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lunedì 16 maggio 2016

21 maggio 2016. Rimini. Conferenza Monte Piana Monte Piano Luoghi, Fatti e Personaggi


MONTE PIANA MONTE PIANO 
 LUOGHI FATTI E PERSONAGGI
1915 -1917

Dopo una rapidissima introduzione in cui si farà cenno ai protagonisti della Grande Guerra, ai Comandanti ed al Piano Cadorna erede della pianificazione operativa offensiva del confine orientale, si indicheranno le fonti e le refrenze

Si passerà alla analisi delle forze contrapposte con la esplicazione dello schieramento italiano e austriaco attraverso l’ausilio di cartine illustrative

Descritti i mesi di preparazione e il mese di giugno 1915 in forma sintetica, si passerà alla espisione degli attacchi italiani dal 15  al 20 luglio in forma analitica. Questo attraverso le operazioni della Brigata “Marche” i cui reparti furono protagonisti sul Monte Piana.

Lasciata le sedi stanziali, il 55° Reggimento fanteria di Treviso ed il 56° reggimento fanteria di Belluno ed allo scoppio della guerra è in Cadore nelle Valli del Boite dell’Ansiei e del Padola.
Il primo sbalzo in avanti Porta la Brigata alla occupazione non ostacolata dal nemico, della fronte Forca-Tre Croci lembo orientale del Piano della Bigontina. Qui riceve l’ordine di assestarsi e per tutto giugno alterna l’impegno operativo con lavori di rafforzamento e con l’inviare pattuglie e ricognizioni in Val Rimbianco, Valle Popena Bassa e Val Grande.  Il vero impegno operativo inizia a metà di luglio contro le difese austriache del confine militare.

La Brigata Marche” con i suoi reparti fu protagonista delle azioni principali per la conquista di Monte Piana.  Mario Spada così ha ricostruito le azioni principali per la conquista di questo Monte, che vanno dal 15 luglio ai primi di agosto 1915.

Azione del 15 Luglio 1915
Alle ore 05.00 iniziò il tiro di distruzione dell’artiglieria italiana sulle posizioni austriache, fuoco che durò fino quasi alle 09.00. Alle 09.00 precise, come disposto dal Col. Parigi, un razzo sparato nel cielo da Villa Loero, situata su una altura fra il Lago di Misurina e il Paludetto, dette il via all’azione. I fanti del I Battaglione raggiunsero d’impeto la linea della Piramide Carducci che trovarono sgomberata dagli austriaci che, senza essere notati dagli osservatori italiani, si erano ritirati su Monte Piano, più adatto per la difesa. Contemporaneamente vennero investiti dal fuoco delle artiglierie austriache che sparavano da Prato Piazza, Monte Specie, Landro e Monte Rudo. Non potevano né avanzare né ripiegare: furono costretti a cercare riparo su un terreno esposto, scavando con le vanghette la poca terra, tra le rocce, ricoveri di fortuna. Anche il III battaglione non potè progredire nell’avanzata, conseguentemente non supportò l’azione della 96ma compagnia alpini che dovette, pertanto, ripiegare anch’essa dal Fosso Alpino alle postazioni di partenza. Passò così l’intera giornata del 15 luglio”[1]

 La valutazione tra gli Ufficiali italiani della azione era negativa. Via telefono il col. Parisi sollecitava la ripresa dell’azione per una progressione reale. Nella baracca Comando, situata ove sorge oggi il Rifugio Bosi si discusse i termini dell’azione ed alla fine il Magg. Bosi avallò la soluzione che per conquistare il Monte Piana si doveva procedere dalla Piramide Carducci verso la Forcella dei Castrati.

All’azione avrebbero partecipato la 9a la 10a, la 11a, la 12a compagnia. Senza copertura dell’artiglieria, la 9a e la 10a uscirono dalla trincea sul Pianoro di Monte Piana ed iniziarono a procedere velocemente verso la Forcella dei Castrati, fortemente ostacolate dal tiro delle artiglierie austriache provenienti dalle quote circostanti. Quando raggiunsero la Forcella avevano subito sensibili perdite. Ma successe l’imprevedibile, progressivamente, forse per esaurimento dei proiettili, le artigliere austriache cessarono il fuoco, tanto che la 10a e la 12a compagnia riuscirono a raggiungere sulla Forcella dei castrati le prime due senza subire perdite. Il cap. Gregori, che si delega del magg. Bosi dirigeva l’azione, non ebbe però la prontezza operativa di approfittare della situazione inaspettativamente favorevole e procedere all’assalto risolutivo dell’ormai vicine linee nemiche, anzi dette l’ordine di rafforzarsi sulle posizioni raggiunte, per trascorrervi ivi la notte, in attesa dell’alba.”[2]

 L’azione non aveva dato i frutti sperati e nuovamente il magg. Bosi convocò al suo Comando gli ufficiali responsabili, compreso il cap. Rossi, comandante la 96a compagni alpini. Fu deciso un nuovo attacco per l’indomani, alle prime luci dell’alba, condotto da cap. Gregori.
All’ora convenuta, la 9a e la 10a compagnia superarono la Forcella dei Castrati addossandosi in posizione defilata al tiro nemico sul saliente di Monte Piano, La 10a e la 11a compagnia, con il Comando di battaglione, rimasero pronte all’intervenire schierate sul versante opposto, sul ciglione di Monte Piana dominante la Forcella. Questo fu un grave errore tattico commesso da un ufficiale d’esperienza quale era il cap. Gregori: infatti questi fanti, con il chiarore del giorno, rimasero esposti ed immobilizzati dal tiro austriaco.

In questo frangente cadeva ucciso da tiro di un cecchino il magg. Bosi[3] che fu sostituito nel comando dell’azione dal magg. Gavagnin.

 …(l’’azione della 9a compagnia) fallì per il mancato concorso sulla sua destra, della 96a compagnia alpini che dal Fossato Alpini doveva sorprendere sul fianco la posizione austriaca, eliminandone la resistenza. A quel punto, erano le ore 07.00 il magg. Gavagnin ordinò al cap. Gregori di far attraversare all’11a compagnia la Forcella, cosa che le sarebbe risultata impossibile se non fosse sopraggiunta improvvisa una insolita e fitta nebbia. Così riuscì nel movimento senza subire perdite, andando a rinforzare la 12a ed i resti della 9a compagnia. Ritornato il sereno il cap. Rossi, comandante della 96a compagnia, temendo di essere preso tra due fuochi qualora degli austriaci fossero risaliti per le Forcellette, chiese che quella posizione, dominante sia Val Rimbianco che la Rienza Bassa, venisse prontamente occupata da una compagnia tenuta in riserva. Il magg. Gavagnin, alle ore 11 ordinò al cap. Gregori di procedere in tal concorso con la 10a compagnia. Bisognava però attraversare la Forcella, su terreno esposto dal tiro austriaco: era impresa quasi impossibile tanto che il cap. Gregori ed altri suoi fanti furono fulminati dal fuoco nemico. Sopraggiunta la sera e con essa anche la pioggia. Tre delle cinque compagnie duramente provate furono sostituite da altre due del I Battaglione del 55° Fanteria e dalla 7a compagnia del 56° reggimento”[4]

Una riflessione attenta sugli insuccessi degli attacchi portati nei giorni precedente fecero concludere che la causa di questi insuccessi si doveva ricercare nel fatto che gli attacchi erano portati di giorno. Pertanto si decise di attaccare di notte

