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martedì 4 marzo 2014

La prima guerra afgana 1838 1842


SOLDATI  ITALIANI IN TERRE STRANIERE

Afganistan

Il profilo storico della crisi

 

La Prima Guerra Afgana 1838-1842

 

Nel 1809, si erano avuti i primi contati diretti tra Londra e il governo afghano, quando la Gran Bretagna impegnò tutte le sue forze nel Medio Oriente, dalla Persia ad Aden, al fine di contrastare da ogni parte possibile i progetti di Napoleone sull'India, aiutato dalla Russia e dalla Persia. L'accordo anglo-afghano contro la Francia prevedeva anche l'opposizione afghana a un'eventuale invasione persiana dell'India, ciò nel caso che la Persia avesse accettato di appoggiare in qualche modo la Francia, in seguito al trattato franco-persiano del 1807. Gli interessi strategici inglesi nel settore fecero costantemente oscillare la politica britannica tra l'occupazione di tutto il territorio afghano, e non dei soli monti di frontiera oltre la valle dell’Indo (che avrebbero rafforzato il confine Nord-Occidentale dell’Impero), per garantirsi completamente, o limitarsi a dominare con la propria egemonia economico-militare l'intera zona, lasciando però all'Afghanistan la propria sovranità e trattandolo sostanzialmente come uno Stato satellite. Queste incertezze britanniche perdurarono per quasi tutto il XIX secolo.

Con un altro trattato, concluso tra l’Inghilterra e la Persia nel 1814, in caso di invasione della Persia da parte di ogni altra nazione europea, l’Inghilterra avrebbe soccorso lo Shah o mediante l’invio di truppe dall’India o attraverso il pagamento di un sussidio annuale a copertura delle spese sostenute per la guerra.

 

Si trattava di un accordo oneroso, anche se era stato posto il caveat che tale impegno sarebbe venuto meno nel caso in cui l’attaccante fosse stata la Persia. Venuta meno la possibilità di una invasione francese dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, provocò inevitabilmente la perdita di influenza nei confronti della Persia ed il rapido declino dei rapporti anglo-persiani, con la inevitabile conseguenza che la Persia potesse cadere sotto l’influenza russa. La Russia era infatti l’altro avversario potente che lavorava nel Medio Oriente contro la Gran Bretagna, per scalzarne almeno in parte il dominio. E fu proprio la Russia che convinse il governo persiano, durante la fase filorussa della continua politica pendolare persiana, incerta tra la Gran Bretagna e lo zar, a invadere l'Afghanistan; ciò ebbe come immediata conseguenza l'intervento inglese[1].

 

Dost Mohamet[2] cingeva  la corona di Kabul e tenta di riunire con la forza delle armi, usando le sue doti diplomatiche e politiche e con l’aiuto della Persia e della Russia le sparse membra dell’Afghanistan. Per raggiungere i suoi fini l’Inghilterra decise di sbalzarlo dal trono e di porvi in sua vece Shah Soojah, rampollo della dinastia decaduta e precedente governatore di Kabul dal 1803 al 1809.

 

Nella dichiarazione di guerra dell’Inghilterra all’Afghanistan si legge: “Dost Mohamet ha mostrato chiaramente con il suo contegno che gli interessi dell’impero indiano corrono pericolo fino a che Kabul rimane in suo potere. Noi facciamo la guerra l Kabul per allontanarne un capo troppo intelligente”.  La logica che sottende alla I guerra afgana è semplice. poichè la Persia era governata da una leaderschip filo-russo, l’Inghilterra voleva instaurare in Afghanistan un re filo-britannico al fine di prevenire che la Russia divenisse la potenza dominante nell’area e che minacciasse la frontiera Nord-Occidentale dell’Impero Britannico.

 

I due obiettivi di Lord Auckland[3], nella temeraria impresa afghana, erano pertanto due:

. sollevare l’assedio persiano di Herat (obiettivo più pressante e per il quale il tempo era un fattore critico);

. la salita di Shah Soojah sul trono afghano.

 

Il piano operativo di Lord Auckland prese corpo all’inizio dell’estate del 1838, quando concluse un accordo tra il governo anglo-indiano, Runjeet Singh e Shah Soojah, lo stesso Sahh Soojah che con una forza comandata dall’esercito indiano e pagato con denaro britannico (nonché con il supporto del Maraja del Punjab) aveva tentato di riprendere il trono di Kabul.

 

Qualunque azione dell’esercito anglo-indiano doveva, secondo le abitudini del tempo, essere giustificata con un manifesto e quindi per giustificare il suo piano Lord Aucland, rilasciò il manifesto di Simla (la capitale del regno britannico in India) il 1°ottobre 1838 spiegando le ragioni per l’intervento inglese in Afghanistan. Nel manifesto si stabiliva che al fine di assicurare il benessere e la sicurezza dell’India, i Britannici avrebbero dovuto avere sicurezza alla frontiera occidentale.

L’ambiente Operativo

La guerra si svolse  Nord Est dell’Afganistan Paese. L’ambiente operativo è delimitato ad ovest dalla città di Kabul e ad est da quella di Jalalabad. Si tratta di una striscia di terreno che collega le due città, compresa tra il 34° ed il 35° parallelo Nord. Un’unica strada sormontata da montagne alte e scoscese attraversava il passo di Khoord-Cabool per arrivare  alla città di Jalalabad.

Meritano un cenno le caratteristiche antropomorfiche. Nell’area in cui si svolsero i combattimenti non esistevano città o agglomerati stabili. I guerrieri afgani vivevano in modo non stanziale in accampamenti posti tra le montagne. In generale, la popolazione dell’Afghanistan era suddivisa in grandi clan tribali, i Durrani, i Ghilzai, i Barakzai, a loro volta suddivisi in innumerevoli sotto clan ciascuno con i propri usi e costumi. Spesso i clan erano in lotta tra di loro ma la loro inimicizia poteva trasformarsi in alleanza secondo le modalità proprie delle società tribali. Gli Afghani nel loro complesso avevano una quasi naturale predisposizione a cercare e a trovare nel combattimento la soluzione di tutti i problemi. Per questo motivo una tradizione consolidata già ai primi dell’Ottocento “li presentava come di animo estremamente mutevole, pronti a trasformarsi in bande assai temibili di traditori e assassini”1. Tuttavia, alla fine del 1841 Mohammed Akbar, figlio del re deposto dagli Inglesi, Dost, aveva coagulato intorno alla sua persona un vasto movimento antibritannico trasversale ai vari clan tribali.

