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sabato 8 aprile 2017

La Battaglia di Gorizia XV

a.       Le forze in campo
(1)  Entità e qualità: funzionalità e costituzione, capacità interforze, caratteristiche tattico-operative, armamento e mobilità
(a)       Esercito Italiano
Il contingente destinato alla campagna contro l’Austria fu organizzato come di seguito riportato:
-      Armata del Mincio, organizzato in tre Corpi d’Armata, da quattro divisioni ciascuno:
·       I Corpo d’Armata comandato dal Generale Giovanni Durando;
·       II Corpo d’Armata comandato dal Generale Domenico Cucchiari;
·       III Corpo d’Armata comandato dal Generale Enrico Morozzo Della Rocca.
-      Armata del Po comandata dal Generale Cialdini organizzata invece su otto divisioni.
Tanto nella prima quanto nella seconda armata, c’erano in organico divisioni e brigate di cavalleria alle dirette dipendenze del Comando di Armata, gruppi di artiglieria, unità del genio pontieri e servizi occorrenti.
In particolare, il Gen. Cialdini alla vigilia della guerra con l’Austria si trovava al comando di un Corpo d’Armata che costava di otto divisioni, moltissimi comandi subordinati, un immenso traino di materiali di ogni specie. In altre parole, un vero e proprio esercito, molto difficile da muovere e manovrare soprattutto in un terreno che era notoriamente complicatissimo e intricatissimo. L’Esercito messo a disposizione per le operazioni consta, dunque, di ben 20 divisioni, i cui comandanti furono scelti direttamente dal Ministro della Guerra, Ignazio de Genova di Pettinengo, e dal Generale La Marmora. Completava il dispositivo italiano, il Corpo di Volontari Italiani, istituito con un Regio Decreto quale strumento militare che, in caso di guerra, avrebbe contribuito alla difesa del paese. Il Comando di tale Corpo venne affidato a Garibaldi. Il 22 giugno 1866 la forza complessiva del Corpo dei Volontari Italiani avrebbe dovuto contare 38.041 uomini, 873 cavalli, 24 cannoni e due cannoniere a vapore.
L’unità tattica era la brigata che operava all’interno delle divisioni. Ciò permetteva di disporre di unità più piccole e più manovrabili. Per contro le compagnie di fanteria, così come gli squadroni di cavalleria, erano sottodimensionate, a causa dei tagli di bilancio che c’erano stati da poco e non avevano permesso di adeguare gli organici.
Tutto il personale era equipaggiato con fucile mod. 1860, cal. 17,4 mm, ad anima rigata, con una gittata utile di circa 400 m, disponibile in versione per fanteria e per il personale a cavallo. La cavalleria leggera, inoltre, era equipaggiata anche con sciabola. L’artiglieria era del tipo da campagna da 90 mm.
Il Regno di Italia era nato nel 1861 e da allora l’esercito aveva subito successivi interventi di ristrutturazione a partire da quello fondamentale dal Generale Manfredo Fanti che permise di integrare perfettamente nell’armata piemontese gli eserciti della Toscana e dell’Emilia a cui si aggiunse, non senza dibattiti e dissidi, anche quello borbonico. Il significato di parole come patria, unità e libertà era vago e incerto. Inoltre, l’imposizione della leva obbligatoria aveva creato forti dissensi che si manifestavano attraverso fenomeni di renitenza di massa, coperti e sostenuti dalle comunità di origine. Comunque, sia, alla vigilia della guerra con l’Austria, l’Italia possedeva un esercito numeroso, ben equipaggiato, addirittura superiore a quello del nemico. L’impianto dello strumento militare italiano era stata un’idea di La Marmora che era riuscito ad imporre la sua visione di dotarsi di un esercito moderno, al passo con le minacce e i rischi del tempo e in grado di salvaguardare la monarchia e la pace in tutto il regno[i]. In merito, è bene ricordare che all’epoca esistevano due teorie dominanti in Europa: quella dell’esercito di quantità, sul modello prussiano, e quella dell’esercito di qualità, modello francese. La prima prevedeva la costituzione di un piccolo core di ufficiali e sottufficiali di professione, in servizio permanente, che veniva integrato dalla leva richiamata in caso di mobilitazione. Tutti erano obbligati ad un periodo di addestramento, distribuito in due/tre anni, al termine del quale venivano posti in congedo. Il modello francese, o di qualità, prevedeva, invece, un esercito a lunga ferma, cinque/otto anni. In caso di guerra i suoi organici venivano integrati con poche unità provenienti dalla coscrizione obbligatoria. La differenza tra i due modelli risiedeva nel fatto che mentre il modello prussiano si basava sul principio del cittadino-soldato, quello francese faceva gravare l’onere del sistema sulle classi più povere. La Marmora aveva optato per il modello francese che aveva introdotto nell’esercito piemontese sin dal 1854.[ii]
Dopo l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), Manfredo Fanti venne incaricato della riorganizzazione delle nuove divisioni formate dalle Lega dell'Italia Centrale (comprendente Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Legazioni) e, nel giro di pochi mesi, seppe trasformarle in un funzionante corpo di 45.000 uomini. Per dare manifestazione visibile al nuovo stato di cose, diede avvio alla nuova Scuola Militare di Fanteria di Modena, ospitata nel palazzo del deposto duca.
Certo è che, dopo cinque anni, l’Esercito Italiano non aveva ancora la coesione necessaria per sostenere una guerra contro un solido esercito come era quello austriaco: la leadership era costituita da ufficiali che si erano ottimamente distinti come generali nel piccolo esercito piemontese, nell’esercito garibaldino e nell’esercito napoletano, ma che erano ben lontani dall’essere ottimi generali. In quell’epoca “pochi generali sapevano e i grandissimi insegnamenti delle guerre napoleoniche erano stati lasciati nel più completo oblio, tranne che da alcuni generali prussiani della scuola di Clausewitz[iii]. Più in particolare, i generali italiani avevano una competenza tecnica ed un’esperienza decisamente inferiore rispetto a quella degli ufficiali austriaci e prussiani.


[i]  Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 29
[ii]  Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 35
[iii] Pollio A., Op. Cit., p. 4.

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