Fra le 24.00 e le 3.00 (del 20 luglio, n.d.a) dei genieri della 20a compagnia minatorie della 14a compagnia zappatori collocarono dei tubi di gelatina esplosiva per praticare dei varchi nei reticolati. Nel settore della 96a compagnia alpini, fu lo stesso cap. Rossi, accompagnato da alcuni alpini, a collocare i tubi di gelatina. Dopo il brillamento dei tubi e praticati i varchi nel reticolato nemico, il più ampio di circa 8 metri, due plotoni della 96a compagnia e il plotone Allievi Ufficiali del  55° Reggimento, sostenuti sulla sinistra dalla 6a compagna del 56° Reggimento e da un plotone esploratori del I Battaglione del 55° Reggimento e sulla destra dalla 12a compagnia, riuscirono a penetrare nella prima linea austriaca facendo prigionieri gli occupanti. Si tentò allora di conquistare tutte le posizioni austriache di Monte Piano. Attaccarono sulla sinistra dello schieramento la 1a compagnia, sulla destra la 10a compagnia che provvedeva con un plotone anche alla copertura difensiva in concorso alla 2a compagnia tutte e tre del 55° reggimento. Con le prime luci dell’alba entrarono in azione le batterie austriache di Prato Piazza, di Monte Specie, di Landro, di Monte Rudo e dell’Alpe Mattina. A questo si aggiunse il tiro della “pettegola” che sparava con alzo zero da una distanza inferiore a 300 metri, rendendo impossibile agli Italiani mantenere la posizione conquista con tanto sacrificio. Alle ore 06,30 iniziò il disimpegno ordinato da Monte Piano con ripiegamento sulle posizione di partenza.”.[5]

 Dopo il 20 luglio le azioni ebbero una pausa. Si constato che, nonostante le perdite ed sacrifici, anche coronati da successo, le posizioni di Monte Piano una volte conquistate non si potevano mantenere per via del fatto che erano sotto il tiro delle fortificazioni poste nelle montagne circostanti. 
 Ai primi di agosto i fanti della Brigata “Marche” furono affiancati da quelli della Brigata “Umbria, che svolsero azioni  con il 54° Reggimento dal 3 al 4 agosto in concorso alle azioni di attacco a Monte Rosso ed al Pinedo, ad oriente del Monte Croce di Comelico ove era impiegata la Brigata “Ancona”.

Si palesa ai Comandi italiani che ormai si stava asodando il cosidetto Stallo Tattico, ovvero l’impossibilita dell’attaccante di variarela situazione e la decisione dela difesa di non prendere iniziative. Questa situaizone si manterrà per tuti i mesi successvi fino all’ottobre 1917 quando le truppe italiane si ritireranno per effetto della azone su Caporetto.

IL 23 ottobre arriva l’ordine, per tutta la 10a Divisione di trasferirsi sulla fronte isontina. La permanenza della Brigata “Marche” sul fronte cadorino merita qualche considerazione

La Brigata “Marche” fu protagonista delle azioni del luglio-agosto 1915, o sul Monte Piana. L’analisi della sue azioni rileva i gravi errori commessi dai Comandi superiori italiani sul fronte dolomitico. In primo luogo si manifesta l’errore strategico, ovvero la impreparazione materiale, soprattutto la carenza di artiglierie. Di seguito l’errore concettuale, ovvero la non  risolutezza nello spingersi avanti, frutto questo non di imperizia o di mancanza di coraggio, ma di totale assenza di un piano offensivo necessario ed utile, dato che era l’Italia che aveva l’iniziativa tattica. Le azioni della Brigata “Marche” entrano nel vivo solo a due mesi dalla dichiarazione di guerra, ovvero a metà luglio 1915. I risultati sono quindi discendenti da questo. Il Comando Brigata ha avuto in sei mesi quattro comandanti, in cui si alterna l’eroismo e la destituzione; i comandanti di reggimento e di Battaglione sono sulla stessa Linea, con una successione veramente impressionate, anche qui alternanza di destituzioni ed eroismo. Negli anni successivi questo si stabilizzarà e si avranno periodi di comando normali, sull’ordine dei dodici-quindici mesi.
In realtà sia la Brigata Marche che la Brigata Ancona, che agiva a fianco, sul fronte del Comelico superiore sono vittime di erroi strategici e tattici di vaste dimensioni e, nonostante il loro eroismo, la cui figura del Magg. Bosi è emblematica, non conseguono alcun risultato.

Le conclusioni saranno tratta sulla base della esposizione

Massimo Coltrinari
contatti: coltrinari2011@libero.it




[1] Spada M., Monte Piana 1915-1917. Guida storica ed escursionistica, Bassano del Grappa, Itinerari Progetti, 2010, pag. 52.
[2] Ibidem, pag. 55
[3] Varie sono le versioni della morte del magg. Bosi. Con un approccio tutto ottocentesco, il magg. Bosi, al chiarore dell’alba, e quindi ben visibile al tiro nemico, consapevole del pericolo a cui si esponeva, ma per dare un esempio ai suoi fanti che si stavano impegnando in una ardua azione, poche decine di metri a valle della Piramide Carducci, si era messo, di fronte alle posizioni austriache, in posizione eretta, con il binocolo in mano, per meglio osservare l’andamento dell’azione e dirigere l’azione. Un colpo preciso sparato da un cecchino lo colpi al cuore e subito risultò vano ogni soccorso portato dal suo attendente e dal portaordini che le erano a fianco. Una descrizione più dettagliata si trova in Fornari A., Piccolo frutto rosso, frammento di pace. Nelle trincee del Monte Piana, la storia di un uomo, magg. Bosi Cav. Angelo, S. Vito di Cadore, Edizioni Grafica Sanvitese, 2008
[4] Ibidem, pag. 57
[5] Ibidem, pag, 58

venerdì 13 maggio 2016

Una Riflessione.