I piani operativi e le forze in campo e la loro dislocazione iniziale

L’intera operazione dei britannici si caratterizzò per la mancanza di qualsiasi piano. Militari e civili marciarono su un’unica colonna lunga una quindicina di chilometri. Nelle fila dell’esercito la disciplina e l’ordine non esistevano più. Del resto il presupposto operativo assunto dal generale Elphinstone era che i ribelli avrebbero consentito la ritirata, come promesso dal loro capo Akbar. Nessun piano fu adottato neppure quando fu chiaro, dopo i primi attacchi, che la promessa non sarebbe stata mantenuta.  La tattica dei ribelli fu invece chiara: l’annientamento dell’intera colonna britannica. Ciò che invece non siamo in grado di stabilire è se tale tattica fosse stata pianificata da Akbar o se invece scaturì dalla mancanza di un pieno controllo del capo su tutte le componenti del suo esercito. Una serie di indizi che si concretizzano nell’alternarsi “randomico” nel corso della ritirata di feroci e gratuite esecuzioni di civili e militari e il trattamento “umano” di prigionieri fanno propendere per questa seconda ipotesi cioè per un non completo controllo da parte del capo in ogni circostanza del comportamento delle truppe.

L’Esercito anglo-indiano.  All’atto del superamento dell’Indo, il 20 febbraio 1839, l’esercito britannico era composto da circa 25.000 uomini operativi (14.000 costituivano il contingente bengalese al comando di Sir Harry Fane, 6.000 le forze rapidamente reclutate dallo Shah Soojah e 5.000 la forza messa a disposizione dalla presidenza di Bombay) al comando dell’esercito di Bombay, il generale Sir. John Keane, con un seguito di oltre 40.000 persone.

L’Esercito afgano. Il numero dei combattenti è indeterminato. E’ stato stimato in circa 30.000 unità con un rapporto di 6 a 1 rispetto ai britannici. Alla loro testa, come già detto, Mohammed Akbar.

 

Gli avvenimenti

La guerra può essere articolata  in tre fasi: la conquista del territorio afgano da parte inglese; la non capacita inglese di controllare il territorio conseguente alla ribellione afgana; la ritirata del contingente inglese verso l’India

La conquista del territorio afgano. La guerra all’Afghanistan fu dichiarata nell’ottobre del 1938, ma solo nei primi dell’anno 1939 si entrò effettivamente in campagna. Sotto il comando di Sir John Keane il 20 febbraio 1839, l'esercito britannico passò l'Indo. Era composto di circa 12.000 soldati, con un seguito di oltre 40.000 persone, oltre alle nuove truppe di Soojah Shah. In marzo fu attraversato il passo di  Bolan. Il 25 aprile entrò a Candahar. Verso la metà del 1939 fu presa la città di Sudza che, in nome della Gran Bretagna, assunse il trono dell’Afghanistan. Ghazni, la roccaforte inespugnabile dell'Afghanistan, fu assediata e conquistata il 22 luglio 1939. Dopo questa disfatta l'esercito raccolto da Dost Muhammad si sbandò immediatamente, e il 6 agosto si aprirono anche le porte di Kabul. La conquista dell'Afghanistan sembrava compiuta, e così Sir John Keane pensò di far rientrare gran parte delle truppe in India. Quando tutto sembrava ormai acquisito inizio una fase che si rilevò poi fallimentare

 

Gli afghani non erano affatto contenti di essere governati dai Feringhee Kaffirs (infedeli europei) e nel corso di tutto il 1840 e del 1841 le insurrezioni si susseguirono in ogni parte del paese. Fu vano ogni ammonimento dei militari e dei rappresentanti politici inglesi; la situazione fu ampiamente sottovalutata. L'occupazione dell'Afghanistan costava alle casse indiane 1.250.000 sterline all'anno. Essendo stato informato dell'impossibilità di proseguire su questi livelli di spesa, Macnaghten tentò di arginare le uscite, ma l'unico modo praticabile sarebbe stato quello di tagliare gli appannaggi dei capi locali. Il giorno stesso in cui il tentativo fu messo in atto i capi ordirono una congiura diretta allo sterminio dei britannici e, di conseguenza, fu proprio Macnaghten a causare la concentrazione delle forze insurrezionali che fino ad allora avevano lottato isolatamente, senza unità né accordo, contro gli invasori. A Kabul gli inglesi, al comando del generale  da Elphinstone, un anziano generale gottoso, irresoluto e molto confuso, i cui ordini erano perennemente in contraddizione l'uno con l'altro. La neve cominciò a cadere, le provviste scarseggiavano. Si decise di rientrare, data la situazione, in India. Il 1° gennaio si giunse alla decisione definitiva

 

Tutto il denaro, 190.000 sterline, doveva essere consegnato agli afghani, oltre a 140.000 sterline in promesse sottoscritte di pagamento. Il 5 gennaio gli inglesi si misero in marcia con 4.500 soldati e un seguito di 12.000 persone; una marcia durante la quale sparirono anche gli ultimi residui di ordine, con militari e civili che si confondevano in maniera irreparabile rendendo impossibile qualsiasi tipo di resistenza.

 

I capi che avevano firmato la capitolazione non potevano né volevano tenere sotto controllo le tribù montane. Il passo di Kurd-Kabul divenne così la tomba di quasi tutta la colonna dell'esercito britannico.

 

Sull’impostazione, lo sviluppo ed i risultati delle operazioni della prima guerra afgana si possono fare delle considerazioni che possno essere di utilità anche oggi.

La fase iniziale di invasione del territorio afghano da parte delle forze militari britanniche fu efficace. Dall’inizio delle operazioni alla capitolazione di Kabul trascorsero sette mesi, cioè da febbraio ad agosto del 1839, con un dispendio contenuto di risorse.

Fu invece pesantemente sottovalutata la fase di governo britannico del territorio afghano, periodo in cui i governanti non seppero capire la cultura e le modalità di governo tribale della popolazione locale. I britannici non capirono quali erano i punti di forza e soprattutto di debolezza afghani, cioè la loro divisione in fazioni contrapposte. Fu inoltre sottovalutato dalla componente politica britannica il pericolo di una insurrezione popolare afghana reso probabile dalla crescente insoddisfazione popolare. La componente militare britannica percepì il pericolo di insurrezioni ma non fu ascoltata dai politici. Dopo la presa di Kabul la maggior parte del contingente militare britannico presente in Afghanistan fu così fatto rientrare in India. 

