre 2017

La Battaglia di Custoza III-IV

1.       SITUAZIONE GENERALE
a.       Situazione generale militare
(1)       I quadri – le forze – i mezzi
(a)     I capi: organizzazione del vertice operativo
In analogia all’Esercito Prussiano, l’Italia adottò la soluzione per la quale il Re Vittorio Emanuele II avesse il comando supremo e che lo esercitasse attraverso il suo Capo di Stato Maggiore, individuato nel Generale Alfonso La Marmora, che fino a due giorni prima dell’inizio delle ostilità ricopriva l’incarico di Presidente del Consigli dei Ministri. Il Ministro della Guerra era il Generale Ignazio de Genova di Pettinengo.
Il contingente destinato alla campagna contro l’Austria fu organizzato in:
·       Armata del Mincio, sotto il comando del Re in persona e quindi del Gen. La Marmora,
·       Armata del Po comandata dal Generale Cialdini.
Il Comandante in Capo delle Forze Armate era l’Imperatore Francesco Giuseppe. L’Esercito si componeva di un’Armata dell’Iser, di un’Armata del Nord e un’Armata del Sud.

L’Armata del Sud, impegnata nella campagna contro l’Italia, aveva da poco cambiato il comandante supremo: al Maresciallo Benedek, assegnato per operare sul fronte principale in Boemia, era subentrato l’Arciduca d’Austria, feldmaresciallo Alberto Federico Rodolfo, figlio dell’Arciduca Carlo. 

martedì 19 settembre 2017

la Battaglia di Custoza IV-V.


(a)     Gli SM: la loro organizzazione ordinativa
Erano passati “soli cinque anni dalla costituzione dell’Italia in Regno, e, oltre allo straordinario ingrandimento dell’Esercito piemontese, si era dovuto procedere alla fusione nel regio Esercito di una parte dei quadri dell’Esercito delle Due Sicilie e dell’Esercito garibaldino. Con finanze assai ristrette, si erano dovuti fabbricare materiali in grandissima copia, creare dotazioni, stabilire magazzini e depositi, creare stati maggiori, quadri, ecc. […][i].L’Italia non aveva ancora una tradizionale efficienza nel servizio di stato maggiore. I generali La Marmora, Della Rocca e Cialdini erano ottimi ufficiali con una splendida carriera militare alle spalle, ma con nessuna esperienza di comando di un enorme contingente e per di più costituito da soldati regolari. Il Gen. La Marmora che assunse poi l’incarico di Capo di Stato Maggiore era quello più impegnato dal punto di vista politico e che quindi aveva una percezione della realtà dello strumento militare veramente limitata. Se a questo aggiungiamo una certa “gelosia” tra i grandi generali italiani, ma soprattutto il desiderio del Re Vittorio Emanuele II di dirigere le operazioni, insieme al Gen. Petitti, è facile intuire che il Comando Supremo delle operazioni, così come l’organizzazione degli stati maggiori, non poteva che presentare dei problemi che si sarebbero ripercossi sulle operazioni.
Lo stato maggiore, come inteso dai prussiani e anche dagli austro-ungarici, non era mai esistito nell’Esercito Sardo e continuò a non esistere anche nell’Esercito Italiano. Gli Ufficiali di stato maggiore, al termine dei corsi frequentati, avevano dismesso lo studio che diventava privilegio di pochissimi volenterosi. Gli stessi inadeguati insegnamenti strategici, tattici, procedurali e storici erano stati dimenticati per cui nel 1866, pochi erano gli Ufficiali si stato maggiore preparati.
Benché non abbondante di vittorie, la tradizione militare austro-ungarica era molto solida. Anzi, si può dire che la vitalità dell’Impero di Francesco Giuseppe risiedeva proprio nell’esercito. Pur tuttavia, la principale cagione dei mali era la scarsità di grandi condottieri. Non mancavano i generali dotti e preparati, ma i geni militari rimanevano soffocati dalla ferrea disciplina, dalle consuetudini e dai pregiudizi da cui era emerso nel recente passato solo l’Arciduca Carlo, padre di Alberto.



[i] Pollio A., Custoza (1866), Libreria dello Stato, Roma, 1935, p. 3

venerdì 16 giugno 2017

La Battaglia di Custoza VI -VII

(a)     Le forze terrestri: unità in genere, di pronto impiego, di riserva
Senza contare i volontari di Garibaldi, circa 38000 uomini, le truppe di presidio e di completamento, l’Esercito Italiano aveva una forza effettiva di 22000 uomini, 37000 cavalli e 456 cannoni. Fu disposto il richiamo delle classi 1834 – 1840 (prima categoria) e 1840 – 1841 (seconda categoria). Le operazioni di mobilitazione furono complicatissime a causa della configurazione della penisola italiana e per lo scarso sviluppo delle ferrovie. L’organizzazione di quel contingente fu opera del Gen. Petitti.