Allo scoppio della II guerra mondiale mio padre Aurelio ,nato nel 1909, fu strappato alla sua Imola e alla serenità della vita civile e richiamato, come ufficiale di complemento, al VI reggimento bersaglieri di Bologna. Il comandante era il colonnello Umberto Salvatores e l’aiutante maggiore il tenente colonnello Ercole Felici. Mio padre fu inviato con l’intero reggimento in un primo tempo sul fronte jugoslavo e, in seguito, sul fronte russo ( prima CSIR e poi ARMIR). Nella avanzata in Russia rinunciò alla nomina a ufficiale istruttore della Scuola Allievi Sottufficiali Bersaglieri di Bobrusko-Villa del Nevoso in Istria, a migliaia di km dal fronte ( che gli sarebbe spettata come capitano con maggiore anzianità di nomina) per non abbandonare al loro destino i 300 uomini della sua III compagnia, che avrebbero continuato quotidianamente a rischiare la vita in prima linea. Meritò un encomio solenne, una medaglia di bronzo “ sul campo” e una medaglia d’argento al valor militare. Sull’ansa del Don, punto di massima avanzata delle nostre truppe, quando la sua terza compagnia era ridotta a meno di venti uomini, fu ferito da un proiettile di parabellum che, esploso da una decina di metri, lo colpì all’emitorace sinistro. Restato per ore a perdere sangue nella “ terra di nessuno “ fra le opposte linee, fu infine quasi miracolosamente salvato dal bersagliere Quinto Ascione di Cervia che per tale azione fu decorato di croce di guerra al valor militare e sarebbe poi caduto pochi giorni dopo meritando la medaglia d’oro “ alla memoria”. Mio padre, dopo alcuni mesi in pericolo di vita, infine si riprese e tornò alla vita civile e alla sua attività di dirigente bancario. .All’inizio degli anni settanta fu nominato cavaliere della Repubblica.
Io fui sottotenente medico di complemento al VI battaglione Genio Pionieri di Bologna dal giugno 1972 al giugno 1973. In tale veste fui spesso medico di guardia all’Ospedale Militare di Bologna, intestato al S.Ten.Med. Lino Gucci ,già ufficiale medico al VI RGT Bersaglieri sul fronte russo e medaglia d’oro “ alla memoria”. Il medico di guardia in un ospedale militare, per regolamento, deve presentarsi agli ufficiali superiori eventualmente ricoverati e dichiararsi burocraticamente a loro disposizione .In una delle mie guardie furono contemporaneamente ricoverati sia Umberto Salvatores che Ercole Felici ( nel frattempo divenuti generali). Quando mi presentai al loro cospetto e appresero che ero figlio di Aurelio, da loro definito “ uno degli ufficiali più valorosi del reggimento”, espressero il desiderio di rivederlo. L’incontro avvenne in quello stesso pomeriggio e vide i tre reduci con gli occhi lucidi al ricordo delle tante traversie passate. Nel 1983 mio padre collaborò con testimonianza personale ( citata nella prefazione) al volume curato dall’amico generale Aldo Gianbartolomei per lo Stato Maggiore relativo alla Campagna di Russia. Nei primi anni novanta mio padre fu promosso al grado di tenente colonnello del ruolo d’onore. In quello stesso periodo le associazioni d’arma imolesi provvidero al restauro del primo altare di sinistra della chiesa di Santa Maria in Regola e vollero che fosse lui a tagliare il nastro inaugurale.
Pochi anni dopo, nel marzo 1993, quando i pochi resti di Ascione rientrarono dalla Russia, mio padre fu invitato a presenziare alla cerimonia che si sarebbe tenuta a Cervia. Benchè fosse già in precarie condizioni di salute, volle essere da me accompagnato e, dopo i meno partecipi discorsi ufficiali, posando la mano con affetto riconoscente sulla piccola urna, pronunciò poche e toccanti parole fra l’intensa commozione dei presenti, convenuti numerosi in quella luminosa giornata di fine inverno. Ciò mentre io riflettevo che solo grazie all’eroismo di Ascione in quel lontano agosto 1942 mio padre era sopravissuto ed io avevo avuto la possibilità di nascere nel maggio 1944.
Pochi mesi dopo anche mio padre avrebbe terminato la sua corsa terrena.
Al funerale ,nell’agosto 1994, il sesto reggimento bersaglieri inviò una rappresentanza a rendere gli onori e il trombettiere ad eseguire il silenzio. Nel 1995 a Bologna, all’interno della Caserma Mameli gli fu intestata la casermetta della terza compagnia del VI RGT, che era stata ai suoi ordini sul fronte russo.
Nel 2007 il Comune di Imola, con voto unanime, deliberò di intestargli il giardino pubblico di piazzale Michelangelo ,il più vicino alla sua abitazione .L’esercito inviò un reparto in armi a rendere gli onori e la fanfara dei bersaglieri accompagnò l’evento. Nello stesso anno fu pubblicata una sua biografia a cura del giornalista Gianfranco Borghi.

Nel 2008 il Comune di Castel del Rio, nell’Appennino imolese, che nella seconda guerra mondiale era situato sulla Linea Gotica, decise di intestargli una saletta del locale Museo della Guerra. Su una parete il suo busto in bronzo è circondato dalle motivazioni delle sue decorazioni e dalle foto dai fronti jugoslavo e russo. Sotto è posta la sua storica bici da bersagliere a gomma piena. Nella parete adiacente, in una vetrinetta, sono poste le sue decorazioni, la sciabola, il piumetto, le divise e i CREST del Nastro Azzurro e del VI RGT bersaglieri. Al Museo di Castel del Rio sono state, inoltre, consegnate le pubblicazioni che hanno parlato di lui, ufficiale di complemento al quale sembrano potersi riferire le parole che nell’antica Roma il console Gaio Mario rivolse ai senatori, preparandosi alla guerra contro Giugurta: “ E non ho studiato il greco: non me ne importava, perché vedevo quanto poco se ne fossero giovati quei maestri per la conquista della virtù. Ma altre cose ho imparato, di gran lunga più utili alla Repubblica: colpire il nemico, far la guardia, di nulla aver paura se non dell’infamia, sopportare caldo e geli, dormir per terra, tollerare nel contempo la fatica e la fame. Con questi insegnamenti darò l’esempio ai soldati…”  ( da Sallustio La guerra giugurtina LXXXIV ). In occasione delle celebrazioni del 4 novembre 2012, infine, presso il monumento ai caduti della prima guerra mondiale sono state inaugurate dalle autorità civili e militari una decina di formelle in ceramica sulle figure più rappresentative della storia imolese dal   Risorgimento alla seconda guerra mondiale. Per quest’ultima è presente una foto di Aurelio sulla moto nel 1941 sul fronte jugoslavo e lo si definisce” la figura più significativa fra gli eroi di Imola nel secondo conflitto mondiale” precisandone il grado di tenente colonnello del sesto reggimento bersaglieri e le decorazioni di medaglia di bronzo “ sul campo” e di medaglia d’argento. Tutte le formelle sono illuminate nelle ore notturne.

Mario Barnabè ( I° cap. med. r cpl in congedo)


Bersaglieri imolesi del VI Reggimento eroi sul fronte russo

Nella mattinata di martedì 17 maggio dalle ore 9,00 si terrà in Imola, 
presso il teatro Osservanza di via Venturini 4 , 
una cerimonia commmeorativa del 70° del rientro dei reduci italiani dal fronte russo. 

Organizzazione a cura del colonnello Franco Camaggi e mail diga55@alice.it
Mario Barnabè ( I° cap. med. r cpl in congedo)

Nell’agosto del 1942, esattamente settanta anni or sono, alcuni bersaglieri di Imola si coprirono di gloria sul fronte russo, dopo avere trascorso uno dei più gelidi inverni che la popolazione locale ricordasse: le temperature raggiunsero i 40 gradi sotto zero. Al disgelo l’acqua raggiunse le ginocchia nelle buche e fu quasi impossibile muovere i mezzi meccanici. La rapida avanzata dei bersaglieri fece sì che fossero bombardati da aerei stukas tedeschi che credevano quel territorio non ancora raggiunto. Il susseguirsi degli scontri a fuoco decimò i bersaglieri del sesto reggimento.
Nel settantesimo anniversario di quegli avvenimenti sembra doveroso ricordare le motivazioni delle decorazioni conferite nei combattimenti sull’ansa del Don.
Il 3 agosto, a serafimowitch
Medaglia di bronzo “ sul campo” al capitano Aurelio Barnabè comandante della terza compagnia
“ Comandante di compagnia, in un momento difficile dell’azione, quando già il nemico stava per impossessarsi di una nostra importante posizione, si lanciava alla testa del suo reparto al grido di “Savoia” ricacciandolo ed infliggendogli gravi perdite. Malgrado le severe perdite subite, con i superstiti fronteggiava nuove preponderanti forze nemiche, tenute fino ad allora in rincalzo, permettendo così al battaglione di affermarsi sulle posizioni raggiunte. Durante il violento ed accanito combattimento, durato parecchie ore, sebbene esausto di forze, fu presente ovunque maggiore era il pericolo, entusiasmando con le parole e con l’esempio i dipendenti in una gara magnifica di slancio e di valore”.
Fronte russo Serafimowitch 3 agosto 1942