La fase di ritirata fu un altro punto negativo nell’organizzazione delle operazioni da parte dei britannici che subirono pesantissime perdite, morì la maggiore parte del contingente. I comandanti non seppero mantenere l’ordine del contingente, sottovalutarono pesantemente l’aspetto climatico della regione che si apprestavano ad attraversare, esponendo il personale al freddo ed alle asperità del periodo invernale. La ritirata avvenne apparentemente senza una pianificazione e strategia capace di affrontare e gestire le minacce prevedibili. 

Questa guerra rileva che l’Afganistan è facile conquistarlo e raggiungere Kabul, ma è difficile riuscire a mantenere sotto il proprio controllo.
 
La via più diretta per raggiungere l’Afghanistan sarebbe stata attraverso la valle del Punjab e poi per il passo del Peshawur (ma gl inglesi non hanno usato questa); base di operazione sarebbe stata la regione del Sindh, attraversata dall’Indo, le cui popolazioni erano fiaccate ed i loro principi discordi; centro d’approvvigionamento e perno di manovra era Schicarpur (India meridionale), linea d’operazione era la strada che, attraverso il passo di Bolan nel Beluchistan, portava a Quetta e dal passo di Codsha portava a Qandahar. Contemporaneamente una colonna leggera composta di 5000 indiani da Peschavar, attraverso il passo di Cheiber doveva marciare contro Cabul sotto gli ordini del generale Wade. Lord Auckland non comunicò al Maharaja Runjeet Singh (primo Maharaja dell’Impero Sikh) che le truppe anglo-indiane britanniche sarebbero passate per i suoi territori, pensando che lo stesso  avrebbe acconsentito al loro passaggio in virtù della presenza dello Shah Soojah e che avrebbe addirittura costituito una forza di riserva a Peshawur. La strada individuata per raggiungere Heart prevedeva di passare dal punto in cui il fiume Indo ed il Sutlej (foto a sinistra) si incontravano, per poi attraversare Roree, Sukkur, Scinde, la provincia del Belooch, quindi i passi del Bolan e del Kojuk, per arrivare a Qandahar, Ghuznee e Cabul.  Si trattava di una linea di circuitazione estremamente lunga, piena di difficoltà e svantaggiosa sia dal punto dei rifornimenti che delle comunicazioni. Sulla strada il contingente a capo del Gen. Cotton, si sarebbe dovuto unire con la Bombay Force, distante 800 miglia da Ferozepore. Delle 850 miglia che separavano il contingente da Qandahar, la prima metà non presentava grosse difficoltà, mentre dal passo del Sukkur in poi il terreno diventava inospitale ed irregolare. In effetti, non ci voleva una grossa conoscenza militare per capire che da Ferozepore fino all’Indo, il contingente sarebbe stato alla mercè dei Sikhs e per comprendere che un serio arresto sui passi o subito dopo avrebbe portato ad una inesorabile sconfitta.

 
Composizione esercito anglo-indiano 1^ guerra 1838: nell’autunno del 1838, l’Inghilterra aveva potuto mettere insieme un esercito di circa 25.000 uomini operativi (14.000 costituivano il contingente bengalese al comando di Sir Harry Fane, 6.000 le forze rapidamente reclutate dallo Shah Soojah e 5.000 la forza messa a disposizione dalla presidenza di Bombay) al comando del Commander-in-chief dell’esercito di Bombay, il generale Sir. John Keane, pronti per marciare attraverso i monti dell’Afghanistan (alla stazione di frontiera di Ferozepore) ed una folla di servi che toccava il doppio della forza combattente.
 
 
Contatti: Massimo Coltrinari: ricerca23@libero.it

 

 

 


 

 

 
Composizione esercito anglo-indiano 1^ guerra 1838: nell’a


[1] Allegato A – NOTE 1^ guerra, nota 5.
[2] Amir Dost Mohamad Khan: Governatore di Kabul dal 1826 al 1863 ( ad esclusione dei tre anni dell’occupazione britannica). Arresosi ai britannici nell’assedio a Kabul, fu inviato come prigioniero in India, per poi ritornare sul trono di Kabul una volta che il figlio Sardar Mohammad Akbar Khan sconfisse gli inglesi. Consolidato il suo potere conquistò Candahar nel 1855 ed Herat nel 1863.  L’altra figura di spicco afgana in questa guerra fu Wazir Mohammad Akbar Khan; figlio di Amir Dost Mmohammed Khan, ricondusse gli afghani alla conquista di Kabul e vi fece rientrare il padre come governatore. Ricostruì un impero simile a quello di Ahmad Shah Abdali. Tutt’oggi viene visto come uno dei più grandi eroi afghani. La leggenda narra che fu avvelenato dal padre all’età di 29 anni.
 
 
[3] Sir Frederick Lord Auckland:  sebbene non fosse un capo militare, era colui che poteva decidere l’impiego delle forze britanniche. Dopo aver studiato ad Eaton e ad Oxford nominato primo ammiraglio, divenne Governatore generale dell’India dal 1836-1842. Dopo la rovinosa fine della campagna afghana, gli succedette Lord Ellenborough. Altre figure di spicco inglesi erano William Hay Macnaghten , capo missione a Kabul, John Keane, comandante del corpo di spedizione anglo indiano e William Elphinstone, Comandante del contingente inglese di presidio a Kabul
 
 

domenica 23 febbraio 2014

Sbarco di Anzio. Aprilia


La Associazione "Un ricordo per la pace" presieduta da Elisa Bonacini ha portato a termine con successo ricerche storiche che hanno stabilito l'esatto punto in cui cadde il padre di Roger Waters, Eric Fletcher Waters. Alcuni dati di queste ricerche, sviluppate per lo studio delle operazioni sulla costa pontina nel gennaio 1944, sono riportati in questo blog, come pure su: www.corpoitalianodiliberazione.blogspot.com, a cui si rimanda per approfondimenti

lunedì 17 febbraio 2014

Lezioni. Anno 2014 Titolazione generale


La strategia del debole verso il forte. 
La Guerriglia ed il Terrorismo



1. Introduzione alla Storia Militare. Il Metodo Storico
2. La Guerriglia oggi. e la nascita dello SM.  L'inizio della  elaborazione teoretica della Guerriglia
3. La Guerrgilia oggi ed i precedenti nella prima meta dell'ottocento
4. La Guerriglia oggi ed i precedenti nella prima meta del secolo breve
5. La Guerriglia oggi e la terorizzazione della Guerrigilia alla Vigialia della II Guerra Mondiale
6. La Guerriglia oggi ed i precedenti nella seconda metà del secolo breve
7. La Guerrgilia oggi e la storicizzazione. 