Per resistere al contingente italiano, gli austriaci avevano organizzato un esercito che poteva contare di fortissimi appoggi e fortificazioni inespugnabili. Ma erano comunque necessarie numerose guarnigioni ed era inevitabile un certo disseminamento di forze. Dei dieci corpi costituenti l’Esercito Imperiale, ben sette furono destinati all’Armata del Nord, insieme a cinque Divisioni di Cavalleria, e una riserva generale di artiglieria per un totale di circa 185000 uomini. Soltanto tre Corpi di Armata vennero destinati all’Armata del Sud, con una Brigata di Cavalleria di riserva, per un totale di circa 145000 uomini, 15000 cavalli e 192 pezzi di artiglieria. Escludendo le forze di presidio e di guarnigione e delle forze destinate nel Tirolo, dove fu inviato un contingente autonomo sotto il Comando del Gen. Von Kuhn, per le operazioni nel Veneto erano disponibili 94500 uomini, 12500 cavalli e 168 pezzi. 

giovedì 1 giugno 2017

La Battaglia di Custoza VIII

(a)     Le dottrine operative: la loro definizione in base agli intendimenti politici, di ordine strategico, tattico e potenziale
In Italia, come del resto anche nell’Impero, gli insegnamenti delle guerre napoleoniche erano stati lasciati volutamente nel dimenticatoio, a differenza di alcuni generali prussiani della scuola di Clausewitz. Le campagne napoleoniche avevano insegnato, ad esempio, che un corpo d’armata non poteva avere più di quattro divisioni, se non compromettendo la mobilità e la manovrabilità. Ma i principi dell’arte della guerra non erano conosciuti, se non superficialmente. Per dirlo in altre parole, gli studi militari in Italia non erano presi in seria considerazione. Certamente la dottrina tattica presentava segni di invecchiamento e necessitava di rinnovamento, ma quando applicata correttamente era ancora motivo di successo.
Anche per quanto riguarda l’Impero, all’epoca dei fatti pochi generali “sapevano” fare la guerra e uno di questi era il Comandante dell’Armata del Sud,  l’Arciduca Alberto, figlio primogenito del grande Arciduca Carlo d’Asburgo che aveva battuto Napoleone nel 1809. Egli si era formato studiando le campagne, specialmente quelle del padre. Da questi insegnamenti aveva appreso soprattutto la fermezza d’animo, il carattere serioso, ma soprattutto l’idea secondo la quale non bisognava lanciarsi alla carica fino ad un punto di non ritorno. Al contrario, bisognava avere l’accortezza di tenere sempre un atteggiamento guardingo e difensivo. E questo concetto volle applicarlo integralmente nella campagna contro gli italiani, definiti da lui stesso rapaci. Quindi come l’Armata del Nord, comandata dal Gen. Benedek, in Italia l’Arciduca Alberto si proponeva di fare una guerra difensiva, favorita dal terreno e dalle fortificazioni presenti nel Veneto.  

martedì 23 maggio 2017

Roma, 7 giugno 2017 ore 17 Invito

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL V.M.
Presidenza Nazionale - Centro Studi sul Valore Militare

                                              Comunicato Stampa
Mercoledì 7 giugno 2017 ore 17
Il Presidente Nazionale Gen. Carlo Maria Magnani
Ha l’onore di  invitare la S.V.
AL VI INCONTRO CON L’AUTORE
GIANLUCA BONCI
SARA’ PRESENTATO IL VOLUME
LE SPADE DI ALLAH
I Mujaheddin nel conflitto russo-afgano,
Libero di Scrivere Editore

Il conflitto russo-afghano fu l’ultimo della più vasta e non incruenta “Guerra Fredda”. I guerriglieri afghani impartirono una dura lezione alla potente Armata Rossa che rimase invischiata per un decennio tra le impervie montagne del Paese centroasiatico, prima di rientrare sconfitta in Unione Sovietica, soggetto politico ormai prossimo al collasso. Questo libro vuole illustrare il conflitto da una prospettiva inedita: quella dei Mujaheddin che furono i veri protagonisti di una guerra che, ancora oggi, offre spunti e interpretazioni tragicamente controverse. Dopo una doverosa descrizione delle fasi del conflitto e un inquadramento del panorama politico afghano dell’epoca, il testo presenta l’organizzazione operativa e logistica, le caratteristiche generali, gli aiuti esterni e gli obiettivi strategici del movimento di resistenza afghano. L’analisi è approfondita attraverso un’esaustiva e competente descrizione delle tattiche di combattimento offensive (imboscate, raids, ecc…) e difensive (contro imboscata, difesa contraerei, controcarri, impiego delle mine, ecc…) presentate in maniera semplice e scevre da tecnicismi, fornendo ammaestramenti e lezioni apprese inquietantemente attuali.

Interverranno:  Gen. Massimo Coltrinari, Prof. Giancarlo Ramaccia.
ROMA,  Presidenza Nazionale Nastro Azzurro Sala Maggiore, Piazza Galeno 1 . V.le Regina Margherita,  
PDC. 334 585 6938 

L’evento è organizzato con la Federazione Provinciale di Roma del Nastro Azzurro

Gianluca BONCI, Tenente Colonnello, nato a San Severino Marche nel 1973. Frequenta l’Accademia Militare di Modena nel biennio 1993-95. Laureato in “Scienze dell’Informazione” e in “Scienze Strategiche” con indirizzo comunicazioni, ha conseguito i Master in “Studi internazionali strategico militari” presso l’Università “Roma Tre”, in “Scienze Strategiche” presso l’Università di Torino e in “Servizi logistici e di comunicazione per sistemi complessi” presso l’Università “Sapienza” di Roma. Assolve gli incarichi di Comandante di Plotone e di Compagnia presso reparti operativi e partecipa a 7 missioni di stabilizzazione fuori dai confini nazionali di cui due in Afghanistan. Oggi presta servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito. È conferenziere accademico su tematiche di relazioni internazionali e strategiche e collabora attivamente con svariate riviste e periodici, tra cui «Rivista Militare», per cui scrive articoli di carattere tecnico-militare.