Medaglia d’argento “ sul campo” al bersagliere Alighiero Mirri
bersagliere della terza compagnia del VI RGT
“ Porta arma tiratore, durante un violento attacco a posizioni avversarie, incurante dell’intenso fuoco che provocava forti perdite alla propria squadra, si portava spontaneamente nei punti più avanzati per facilitare con il tiro della sua arma il compito dei compagni. Ferito gravemente non desisteva dall’azione, finchè, stremato per la forte perdita di sangue, cadeva al suolo esausto.”
Fronte russo Serafimowitch 3 agosto 1942

Il 13 agosto a Bobrowskij

Medaglia di bronzo al bersagliere Ezio Raspadori

bersagliere della terza compagnia del VI RGT bersaglieri
“Durante un aspro combattimento contro preponderanti forze nemiche, si poneva alla testa dei superstiti della propria squadra e, trascinandoli in un violento corpo a corpo, riusciva a sventare un tentativo di aggiramento. Successivamente, raccolto il fucile mitragliatore di un compagno caduto, con precise raffiche, stroncava un contrassalto nemico”.
Bobrowskij-fronte russo 13 agosto 1942

Capitano Aurelio Barnabè, comandante la terza compagnia del VI RGT bersaglieri
Medaglia d’argento al Valor militare
“ Comandante di compagnia, sosteneva bravamente gli urti ripetuti di preponderanti forze avversarie, impiegando i superstiti del suo reparto, già provati in duri combattimenti. Dopo essersi prodigato al limite di ogni possibilità, rimasto con pochissimi uomini e poche armi efficienti, ripiegava in posizione retrostante. Subito dopo partecipava al contrattacco con una compagnia di formazione per rioccupare le posizioni contese. Ferito gravemente, continuava arditamente nell’azione fino a che cadeva per il sangue copiosamente perduto”.
Bobrowskij-fronte russo 13 agosto 1942  

Lanzoni Guido bersagliere VI RGT, 262° Compagnia cannoni
Croce al Valor Militare
“ Puntatore di un pezzo controcarro ,caduto il comandante di squadra, assumeva prontamente il comando dei superstiti e, con perizia e coraggio, li guidava nel prosieguo dell’azione”
Bobrowskij-fronte russo 2- 13 agosto 1942

Zardi Cesare- Caporale portaordini Compagnia mitraglieri VI RGT bersaglieri
Medaglia d’argento al Valor Militare “ sul campo”
“ Portaordini di compagnia mitraglieri, durante un violento combattimento, si prodigava oltre ogni limite nell’assolvimento del suo compito. Verificatasi un’infiltrazione nemica si lanciava alla testa dei pochi superstiti al contrattacco e, con lancio di bombe a mano, costringeva l’avversario in fuga infliggendo forti perdite. Rimasto ferito non abbandonava il suo posto che a situazione ristabilita”.
Quota 224,4 Jagodnij ( fronte russo) 23 agosto 1942

Montuschi Giuseppe- Bersagliere VI RGT bersaglieri
Medaglia di bronzo al Valor Militare
“ Tiratore di pezzo da 47/32, già distintosi in precedenti combattimenti, durante attacco ad una posizione nemica, ferito ad una mano, rifiutava di portarsi al posto di medicazione. Rimasto accerchiato con la propria squadra, difendeva accanitamente con gli altri suoi compagni la posizione e partecipava poi al contrassalto”.
Quota 208,4 di Jagodnij ( fronte russo) 24 agosto 1942
Inutile aggiungere che furono proprio i pochi superstiti di quelle tragiche vicende i più convinti e sinceri amanti della pace, nell’amaro ricordo delle privazioni , dei sacrifici passati e dei tanti amici caduti ( dei 300 uomini della terza compagnia del sesto reggimento bersaglieri i superstiti furono meno di venti).
Queste vicende sono descritte in vari volumi e nel sito internet htpp ://digilander.it/fiammecremisi



lunedì 9 maggio 2016

Corpo Italiano di Liberazione in Italia

Camioniste polacche, dalla Russia all’Italia

La Casa della Memoria e della Storia ospita dall'8 aprile al 20 maggio 2016 "Camioniste polacche Ausiliarie del 2° Corpo d'Armata Polacco. 
Dalla Russia all’Italia. 1942-1946", 
una straordinaria mostra fotografica che ricorda e rende omaggio alle donne che durante il secondo conflitto mondiale fecero parte del II Corpo d’Armata Polacco, prestando servizio nell’esercito come autiste e camioniste in ruoli e incarichi solitamente ricoperti dagli uomini

domenica 8 maggio 2016

Grande Guerra: Brigata Alpi 1915

Ordinamento
La Brigata era inquadrata della 4a Armata, IX Corpo D'Armata

I Quadri della Brigata nel 1915 erano i seguenti:

Comandate della Brigata dal 24 maggio 1915 dall’11 dicembre 1915 era il Magg. Gen. Teorico Serra, a cui succedette il Magg. Gen. Felice Porta dal 12 dicembre 1915 al 16 gennaio 1916.
Il Comandante del 51° Reggimento fanteria era, dal 24 maggio al e novembre 1915 il colonnello Amos Del Mancino , a cui seguì dal 29 novembre 1915 al 27 maggio1917 il colonnello Nicola De Maria, mentre al comando del 52° Reggimento fanteria dal 24 maggio al 11 novembre 1915 vi era il colonnello Federico Trulla, che lasciò il comando, dall’ 11 novembre 1915 al 14 luglio 1918 al colonnello Pietro Gleijeses.

Di seguito i comandanti di battaglione:
51° Reggimento Fanteria:
I   Battaglione
. Giri Giovanni Battista, tenente colonnello, dal 24 maggio a agosto 1915
. Colagè Vincenzo, 1° capitano,  da agosto a settembre 1915,
. D’Amato Alfredo, maggiore,  da settembre  al 12 dicembre 1915,
. Porzo Carlo, maggiore,  da 12 dicembre 1915 al 4 settembre 1917,

II  Battaglione
. Ferrari Giorgio, tenente colonnello, dal 24 maggio a settembre 1915,
. Togna Giulio, tenente colonnello, da ottobre al 15 luglio 1918,

III Battaglione
. Gavina Antonio, maggiore, dal 24 maggio al 14 giugno 1915,
. Menzinger Guido, maggiore, dal 14 giugno  al 21 ottobre 1915,
. Stigliani Ferdinando, tenente colonnello, dal 20 ottobre 1915
  luglio1916.