Truppe Germaniche impegnate in azioni antiguerriglia nella seconda guerra mondiale . Anno 1943.

per contatti: ricerca23@libero.it

martedì 11 febbraio 2014

Angelo Ottaviani. Diaro

Ricordi dell'Impresa Africana" 1935-1936

(prefazione al Diario pubblicato su "Antiquaviva" Quaderni di Studi e Ricerche Ottobre 2013 Anno XV n.4)

L’impresa d’Etiopia rappresenta il culmine del consenso che il popolo italiano accordò al Fascismo nel suo arco ventennale di governo. La proclamazione dell’Impero, nel maggio 1936, rappresenta il successo a tutto tondo del movimento fascista, sottolineato dalle due adunate oceaniche, quella del 5 maggio 1936, quando Mussolini, come Capo del Governo e Duce del Fascismo, si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, annunciando al popolo italiano la vittoria etiopica, con la famosa frase “Il Maresciallo Badoglio telegrafa: oggi alle 17, 15, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Adis Abeba”, e quella del 9 maggio, quando richiamò sotto il balcone ancora il popolo italiano, proclamando la ricostruzione dell’Impero, ricollegandosi in modo molto ardito, all’Impero dei Cesari.

L’impresa di Etiopia non era iniziata bene nel 1935. Il ricordo delle sconfitte di Dogali e di Adua aleggiava su tutto. Gli abissini di Menelik avevano dimostrato con queste vittorie a tutti gli Africani che l’uomo bianco poteva essere sconfitto e non era invincibile. L’Italia, agli inizi del novecento, fu l’unica potenza europea che dovette soprassedere alla sua espansione coloniale. Nel 1935 questo progetto fu ripreso, soprattutto per dare uno sfogo alla nostra emigrazione, non essendo la sola Libia sufficiente ad accoglierla.  Mussolini, che vedeva nella guerra d’Etiopia un banco di prova del regime, non esitò a sostituire De Bono, inizialmente al comando delle truppe in Etiopia,  con il più determinato Maresciallo Badoglio; e non esitò a mettere a disposizione ogni sorta di materiale, in armi e munizioni ed inviando tutti gli uomini necessari. Questa disponibilità, e per la prima volta le Forze Armate Italiane combatterono una guerra in abbondanza di mezzi, rappresenta una delle cause della nostra sconfitta nel 1940-1943. Entrammo in guerra nel 1940 contro le potenze mondiali, Francia ed Inghilterra, con scarse riserve sia finanziarie che materiali, ulteriormente depauperate anche dalla guerra di Spagna e d’Albania. Tutto quello che impiegammo nel 1935-1939 sarebbe stato utile nella Guerra Mondiale, come del resto fece la Germania, che tranne una fugace e sperimentale presenza in Spagna con la Legione Condor tenne entro i confini le sue forze armate.
In Etiopia, in ogni caso, le cose andarono bene. Il Maresciallo Badoglio, coordinandosi con le forze di Graziani operanti dalla Somalia, da ottobre 1935 a maggio 1936, partendo dall’Eritrea, lanciò una serie di offensive, punteggiate da battaglie come quella dell’Amba Aradam, del lago Tana, dell’Ascianghi, che a maggio lo portarono ad entrare in Adis Abeba. Ma Badoglio sapeva che con l’entrare nella capitale nemica, come ampiamente dimostrato dalla Storia, vedi Napoleone che nel 1812 entra a Mosca, la guerra non era finita. Infatti non era stato distrutto il grosso dell’Esercito etiope. Occorrevano altre operazioni, che in parte ci furono, ma non sufficienti al conseguimento di quello che oggi chiamiamo l’”end state”. Cioè la vittoria, il conseguimento dell’obiettivo primario. L’Etiopia nel maggio 1936 era stata occupata ma non conquistata. Era una verità che i clamori dei festeggiamenti mise in secondo piano, ma che poi negli anni seguenti pagammo duramente. Badoglio, conscio di questo, iniziò a far rimpatriare quelle truppe che dovevano essere impiegate per distruggere definitivamente l’avversario, come se la vittoria fosse stata conseguita. Rimpatriò lui stesso, carico di gloria e di bottino, lasciando il comando al Maresciallo Graziani, il suo concorrente ai posti principali e di vertice delle Forze Armate Italiane. E Graziani dovette affrontare una snervante quanto sempre più virulente guerriglia che ebbe il suo apice nell’attentato proprio a Graziani stesso nel 1937. Nei quattro anni che seguirono tutte le nostre risorse in colonia furono assorbite da questa guerriglia; purtroppo al momento della dichiarazione di guerra del giugno 1940 la sorte dell’Impero era segnata. Impossibilitato ad essere soccorso dalla madrepatria, in quanto il nemico controllava il Canale di Suez, con scarse risorse disponibili, non aveva i mezzi per nessuna iniziativa strategica (come l’attacco al Sudan su Karthum che avrebbe minacciato nel prosieguo L’Egitto e Suez collegandosi con le forze operanti in Libia); fu solo una difesa, ammantata di valore, ma senza speranza.  Nel maggio del 1941 le forze inglesi ebbero facile gioco a conquistare l’Etiopia, appoggiate dalle forze etiopi, padroni del territorio. Se si può fare una similitudine con i tempi nostri, tranne l’ultimo segmento, la nostra vicenda in Etiopia e simile all’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e in Afganistan, subito dopo. Conseguita con relativa facilità, data la grande abbondanza e disponibilità di mezzi e materiali, l’occupazione  dell’ Iraq, le forze statunitensi non riuscirono, per effetto della guerriglia in essere, a conquistare l’Iraq stesso, ritirandosi dopo anni di attentati ed attacchi indiscriminati. In Afganistan lo stesso. Ed in questo paese anche la URSS fallì, occupando il territorio ma non conquistandolo, nel decennio 1979-1989. Ed il fallimento in Afganistan può essere considerano non uno degli ultimi motivi per cui la stessa Urss implose. Stati Uniti e URSS non studiarono a fondo e non trassero lezioni dalla nostra guerra in Etiopia del 1935-1936.