52° Reggimento Fanteria:
I   Battaglione
. Ciotola Enrico, tenente colonnello, dal 24 maggio a novembre 1915
.  Raimondo Manlio, maggiore,  da novembre al 3 agosto 1917,

II  Battaglione
. Fadinelli Osvaldo, maggiore, dal 24 maggio al 11 luglio 1915,
Caduto sul campo
. Ronchetti Riccardo, maggiore, da luglio 1915 al 31 maggio 1917

III Battaglione
. Fabbri Luigi, maggiore, dal 24 maggio al luglio 1915,
. Pandolfini Fausto, maggiore, dal luglio 1915 a novembre 1915,
. Carosi Vincenzo, maggiore, dal luglio 1915 a marzo 1915,

Gli Ufficiali Caduti sono:
51° Reggimento fanteria
 (in corsivo gli Ufficiali Marchigiani)
. Santicchi Giuseppe, capitano, da Amelia, Col di Lana il 22 ottobre
  1915
. S.Tenente Ceccarelli Alessandro, Col di Lana, il 16  Novembre 1915
. S.Tenente Conti Carlo, da Castelfiorentino, Col di Lana il 22
  ottobre 1915
. S.Tenente Dormio Vincenzo, da Monopoli, Sasso di Mezzodì il 20
  ottobre 1915
. S.Tenente Maciocchi Olimpio, da Casalattico, Monte Mesola il 18
  ottobre 1915
. S.Tenente Passerini Carlo, da Lisago, Col di Lana il 21 ottobre 1915

52° Reggimento fanteria:
. Maggiore Fadinelli Osvaldo, da Este, Col di Lana l’11 luglio 1915
. Capitano Benedetti Libero, da Ampezzo, Col di Lana , il’19 luglio
  1915
. Capitano Blasi Giulio, da Rieti, Osp. d.C.041 il 16  dicembre 1915
. Capitano Bossi Luigi, Col di Lana, il 16 dicembre 1915
. Tenente Antonini Ulderico, da Perugia, Col di Lana, 11 luglio 1915
. Tenente Agugliaro Raffaele, da Trapani, Osp.d.C. 089 il 25 luglio
  1915
. Tenente Magnani dott.Sante, da Reggio Emilia, Col di Lana il 20
   agosto 1915
. Tenente Salvatori Giulio, da Palestrina, 57 Osp. Sommeggiato, l’11
  luglio 1915
. Tenente Soccorsi Giulio, da Napoli, , Col di Lana, il 20 agosto 1915
. Tenente  Viviani Renato, da Terni, 57 Osp.Sommeggiato,  il 10 luglio
  1915
. S.Tenente Barberis Vincenzo, da Torino, Osp.d.C.036 Caprile il 23
  Agosto 1915
. S.Tenente Coccia Emanuele, da Acquasparta, , Col di Lana, il 21 
  ottobre 1915
. S.Tenente Colli Giulio, da Cavarzere, 37 Osp. Sommeggiato il 25
  luglio 1915
. S.Tenente Confalonieri Renzo, , Col di Lana il 18  novembre 1915
. S.Tenente Fraioli Vincenzo, da Arpino, Costone Castello, il 21
  Ottobre 1915
. S.Tenente Guattaccioni Antenore, Pescoi,  il 22 ottobre 1915
. S.Tenente Orlandi Pietro, da Poscoi il 25 ottobre 1915
. S.Tenente Ruberti Raul, da Roma, Col di Lana il 2 novembre 1915

. S.Tenente Speranzini Luigi, da Arcevia, Col di Lana il 7 novembre 1915

massimo coltrinari
(coltrinari2011@libero.it)

mercoledì 27 aprile 2016

Filippo CORRIDONI. Interventismo Rivoluzionario


INTERVENTISMO VOLONTARIO NELLA GRANDE GUERRA

LA PARTENZA PER IL FRONTE
“Ieri sera tutta Milano, tutto il popolo di questa magnifica città che seppe le asprezze della dominazione odiosa degli austriaci salutò con il plauso immenso della grande anima generosa i volontari sovversivi che partivano per il fronte…Attorno a Filippo Corridoni si strinse più compatta ed entusiasta la folla: tutti vogliono stringersi la mano, tutti vogliono gridarvi il saluto e l’augurio fervido. Sventola sul gruppo di volontari e di cittadini che attornia l’agitatore operaio una grande bandiera rossa”






Ma nell’entusiamo generale, le Autorità politiche erano vigili ed attente e sorvegliavano da vicino l’azione dei rivoluzionari.
La Questura di Milano comunicò ai competenti Comandi Militari la sua informativa sui volontari:

“Ieri sera coi volontari del 68° Reggimento fanteria è partito per il fronte anche il noto sindacalista biografato CORRIDONI Filippo di Enrico, per il quale unisco l relativo cenno di variazione (Mod. R.) per il superiore Ministero. Al Sig. Comandante la locale divisione Territoriale ed al Sig. Comandante il predetto reggimento, ai quali era stato già, a suo tempo, segnalato il Corridoni, ho creduto ora opportuno far rilevare le tendenze spiccatamente rivoluzionarie ed il fervente spirito di propaganda del Corridoni, tanto più che sul suo conto mi è stato in questi giorni confidenzialmente riferito che, stando sotto le armi, la sua intenzione sarebbe quella di convertire alla propria fede il maggior numero di proseliti, scegliendoli nella gran massa di soldati che attualmente trovasi alle armi per poter poi, a guerra finita, e mentre ancora tutti saranno armati, mettere in atto il suo ideale, la rivoluzione”

La Questura non si sbagliava. La posizione di Filippo Corridoni in relazione al suo arruolamento nell’Esercito era chiara, come attesta un suo scritto prima della partenza per il fronte e diffuso da u suoi compagni.
FILIPPO CORRIDONI IN UNIFORME

“Noi, fra giorni, partiremo per il fronte vestiti da soldati del re, ma soprattutto, partiamo con l’anima rigidamente repubblicana. Sarà così difficile ritornare tutti: lo sentiamo. Qualcuno, per non dire molti di noi pagheranno questo atto rivoluzionario; non importa. Ma coloro che ritorneranno riprenderanno nuovamente le nostre idee che noi affidiamo ad una cassaforte di cui gelosamente custodiamo le chiavi per fr sì che nessuno le possa contaminare durante la nostra assenza. Compagni operai! Fate che a vittoria conseguita, quando riprenderemo la lotta per le nostre idee, oggi più di ieri viva nel nostro cuore, possa dirsi dai vostri competitori di classe che voi meritaste la realizzazione dei vostri sogni di migliore avvenire per la sincerità, l’entusiasmo, l’ardore con cui combattete tutte le battaglie, siano esse per la patria, l’umanità o per i sacri diritti del lavoro”.  





lunedì 18 aprile 2016

Note di Metodo

Storia Militare
Approccio per un approfondimento
 Nota  di Giuseppe Conti per Massimo Colttrinari. 2006

Per anni lo studio del singolo fatto d’armi è stato al centro della Storia militare, costituendo la parte preponderante della stessa, fino ad essere identificato, a torto o a ragione, con la stessa Storia militare. Ne è derivata così, ad opera di larga parte della storiografia, una sorta di ostracismo, sfociato talvolta in una vera e propria condanna, per la Storia militare intesa come “histoire battaille”, prodotto emblematico della storia “evenemenziale” disprezzato dalla storiografia francese, da Voltaire fino alle “Annales”, come un racconto di eventi slegati fra loro e come tale incapace di fornire al lettore alcuna conoscenza effettiva sulla società, sui costumi, sulla mentalità dell’epoca in cui si è verificato.
            In risposta a queste critiche gli storici militari hanno imboccato altre strade che li hanno condotti ad approfondire gli aspetti politici , sociali, culturali connessi alla guerra e allo strumento militare deputato a combatterla. Ne è derivato uno spostamento sensibile dell’interesse degli storici dallo studio degli eserciti in guerra a quello degli eserciti in tempo di pace, alle forme di reclutamento, ai   loro rapporti con la società civile.
            Oggi, finalmente, messe da parte antiche polemiche, la storiografia specializzata sembra avere acquisito un punto di equilibrio procedendo al recupero della campagna, e/o della  battaglia non come esercitazione tecnicistica , spesso fine a se stessa, come avveniva negli schemi dell’”histoire battaille”, bensì nella consapevolezza, per dirla con Keegan e Howard, che studiare gli eserciti in pace è lecito e necessario, ma che non è da ciò che gli eserciti sono, ma da ciò che fanno che dipende il destino delle nazioni, e che  lo scopo per cui essi esistono è quello di combattere.
            Dunque, oggi che siamo in possesso di strumenti che ci permettono di non isolare mai l’evento bellico  dal contesto generale che l’ha generato e di non dimenticare, come diceva Delbruck, che la battaglia è un  filo rosso che percorre l’intero tessuto sociale, oggi  lo studio delle operazioni militari  può rappresentare uno strumento utile per fornire strumenti formativi generali e specifici finalizzati alla formazione complessiva dell’ufficiale.

Scopo del corso è quello di fornire ai frequentatori :

conoscenza di eventi di storia militare italiana e mondiale che debbono costituire una componente essenziale e irrinunciabile del  bagaglio culturale di un Ufficiale (di Stato Maggiore);
introduzione al  dibattito storiografico sviluppatosi nel corso degli anni, in Italia e all’estero, sugli argomenti trattati, per allenare l’ufficiale ad acquisire  nello studio della storia,  e più in generale nel processo di acquisizione della conoscenza,  una “forma mentis” elastica e dialettica ;
conoscenza delle fonti e della metodologia della ricerca storica: indicazione di repertori bibliografici, fonti a stampa,  serie archivistiche; individuazione e scelta dei documenti, esegesi degli stessi ecc.
In tal modo si fornirà all’Ufficiale frequentante :
-capacità di procedere alla ricostruzione storica di un evento, o di un aspetto particolare di esso, basandosi sugli strumenti acquisti durante il corso: nelle lezioni di didattica frontale prima, nelle successive fasi di apprendimento e di approfondimento.
           

A tale scopo si ritiene utile proporre per l’anno 2003-2004 un corso di studio dedicato alla ricostruzione di alcune delle:
GUERRE DELL’ERA ATOMICA
Programma del Corso.
A) LEZIONI  (21 periodi)
A) Introduzione al corso.
I Precedenti :
La seconda guerra mondiale .
caratteri assoluti della guerra totale;
la guerra europea : la fase occidentale ;
la guerra “europea”: attacco a est;
dalla guerra “europea” alla guerra mondiale ;
la guerra mondiale: il fronte del Pacifico;
attacco al continente europeo: la Campagna d’Italia , l’operazione “Overlord”;
la fase finale della guerra in Europa;
impiego dell’arma atomica ed epilogo della guerra in Asia;
l’impiego dell’arma atomica e sue conseguenze politiche e strategiche.

B) Le guerre dell’era atomica
La guerra di Corea;
Le guerre d’Indocina e del Vietnam
Le guerre arabo-israeliane
Le guerre jugoslave

B: ESERCITAZIONI PER GRUPPI DI LAVORO (30 periodi)

Potrebbe riguardare la fase finale della II Guerra Mondiale. (caratteri assoluti) e i quattro argomenti del Gruppo B (guerre “limitate” o regionali ecc.) .
Se si ritiene troppo pesante il carico, possiamo limitarci al solo Gruppo B .
In caso di accettazione della proposta di Corso si passerà alla definizione particolareggiata del programma.
A tale fine sono stati presi contatti con i Proff. Antonello Bigini, Luigi Goglia, Alberto Santoni

BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA (e provvisoria)

Opere di  carattere generale, dizionari, repertori , ecc.

. Guerre in tempo di pace , De Agostini, Novara, 1983;
. Christian  Zentner, La guerra del dopoguerra. Storia documentata dei conflitti militari dal 1945 ad  oggi, Bietti, Milano, 1970;
. George C. Kohn, Dizionario delle guerre. Conflitti mondiali, guerre civili, spedizioni punitive, ribellioni, rivoluzioni, Armenia, Milano.
.Paul, K. Davis, Le 100 battaglie che hanno cambiato la storia, Newton Compton, Roma, 2003.

Opere di carattere settoriale

 

II Guerra Mondiale ( bibliografia momentaneamente omessa)


.. Guerra di Corea

…Max Hastings, The Korean war, Simon &Schuster, New York, 1987, (trad. It. La guerra di
    Corea: 1950-1953, Rizzoli, Milano);
… Steven Hugh Lee, La guerra di Corea, Il Mulino, 2003. 
... Camille Rougeron, Les enseignements de la guerre de Corée, Berger-Levrault, Paris, 1952.

 Guerra del Vietnam

… Stanley  Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Rizzoli.
… Mitchell, K. Hall, La guerra del Vietnam, Il Mulino.

..Le guerre arabo-israeliane

…A.J. Barker, Arab-Israeli Wars, Hippocrene Books, New York, 1981.
…Trevor N. Dupuy,  Elusive Victory,The Arab-Israeli Wars, 1947-1974, Harper & Row, New
    York, 1978.

.. Le guerre jugoslave
… Jore Pirievec, Le guerre jugoslave, 1991-1999, Einaudi, Torino, 2003






              

martedì 12 aprile 2016

Prima Guerra Mondiale: I reparti d'Assalto

Relazione presentata al convegno di Rimini "La Grande Guerra" 17-18 ottobre 2008
Massimo Coltrinari