Il Diario di Angelo Ottaviani riverbera, con gli occhi di una Camicia Nera, gli avvenimenti sopra descritti, nel ruolo di gregario, di volontario che lascia la sua casa per libera scelta, per partecipare agli avvenimenti in cui la Patria è impegnata. Occorre porre una riflessione su questo aspetto volontario. Il nostro Risorgimento in cui si compì l’unità della nazione, nell’arco di tempo che va dal 1848 al 1870, con la I Guerra mondiale che rappresenta il suo naturale completamento, è stato caratterizzato dal fenomeno del volontariato. Non occorre fare tanti esempi, elencando tutti i corpi volontari del 1848 e del 1849; basta citare la Spedizione dei Mille ed il nome di Giuseppe Garibaldi per avere una dimensione della entità del fenomeno. Nel maggio del 1915 ci fu una gara ad arruolarsi, “ad avere un posto alla frontiere per combattere il nemico ereditario” come allora la nostra propaganda sottolineava. Nella guerra del 1936 vi fu lo stesso entusiasmo di popolo, ancorché incanalato dalla organizzazioni del Partito Nazionale Fascista e  recepito e raccolto nella istituzione voluta da Benito Mussolini e fondata il 1 febbraio 1923 che va sotto il nome di Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Questa Milizia, che doveva rappresentare il fascismo in armi ed in guerra, con afflusso dei volontari, da vita a Divisioni Camicie Nere (Divisioni CCNN) organicamente costituite appositamente per l’esigenza etiopica. Un volontariato che ha base regionale se non locale, infatti Ottaviani la scia Nepi con 19 suoi compagni, e fortemente ideologizzato. Un fenomeno che si può quasi dire di massa che si manifestò nel 1936, ma che non si manifestò nel maggio-giugno 1940 al momento della dichiarazione di guerra. Una contraddizione che qui non vi è lo spazio per approfondire, rimando alla monumentale biografia che Renzo de Felice ha scritto su Mussolini, e quindi sul fenomeno fascista, ma che anticipa i sintomi di quella disgregazione morale e di motivazione che poi avremo in misura sempre crescente per tutti i 39 mesi della guerra mondiale.
In Etiopia l’entusiasmo e la motivazione non viene meno, come emerge dalle pagine del Diario. Dalla concentrazione per esercitazioni nell’area a ridosso del porto di imbarco, Napoli, alla partenza, ove il saluto del Principe Ereditario rappresenta quella adesione di casa Savoia al Fascismo inequivocabile, al viaggio, che tutto sommato è tranquillo, pur passando in acque ostili, controllate dalla Gran Bretagna, l’impresa sembra più una grande manifestazione di popolo che una vera guerra. Anche l’impatto con l’ambiente operativo è  positivo: riga dopo riga traspare la fiducia nei Capi, nell’esito finale, nel senso di essere partecipe di giorni che saranno ricordati. La descrizione delle manovre per le varie battaglie sono recepite come elementi che punteggiano la giornata, la progressione verso esiti positivi, dati quasi per scontati, con la descrizione del nemico visto come “massa”, che, nonostante tutti gli sforzi che fa, deve battere in ritirata e darsi a precipitosa fuga. Colpisce come Ottaviani ripete, in modo quasi costante, la sua ammirazione per l’azione dell’aviazione, l’arma “fascistissima” che ha la prima occasione di dimostrare tutta la sua potenzialità. Sono fresche nella memoria degli Italiani le imprese Mediterranee ed Oceaniche di Italo Balbo, le transvolate che posero al centro dell’attenzione di tutto il mondo l’Arma Azzurra che in quegli anni era veramente di riferimento per tutte le aereonautiche, alla ricerca di uno sviluppo in cui ancora ci si discuteva tra il più leggero, il dirigibile, e il più pesante, l’aereo, dell’aria. Ottaviani nel suo diario sottolinea l’azione  dei nostri aerei, che colpiscono il nemico oltre le sue linee, in profondità. Non vi è cenno all’uso dei gas, che tanta simpatia del resto del mondo ci costò, e che a posteriori si rilevò un arma non definitiva, ma che fu una delle molle che compattò la resistenza etiopica, che poi pagammo molto cara.
Un altro aspetto da sottolineare sono le descrizioni non guerresche, che si intervallano nel Diario. La vita sulle ambe, la popolazione, le condizioni geografiche, di vita ed umane. I luoghi storici delle nostre precedenti azioni (Adua, Macallè, Forte Galliano, il cippo Toselli)) sono ricordati ma non commentati, quasi a voler sottolineare che sono ricordi in cui gli Etiopi risultano essere vincitori, l’esatto contrario di quello che lui in quel momento sta vivendo. Infine una nota particolare: l’accenno ai Caduti. Riverente, serio, onesto e di tutto rispetto, ma accettato come una cosa ineluttabile. Oggi le nostre missioni di pace vengono vissute e gestite con costi di vite umane a costo zero; quando, per fatalità o per azione avversa, un nostro Soldato cade, si ferma la Nazione. Un diverso impatto dettato dal diverso sentimento nazionale. Allora, i nostri Padri avevano per i Caduti in guerra, a livello emotivo generale, lo stesso atteggiamento che oggi noi abbiamo per le vittime degli incidenti della strada; una necessità, accettata con fatalismo e rassegnazione; i nostri Padri aggiungevano una forte componente di virilità.
Il Diario si chiude con la descrizione della fine della campagna, vista da lontano ed il rimpatrio, vissuto tutto senza trionfalismi. Molto significativo in quando si manifesta in questo atteggiamento il senso della scelta, il senso di appartenenza, il senso del dovere compiuto, il lavoro ben fatto, e l’essere soldati, l’orgoglio di avere dato tutto alla Patria, con tutto quello che significa. 
Un Diario che, pur nella sua dimensione, vale la pena di riproporre a tutti, non solo alla nuove generazioni, ma anche a quelle più o meno anziane, per un esempio di come si devono educare i figli, per come si deve vivere il senso di appartenenza, il vivere affrontando sacrifici e privazioni, per un bene superiore comune, che, nell’orizzonte che vediamo tutti i giorni, sembrano parole non solo sbiadite ma a molti incomprensibili.