Il gen. Cadorna, nel marzo 1917 emana una circolare che ordinava ai reparti dipendenti di prendere a modello un programma di addestramento a compiti d’assalto speciali catturato al nemico relativo alle formazioni di unità di arditi.
Nella circolare si legge: “ Risulta da ripetute dichiarazioni di prigionieri che presso l’esercito nemico so stanno organizzando speciali riparti di arditi (sturmabteilung) dalla forza di 30 uomini per ogni battaglione di fanteria formati da uomini scelti ed arditi, con lo speciale incarico di precedere i battaglioni nell’assalto di posizioni nemiche, di aprire varchi nei reticolati
e di sorprendere l’avversario con violento lancio di bombe a mano. I reparti in parola vengono addestrati in speciali corsi della durata di 3 settimane specialmente al lancio di bombe a mano …. Ed alla distruzione di reticolati. Gli uomini appartenenti a questi reparti godono di uno speciale trattamento del rancio e nei servizi, avendo vitto migliore e più abbondante ed essendo dispensati da qualsiasi servizio di guardia e di fatica. La notizia viene segnalata per il caso possa essere presa in considerazione per le nostre truppe”.[1]
Sulla base di questa circolare  si tennero le prime esercitazioni aventi per base i criteri tattici elencati nella circolare nel giugno del 1917. L’attività del magg. Bassi trovò ampia conferma in queste esercitazioni che si svolsero alla presenza del gen. Capello e di Cadorna stesso e che portarono  alla creazione del I reparto d’Assalto  in forma ufficiale il 5 Luglio 1917.
Il quesito che nasce intono alla nascita delle “fiamme nere” è interessante: Queste furono il frutto dell’evoluzione del pensiero tattico italiano o si ispiravano ad un tipo di organizzazione già attuata dal nemico?
Come al solito  non esiste una risposta unica. Se da una parte, nel vedere lo sviluppo successivo sembra proprio che peculiari autonome forme di attuazione tattica nelle formazioni italiane, rispetto alle truppe d’assalto tedesche, non ve ne siano; d’altro canto il processo evolutivo dei precursori italiani e di alcuni ufficiali illuminati crearono l’humus favorevole al germogliare dell’idea che maturò in forma ufficiale il 5 luglio 1917.
 La polemica è ancora aperta, come tutto quello che concerne le truppe speciali. Se la circolare cadorna del marzo del 1917 può suggerire che le nostre truppe d’assalto siano la copia delle “sturmtruppen”  austro-ungariche, le circolari attuative del giugno 1917 sono la risultante del pensiero di nostri ufficiali tanto che si può affermate che le nostre truppe d’assalto ebbero una fisionomia propria con caratteristiche originali tali da distinguerle dalle unità austriache. Non per altro il Comando Supremo si premurò di salvaguardarne la specificità mantenendo sempre nettamente distinti sotto tutti i punti di vista queste unità dai plotoni arditi rigettando ogni forma di parificazione.
Entrambi gli Eserciti erano alla ricerca di una soluzione al problema centrale nel 1917: quello di riuscire a superare la guerra di logoramento ed uscire a manovrare in campo aperto: è normale che incentrando tutto sull’Uomo, molte delle soluzioni adottate si assomigliassero.  
Per ottenere i reparti d’assalto era necessario creare il combattente d’assalto
Per ottenere questo era necessario una preparazione fisica del personale estremamente accurata, accanto vi doveva essere un equivalente preparazione spirituale che doveva essere integrata ad un addestramento individuale e di reparto molto accurato, con metodi innovativi, condotto con larghezza di mezzi e con una interista fino ad allora non conosciuta. Era consequenziale che l’equipaggiamento e l’armamento non potevano non essere modificato. L’uniforme doveva lasciare la più ampia libertà di movimento, comoda, funzionale, che non doveva assolutamente pagare alcunché alle regole di estetica molto rigide in quel tempo.

Il combattente “ardito” che era scelto tra i migliori del suo reparto, gratificato con riconoscimenti particolari  addestrato in modo sempre più selettivo, sono le premesse per la soluzione ordinativa, cioè la creazione della unità d’assalto, vera specialità dell’arma di Fanteria
I reparti d’assalto
Il trattamento economico
La circolare 111660 R.S del 26 giugno 1917 del Comando Supremo autorizzava il Comandi di armata a costituire a partire dal 1 luglio unità speciali della forza di almeno una compagnia formata esclusivamente da volontari, tratti prevalentemente dia bersaglieri.
Il trattamento di questi reparti fu sanzionato con la circolare 106890  che regolava il tema degli alloggiamenti, dei turni di servizio del trattamento economico, premi distintivi da concedere. La circolare n. 21000 affrontava e regolava il tema dell’addestramento , che si imperniava su un “istruzione generale” e su “una istruzione speciale”
Uniforme
Con la circolare 117050 R.S. Equipaggiamento armamento e composizione organica dei riparti di assalto  emanata il 21 settembre 1917  si dava regolamentazione alla uniforme dei reparti. Si sanzionava l’adozione della giubba da bersagliere ciclista con bavero aperto e rovesciato su cui erano applicate le “fiamme nere” , elmetto con il fregio dell’arma di provenienza, moschetto modello 91, il pugnale, un paio di pinze tagliafili una sacca porta bombe, maschera antigas, e vanghetta erano in dotazione. Un equipaggiamento ed armamento snello e funzionale. Il fez  nero, proposto in alternativa all’elmetto. Nel fez doveva essere portato il numero del reparto in carattere romano sovrastato dalla corona reale. Gli ufficiali potevano portare il berretto grigioverde con lo stemma degli arditi in lana nera.  fu adottato con la circolare del 1 agosto 1918 “Uniforme dei reparti d’assalto”  che rappresenta il punto di arrivo di tante proposte.
 La soluzione che si andava cercando per raggiungere lo scopo fu focalizzata anche all’indomani di Caporetto, nel clima di ricostruzione, di persuasione e ferma volontà instaurato da Armando Diaz. Quello che si era seminato nella primavera dell’ estate del 1917 fu raccolto con frutti abbondanti: fu inventato attraverso ipotesi e sperimentazioni un nuovo tipo di combattente, a cui si richiedevano audacia ed iniziativa, e che si impiega non a massa o in base a schemi preordinati ma a ragion veduta, dopo un processo decisionale e di comando estremamente consequenziale, sapendo di utilizzare e spendere “personale” pregiato ed altamente motivato, di difficile sostituzione nel breve periodo.
Si cercava di rafforzare lo spirito di corpo in ogni particolare.[2]
 Questo impiego era preceduto da una preparazione minuziosa, che includeva un accurato studio preventivo del terreno e dell’obiettivo. Si arrivò al punto di simulare l’operazione su una replica per quanto possibile fedele delle posizioni da attaccare, e nel contempo coordinare i tempi con le ondate a rincalzo per affinare sempre più l’azione.
 Oggi questa metodologia appare scontata. Nel 1917 era avveniristica: non si aveva la minima cura di preparare l’ azione: si doveva andare avanti, a prescindere. Questo non perché si era ottusi, ma in quanto risultato del retaggio ottocentesco, che le nuovi armi aveva reso tragico e obsoleto.
 Più che uomini speciali, che ha sempre una connotazione di eroicità che depone male per una organizzazione efficiente e realista, uomini eccellenti, frutto di selezione, secondo la meritocratica curva di Gauss. I compiti erano particolari e difficile e quindi era normale che questi uomini eccellenti  non fossero in linea con i canoni della disciplina in vigore nel regio esercito. Ma tutto quello che è innovativo porta ad andare fuori dagli schemi e questo è sempre compensato dalla validità degli Ufficiali, che sanno tenere alla mano uomini di questa elevatura.
 Non per altro dalla file degli Ufficiali delle truppe d’assalto quali il gen. Saverio Grazioli, che può essere considerato l’ufficiale “menager” ante litteram, il col. Ottavio Zoppi, il colonnello Giuseppe Bassi e il ten. col Giovanni Messe, futuro Maresciallo d’Italia, il ten. col Lorenzo Dalmazzo e tanti altri che saranno poi l’ossatura del Corpo Ufficiali nel prosieguo della loro carriera.
Il nemico in breve conobbe l’azione dei reparti di d’assalto. Il Bollettino n. 2372 della 2aArmata intitolato “Gli arditi e la loro tattica nel giudizio e attraverso le impressioni degli ufficiali e della truppa nemica”, rileva che gli Austro-ungarici avevano preso coscienza che si era di fronte ad una nuova tattica, ad un nuovo modo di combattere fondato sulla ricerca della sorpresa, sull’urto improvviso  e violento, sull’aggiramento, dei punti forti della difesa e su una penetrazione in profondità  diretta a bloccare i rincalzi ed ogni tentativo di contrattacco.
 Impressionate fu l’impatto psicologico dell’uso del pugnale. L’immagine dell’ ardito ne esce con un alone di leggenda
 “Un qualcosa di leggendario pare che comincia a circolare presso il nemico questi nuovi reparti d’assalto che per alcuni sarebbero costituiti da “alpini” per altri da “bersaglieri” e per la maggioranza sarebbero un copro speciale di “siciliani” elemento questo che sembra rappresentare presso il nemico l’essenza del carattere meridionale, ardente, impulsivo, irruento. La maestria nell’uso del pugnale che gli arditi serrano tra i denti per avere libere le mani al getto delle bombe, forse richiama l’immagine del coltello per cui gli italiani in genere ed i meridionali in specie sono all’estero sfavorevolmente reputati e concorre ad ispirare di tali nostre truppe un salutare terrore”
Quindi sotto il profilo ordinativo, il passaggio dalla fase di sperimentazione e ricerca del “soldato ardito” con le varie procedure d’impiego ed equipaggiamento ed armamento, fu molto breve.
Nell’ottobre 1917 le truppe d’assalto stavo per essere impiegate su larga scala, quando sopraggiunse la ritirata al Piave.
Alla vigilia di Caporetto presso i Corpo d’armata erano stati co
stituiti 17 reparti d’assalto . Un quadro di situazione,il 4 ottobre 1917, da l’idea che ormai dal punto di vista ordinativo la specialità era in ascesa.
 Con  Caporetto tutto viene messo in discussione; prende piede anche l’idea di cancellare dall’ordinamento i reparti d’assalto. Sono infatti emerse delle “leggende nere” come quella che durante la ritirata i reparti d’assalto si siano abbondanti ad atti di saccheggio e violenze gratuite. Emergeva il problema della disciplina, molto spinoso, che  alimentava tante dicerie. I primi a farne le spese furono proprio i reparti d’assalto della 2a Armata al centro di troppe leggende, per i quali non si può escludere che la decisone di scioglierli e riorganizzarli in due nuovi battaglioni fosse anche suggerita dalla volontà di dare un chiaro segnale per il futuro. Era però indiscusso che le prestazioni in combattimento di tali unità erano eccellenti.

All’inizio del 1918 si hanno la costituzione delle grandi unità d’assalto e  a metà anno si trasformarono queste unità da strumento di rottura a strumento di manovra., fino al punto di valorizzare la connotazione di unità “leggera”  per trasformarle ed levarle in formazioni “mobili”, cosa questa che fu sperimentata nelle ultime fasi della battaglia di Vittorio Veneto. Questa evoluzione non si ebbe se non tra contrasti e ripensamenti. Vi era una sorta di disagio di chi intendeva la specialità una elite. Passare ad unità organiche di livello superiori significava annacquare gli approcci e le motivazioni dei puri della prima ora.
La loro eredità
Come tutte le innovazioni che vengono introdotte sulla spinta delle necessita della condotta della guerra,  che rappresentano un a spinta in avanti della Arma di provenienza, anche quella delle truppe d’assalto subì questo destino. La Fanteria, che la guerra mondiale aveva mortificato, riducendola a svolgere un compito inconcludente, a fronte di perdite insostenibili, non poteva lasciare cadere l’esperienza delle truppe d’assalto. Molto di loro fu sorbito dall’Arma, che ebbe una evoluzione positiva; conseguentemente gli “arditi” furono messi quasi in liquidazione e come tali ebbero molte ripercussioni negative. I reparti d’assalto furono rapidamente sciolti nell’immediato dopoguerra ma tutti i suoi elementi ritornarono nelle unità di fanteria di linea, elevandone il tasso di efficienza. Non si vuole entrare nelle vicende del dopoguerra che non è compito di questo convegno. Ma un dato tocca cogliere: quando una parte di un tutto viene assorbita dal tutto per migliorarne la qualità e l’efficienza, questa parte se ha a cuore i destini generali non deve opporre resistenze di sorta in nome di aspetti, appunto, di parte. Così  le truppe d’assalto: riassorbiti dalla fanteria da dove provenivano, come la carriera dei suoi Ufficiali sta a dimostrare, si devono vedere come un esperimento di guerra ottimamente riuscito sotto il profilo umano, del valore del soldato, della abnegazione, della dedizione che rimane una die fiori all’occhiello delle nostre Forze Armate e un fatto quanto mai da non dimenticare nella storia della nostra Grande Guerra. Ma se visto come strumento per superare lo stallo tattico, per superare la superiorità della difesa sull’offesa, rimane uno sperimentazione che lascia perplessi, soprattutto se messa in relazione alla paritetica sperimentazione britannica dell’uso dei carri armati.


[1] Promemoria del reparto Operazioni del Comando Supremo alla segretaria del capo di Stato maggiore dell’esercito in data 23 gennaio 1917 reparti d’assalto nell’esercito austro-ungarico
[2] Un esempio può essere fatto. Si riporta la nascita del grido e del movimento a cui si sarebbe presto accompagnato. “L’ A Noi” fu infatti prima di ogni altro reparto, il grido di guerra del XXVII. Si era nel febbraio 1918: in quei giorni il Maggiore ( che in realtà era il maggiore Luigi Freguglia, comandante del XXVII Reparto d’Assalto, cui l’esotico “Urrah” allora in uso nelle grida, scottava le labbra e provocava un senso mal celato di ripugnanza, stava ricercando coi suoi ufficiali un motto con cui lo si potesse sostituire. “Non sappiamo che farcene di questo internazionale “urrah!”. Vogliamo un motto italiano; qualcosa che racchiuda nel breve giro di uno o due parole il nostro programma di vita”. Fu un gran frugare… la vittoria spettò tuttavia Fruguglia. “ A Noi.. vi piace? Non è questo il nostro momento? A chi sarà sempre riservata la gloria e la gioia di osare l’impossibile? A Noi. Acclamazioni entusiastiche ed urla a far cadere il soffitto: A Noi!… A Noi!…. A Noi!… E canti e bottiglie, alla mensa, a decretare un trionfo. L’indomani stesso, al comando al  “presentatarm” gli Arditi gridarono per la prima volta il nuovissimo grido. Effetto sorprendente . Messii sulla via dell’innovazioni, gli Arditi non si fermarono lì. Il capitano Anchise Pomponi ebbe la felice idea di sostituire al vecchio “presentatarm” col moschetto il gesto suggestivo del pugnale che si leva balenando nel pugno serrato . La prova d’insieme della Compagnia Monte Piana entusiasmò. Freguglia inoltra senz’altro regolare domanda di autorizzazione al Comando del XXVII Carpo d’Armata. La risposta non si fece attendere: lo “A Ni!” ed il “presentatarm ardito” ebbero così il riconoscimento ufficiale. Le notizie sono tratte da C.A. Muggio, in XXVII Battaglione d’Assalto, Milano. Ed. Carnaro, 1937 a pagina 100-101.
Dal Comando di corpo d’armata la proposta sarebbe arrivata al comando d ‘armata e da qui ai vertici del Regio Esercito mentre nel frattempo questa modalità di rendere gli onori si sarebbe diffusa per imitazione, da un reparto all’altro, come suggerisce la stessa fonte. Nell’aprile il reparto si spostava a Salzano Veneto affiancandoci per poco al XIII ed all’VIII. Qui l’entusiasmo e la bellezza degli Arditi di Freguglia operarono il contagio.