Massimo Coltrinari,

lunedì 3 febbraio 2014

Equipaggiamenti La Storia della Gavetta

              
                                     
Il termine Gavetta (o Gamella che sono sinonimi) è tradizionalmente fatto risalire alla lingua latina con significato di “scodella”.
Gavetta deriverebbe dal termine “Gabata”, che a Roma antica aveva una connotazione di origine straniera, mentre Gamella da “Camella”, probabilmente con chiaro riferimento alla gobba del cammello che nella sua forma ricorda quella di un recipiente rovesciato.
Il termine Gavetta e di più Gamella, nei secoli rinascimentali era legato più al mondo marinaro che a quello delle truppe di terraferma. Infatti a bordo delle galee e delle navi in genere veniva così denominata la grossa scodella in cui consumavano il pasto un gruppo di uomini, in genere sette. Il termine si istituzionalizzò al punto che con gavetta si indicava un gruppo di sette marinai ammessi al rancio.
Ancora un legame con la tradizione marinara del termine Gavetta. Nel linguaggio architettonico si definisce “volta a gavetta” quella ottenuta intersecando una volta a padiglione con un piano orizzontale: si ottiene così una figura che ricorda la chiglia di un certo tipo di imbarcazioni. La volta a gavetta viene detta anche “volta a schifo” ed il termine “schifo”indicava nell’antica costruzione navale una imbarcazione adibita al servizio di una nave maggiore. Considerando che “schifo” viene fatto derivare dal longobardo SKIF e che nella lingua inglese SKIFF sta a definire una leggera imbarcazione a remi o a vela, si può collocare il termine Gavetta, nella sua primitiva adozione, alle forme navali antiche o di modello particolare. Un ultima annotazione: se si rovescia la volta a gavetta, si legge una forma di contenitore che da una parte ricorda un natante, dall’altra si avvicina in modo particolare a quell’utensile che nella tradizione umbra viene chiamato “capestio” e che quella marchigiana chiama “scodella”.

L’Introduzione dell’uso della Gavetta nelle formazioni militari di terra.
L’uso della gavetta come contenitore di cibo e strumento per la confezione del rancio (pasto) è strettamente legato alla tecnica di gestione delle sussistenze nel quadro storico dell’organizzazione logistica  dell’Esercito.
Fino al periodo napoleonico ogni soldato doveva provvedere da se alla confezione del proprio rancio, spesso ricorrendo a soluzioni tutt’altro che accettabili come taverne,  cucinerei improvvisate ecc.. Si iniziò a sentire l’esigenza di uno strumento come la Gavetta nel momento in cui, passata l’era Napoleonica si istituzionalizzarono le prime caserme, ovvero edifici funzionalmente concepiti su criteri esclusivamente militari.
Nel clima della restaurazione, l’espeerienza napoleonica in seno agli eserciti non poteva essere ignorata. Furono emanate tutta una serie di disposizioni intese a rendere la struttura militare quanto mai omogenea sulla base dell’ordinamento e dele capacità operative specifiche dei corpi. Non possiamo portare ad esempio i vari eserciti europei o quelli pre unitari in quanto sarebbe troppo dispersivo. Prendiamo a modello l’esercito sardo, che poi nel 1861 diverrà l’Esercito Italiano. 
Nell’ambito della Intendenza Generale di Guerra, creata il 19 novembre 1816 su trasformazione del settecentesco Ufficio Generale del Soldo, in cui si trattavano tutte quelle funzoni  che oggi sono assolte dal Corpo di Amministrazione e Commissariato incentrate sulla logistica dell’uomo,  furono emanate via via regolamenti che resero la struttura militare più omogenea.
Nel Regio Editto Penale Militare del 1822 furono codificati gli oggetti personali del corredo del soldato in cui figurava un “gamellino” in cui la forma e la capacità non venivano indicate.
Il termine Gavetta appare per la prima volta nei nostri ordinamenti nel 1833. Da quella data le nostre truppe ebbero in dotazioni i modelli di gavetta così come indicato
-                       Gavetta modello 1833
-                       Gavetta modello 1835
-                       Gavetta modello 1872
-                       Gavetta modello 1930 grande
-                       Gavetta modello 1930 piccola

Il Modello 1833
Il regolamento del 1833 definisce sia i materiale che il modello della Gavetta, destinata ai “bassi ufficiali” ed ai soldati.
E’ in ferro battuto, di forma cilindrica, proposta in due versioni una per la cavalleria, (peso 14/16 once circa 450 gr., larghezza 155 mm altezza 89 mm)ed una più bassa e più larga ma della stessa capienza,( peso 15 once circa 450 gr., larghezza 175, altezza 57 mm. ) per la fanteria. LA capacità di questo modello era 1 pinta equivalente a 1,369 litri.

Il Modello 1835

L’adozione del modello 1833 non rese soddisfatti e subito furono proposte modifiche che, acquisite, diede vita al modello 1835, modello che nelle sue forme sostanziali rimarrà in vigore fino ai nostri giorni.
Il Regio Biglietto  pubblicato sul Giornale Militare il 11 Agosto 1835 stabiliva, art. 2:
la forma: doveva essere semicircolare con angoli mistilinei smorzati ad arco; il fondo esterno leggermente convesso, larga 200 mm, alta 150, il coperchio 38 mm.
è di  latta forte detta doppia, il peso sempre di 450 gr.
composta da due parti distinte, il corpo ed il fondo tenute insieme da una saldatura a lamina rivoltata sicchè possa reggere al fuoco
riporta un manico collegato alle estremita per il trasporto
Questo tipo di gavetta è veramente rivoluzionario, procurando vantaggi consistenti.
Dotata di un manico ne agevola il trasporto, anche in caso di completo riempimento; la superficie piana aderiva allo zaino, mentre quella convessa era più resistente agli urti; i liquidi contenuti, essendo a sviluppo verticale, erano più controllabili; aveva una sua indubbia “manualità”.
Il modello fu distribuito solo alla fanteria ed agli zappatori del genio, mentre la Cavalleria continuava ad avere la gavetta del modello precedente, era costruito con la lamiera detta “ a bandone”. Nel 1837 fu distribuita all’artiglieria. La cavalleria continuò ad usare il vecchio 1833 modello fino al 1855, alla vigilia della spedizione in Crimea.

Il modello 1872
All’indomani della Presa di Roma, nel fervore delle riforme volute dal generale Ricotti Magnani con circolare 124 nota 10 pubblicata sul Giornale Militare 24 giugno 1872 fu adottata un nuovo tipo di gavetta che, memori delle esperienze della guerra al brigantaggio, doveva portare delle novità nella confezione del rancio. Il nuovo modello era in lamiera ed era tale da potervi confezionare il rancio per tre uomini o il caffè per sei. Di questo modello vennero forniti tutti i dettagli tecnici, nella forma ricalcava sostanzialmente il modello precedente, mentre la capacita passava da 1,350 litri a 1,5.
La novità era costituita dal manico recante uno snodo al centro che permetteva al manico stesso di adattarsi alla forma convessa della gavetta quando la si applicava allo zaino. Una piastrina di ottone rivettata a destra del passante metallico del coperchio recava per ponzunatura il cognome del soldato a cui apparteneva, che nel 1887 fu sostituito da una lettera dell’alfabeto e da  un numero da 1 a 999. Fu distribuita alla fanteria, mentre la cavalleria continua ad avere il precedente modello
Il modello 1872 rimase in uso alla Fanteria fino al 1882 anno in cui si torno al precedente modello, senza specificarne le ragioni
Nel 1896 si adottò, tranne che per gli alpini e l’artiglieria da montagna un tipo di gavetta più piccolo per tutte le armi.


Il modello 1930 grande Il modello 1930 piccola

Negli anni trenta la gavetta fu completamente riprogettata, ad oltre un secolo dalla sua comparsa, con materiali tecniche di lavorazioni e particolari nuovi. Si tratto di una seconda rivoluzione nella storia dell’oggetto di equipaggiamento che venne realizzato in lamiera d’alluminio che produceva la forma per stampaggio. Si hanno due vantaggi: l’alluminio era un metallo decisamente più leggero degli altri fino ad allora usati; la tecnica di lavorazione e stampaggio portava alla realizzazione di un elemento compiuto senza ricorrere alle saldature. Gli occhielli di fissaggio del manico erano ottenuti per fusione sempre di alluminio ed applicati al corpo della gavetta con dei ribattini dello stesso metallo.
Un altro aspetto innovativo fu l’attenzione dedicata al coperchio che fu dotato di un comodissimo manico incernierato sulla parte piana in modo tale da potersi ripiegare sull’interno del coperchio stesso. Si sanciva così l’utilità di quello che veniva chiamato comunemente coperchio ma che in realtà diveniva definitivamente ad essere un proprio contenitore utensile con uso specifico, forse mai regolamenta ufficialmente, ma inventato di volta in volta dalla fantasia del soldato stimolata dalle situazioni contingenti.
I modelli di gavetta del 1930 sono in tutto conformi a quelli attualmente in dotazione; le uniche differenze consistono nell’essenza, nel modello attuale, dei passanti metallici per le cinghie di fissaggio e nell’aggiunta di un bottone in alluminio sul coperchio sul lato opposto al manico. Da notare che aggiungendo un altro coperchio con il manico ed il bottone in posizione invertita rispetto al coperchio superiore il manico di ogni coperchio va a fermarsi sul bottone del coperchio opposto in modo da realizzare una solida chiusura dell’oggetto così composto.

(Massimo coltrinari. ricerca23@libero.it) 

lunedì 27 gennaio 2014

Boyd: il suo pensiero. Se ne discute alla Casa dell'Aviatore

Le finalità più importanti e la stessa ragion d’essere dell’Associazione Arma Aeronautica e del Centro Studi Militari Aeronautici “Giulio Douhet” (CESMA) sono quelle di contribuire alla diffusione della cultura aeronautica e alla costruzione di specifiche competenza tecniche, ambientali e storiche che caratterizzano l’Aeronautica Militare Italiana sin dalla sua costituzione, 90 anni or sono.  In tale contesto le

CONVERSAZIONI
Sulla teoria della guerra, sulla strategia e sulla storia militare.
a cura del Gen. Isp. Basilio Di Martino e del T. Col. Alessandro Cornacchini.

consentono in primo luogo al personale delle Forze Armate, ma anche a tutti gli appassionati di aviazione e di storia, la possibilità di confrontarsi sui temi della teoria della guerra, della strategia e della storia militare.
  

John Boyd

Significato ed attualità del pensiero di John Boyd
John Boyd si è guadagnato un posto di rilievo nella storia dell’aeronautica per avere fondato su solide basi scientifiche la teoria del combattimento aereo, contribuendo in modo determinante a dar vita ad una generazione di velivoli da caccia di assoluta eccellenza. E’ però ancora più noto per essere il primo vero pensatore post-moderno in materia di guerra e di conflitto e per l’approccio innovativo in cui hanno un ruolo centrale la “situation awareness”, la capacità di sfruttare la superiorità nel dominio dell’informazione, l’adozione di strutture a rete caratterizzate da un’intrinseca flessibilità. Boyd, facendo proprio il paradigma scientifico post-moderno, ha studiato il problema dell’evoluzione, della crescita e della sopravvivenza delle organizzazioni e delle specie, arrivando a vedere la similarità dei processi e dei fattori in gioco quando tali sistemi adattivi complessi devono fronteggiare sfide che ne minacciano l’esistenza. Nonostante la sua visione non sia esente da critiche, ha esercitato ed esercita un’influenza sostanziale sul pensiero militare moderno nel mondo occidentale. 
relatori:
Prof Gregory Alegi – Gen. Isp Basilio DI Martino

Roma. Casa dell’Aviatore. Viale dell’Università, 20
30 Gennaio 2014 (17.00 – 18.30)

Per la partecipazione è gradita la registrazione da effettuare qui – nello stesso modulo si trovano anche gli argomenti e le date delle prossime ‘CONVERSAZIONI.
In caso di difficoltà ad utilizzare il formulario, si possono comunicare i propri riferimenti all’indirizzo email cesma.mil@gmail.com.

domenica 19 gennaio 2014

Ia. Cronologia 5 -8 Gennaio

Seconda cronologia militare. Anche in questa un cenno alla pirateria nel Mediterraneo

5 Gennaio
1637
(Lotte contro le invasioni barbariche). Presso Oristano il sardo Diego Masones con soli ottanta miliziani a cavallo, sfruttando abilmente le accidentalità del terreno, carica con tanto impeto un battaglione francese che si aggirava nelle campagne per fare bottino, da costringerlo a precipitosa fuga. Questo episodio induce  Francesi a evacuare Oristano.
1735
(Guerra per la successione di Polonia). Dopo sette giorni di assedio le armate confederate franco--piemontesi comandate da Carlo Emanuele IIIdi Savoia, costringono la guarnigione spagnola di Tortona a capitolare.
6 Gennaio
1812
( Campagna napoleonica nella provincia Iberica). Le truppe italiane del generale Severoli che concorrono all’assedio posto dai Francesi posto alla città di Valenza, conquistano, con superbo slancio e gravi sacrifici il forte Olivero ed i sobborghi di San Vincenzo e di Quarto.
1915
(Prima Guerra Mondiale). Alle Courtes Chasses, sulle Argonne, i volontari garibaldini, dopo aver gagliardamente respinto un poderoso attacco tedesco, avanzano espugnando vari elementi di trincee. Cade da Eroe Costante Gairbaldi.
7 Gennaio
1511
(Lotta contro le invasioni barbariche). Papa Giulio II della Rovere, ritenendo il suo legato non sufficientemente attivo nella lotta contro i Francesi che voleva fossero allontanati dall’Italia, assume personalmente la direzione dell’Assediodi Mirandola da essi presidiata e la espugna.
1809
(Campagna napoleonica nella penisola iberica). Il comando francese cita all’ordine del giorno le truppe italiane per essersi coperte di Gloria  nei combattimenti sostenuti in Spagna.
1912
(Guerra Italo Turca). A Kunfidah nel Mar Rosso l’incrociatore 2Piemonte” ed il cacciatorpedinierei “Artiglierei” e 3Garibaldi” affondano sette cannoniere turche.
8 gennaio
1388
(Guerra contro i pirati). Il genovese Antonino Adorno, con poprie navi e pochi fidi, attacca il Bey di Tunisi nella sua capitale, e costringendolo alla resa, gli impone di rinunciare alla pirateria

1558
(Guerre religiose in Francia). Il fiorentino Pietro Strozzi, maresciallo di Francia al servizio del duca di Guisa, dando prova di sagacia e di ardimento, debella le fortificazioni di Risban  e di Nieullayelevate a protezione di Calais, costringendo gli inglesi a cedere alla Francia l’importante città su cui avevano imperato per due secoli
9 gennaio
1913
(Prima Guerra Mondiale). Strenua resistenza dei volontari garibaldini contro forze soverchianti tedesche sulle posizioni di Menrisson, Fille, Morte, e Bas Jardinet, nelle Argonne
1936
(Campagna in A.O.) Sul fronte a sud di Macallè vengono dispersi con il concros dell’artiglieria  grossi nuclei nemici avvicinarsi alle posizioni  di Galbat

E’ gradito un commento a questo post. 
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sabato 11 gennaio 2014

I. Cronologia 1 - 4 Gennaio

1 gennaio
1321
(Lotta contro le invasioni barbariche). I Fiorentini insorgono e dichiarano caduto il governo tirannico di Roberto d’Angiò, re di Napoli, che esercitava autorità in Firenze a mezzo di un suo vicario.
1557
(Lotta contro la tirannide straniera). Assediato in Valenza presso Alessandria, da u esercito assoldato dalla Francia alleata al Pontefice Paolo IV, il piemontese Conte di Carpegna, benché disponesse della forza di soli 1500 uomini, dieci volte inferiore a quella avversaria, si difende con estremo valore per diciannove giorni, e quando e costretto per l’intenso bombardamento a cedere, esce dalla città con l’onore delle armi.
1888
(Campagna d’Africa). Rintuzzatele velleità aggressive abissine, viene occupato il centro di Saati a 31 km da Massaua.
1925
(Operazioni in Libia) Nonostante avverse condizioni atmosferiche una nostra colonna piomba sui ribelli Senussi presso l’uadi di Gattara, a sud di Bengasi, ed infligge notevoli perdite di uomini, cavalli ed armi
1926
(Operazioni in Somalia) Importanti gruppi di ribelli vengono ricercati, raggiunti e battuti a Gohole, nel sultanato di Obbia.
2 Gennaio
1919
(Operazioni in Libia). A Khallet Sciahia nei pressi di Zanzut, una colonna di ribelli che tentava di insinuarsi nell’oasi di Saiad, viene affrontata e duramente battuta
1936
(Campagna in A.O). Reparti del copro di spedizione del fronte somalo attaccano con estremo vigore rilevanti forze abissine radunatesi sul Canale Doria e le disperdono dopo violento combattimento.
3 Gennaio
1896
(Campagna d’Africa). Il Presidio di Maccalè, benché assediato da rilevanti forze abissine e malgrado delle sue scarse risorse di uoini materiali e viveri rompe le trattative proposte da ras Mecconen per la resa, e si appresta difendere leoninamente le posizioni.
1936
(Campagna A.O.). Nel Tambien,a sud est di Macallè, nuclei nemici vengono posti in fuga con notevoli perdite
4 gennaio
873
(Lotta contro le invasioni barbariche). 30.000 arabi che avevano cinto d’assedio Salerno energicamente difesa dal principe Guaiferio sono costretti dal valore degli abitanti e delle milizie della città a desistere dalla imprese.
1917

(Prima Guerra Mondiale). Nella zona tra Adige e Garda le nostre truppe respingono un impetuoso attacco nemico in forze che riporta gravi perdite. Sul Carso, nella zona del Faiti, i fanti della brigata Toscana e Lombardia con uno sbalzo di sorpresa progrediscono di alcune centinaia di metri e si rafforzano nella nuova trincea invano contrattaccati dal nemico.

giovedì 2 gennaio 2014

Avvio della pubblicazione di una Cronologia afferente la Storia Militare italiana

Il Calendario Militare rappresenta una tradizione di vero spessore nelle Forze Armate Italiane. Unità Reparti e Grandi Comandi si sono sempre cimentati ogni anno nella produzione. Questa tradizione rappresenta una fonte iconografica e documentale di vero spessore, che permette di approfondire lo studio della Storia Militare quasi in ogni suo dettaglio. Per questo motivi da alcuni anni sono state avviate ricerche in merito a questo filone di Storia; ne è risultato una interessante raccolta di materiale che permette di predisporre una  cronologia di avvenimenti e di avere fonti estremamente precise, sintetiche e precise sulla stessa Storia Militare italiana

In questo contesto, anche nel quadro di un  allargamento degli insegnamenti di Storia Militare in coso, con la data odierna si da avvio alla pubblicazione cadenzata di una cronologia che copre la Storia Greco Romana, quella Medioevale, Moderna e Contemporanea. Si è preferito fermarsi al periodo storicizzato, ovvero fino alla Seconda Guerra Mondiale, (1945) per non scivolare nella cronachistica  e nella attualità.
Verranno pubblicati a gruppi di settimane gli eventi essenziali che hanno interessato Gli Italiani come Combattenti, per usare una espressione desueta. Un apposito spazio sarà dedicato al riepilogo dei post pubblicati.
La fonte principale, oltre a necessarie ed eventuali integrazioni, è L'Almanacco Regio Esercito, edito dal MInistero della Guerra,a cura del S.I.M., Servizio Informazioni Militari, nel 1939 XVIII 1940 dal titolo "Italia Virtus", pag, 501

(www.coltrinaristoriamilitare.blogspot.com. E’ gradito un eventuale commento a questo post.;

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