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giovedì 6 novembre 2014

Prigionia in URSS. Le operazioni del 1942-1943

Nel quadro della proposta di avviare una nuova revista, di seguito un esempio di articolo
vds. www.prigioniadiguerra.blogspot.com



CONTRIBUTI


La Sacca del Don

Alla origine della prigionia in mano della URSS


Massimo Baldoni

Dal 1945 ad oggi è stato scritto molto sulla Campagna di Russia del 1941-1943, una campagna che è stata, a partire dall'unità d'Italia, una delle prove belliche più terribili e disastrose della storia dell’Esercito italiano. Sotto taluni aspetti, per il soldato italiano questa fase della guerra potrebbe essere considerata e paragonabile solo ad alcune delle più sanguinose battaglie della prima guerra mondiale.
Sono numerosi i reduci che hanno contribuito con le loro testimonianze a ricostruire quei momenti drammatici, tuttavia, solo recentemente è stato possibile ricostruire gli eventi con documentazione proveniente non solo da associazioni ed enti istituzionali[1], ma anche con i contributi di studiosi stranieri (in particolare, tedeschi e russi[2]), forniti grazie all’apertura degli archivi sovietici nei primi anni ’90.
La campagna di Russia, rappresenta una delle più significative pagine di storia scritte dalle unità italiane durante la 2^ Guerra Mondiale, e questo, sia per le perdite – che, in assoluto e in rapporto agli effettivi impiegati, sono state le maggiori di tutta la guerra italiana 1940-43 - ma anche per le ragioni di natura politica (che G. Rochat individua nell’anticomunismo esasperato degli anni della guerra fredda) che hanno finito per strumentalizzare questa campagna, menomandone e riducendone (se non annullando) il valore dei nostri soldati.
In tale tragico contesto, senza dubbio ha giocato un ruolo fondamentale il durissimo ed inospitale “ambiente geografico” ove si svolsero le vicende in esame. Un ambiente, caratterizzato dalla steppa russa[3] ovvero, da sterminate pianure battute da venti aridi e polverosi d’estate, fangose ai limiti della percorribilità in primavera ed autunno ed innevate con 30/40° sotto zero d’inverno. Un ambiente, operativamente caratterizzato da spazi molto ampi, con scarse possibilità di copertura tattica e adatto all’impiego spinto di forze corazzate e motorizzate. Un ambiente che ha fortemente penalizzato (e condizionato fino agli atti conclusivi) chi si è trovato ad agire in carenza o assenza

totale di adeguati mezzi, equipaggiamenti e rifornimenti logistici. Fra tutti i fattori, è stato infatti il freddo - il “generale Inverno” – a mietere il maggior numero di vittime, meritando a pieno titolo un posto di rilievo sull’esito dell’intera campagna e costituendo per tutti (tedeschi ed alleati) una amara sorpresa, alla stregua di quanto già era avvenuto un secolo prima con Napoleone.
Lo scopo di questo studio è quello di effettuare una disamina su “la sacca del Don” e, in particolare, l’insieme di quegli eventi che hanno caratterizzato la fase conclusiva della Campagna di Russia, determinando il quasi totale annientamento dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR). Il fine ultimo è quello di potersi soffermare e riflettere su alcuni ammaestramenti da poter proiettare a quelle che sono le operazioni dell’attuale contesto internazionale.
A tal fine, si è inteso articolare lo studio partendo da un’analisi che facilitasse la ricostruzione e l’inquadramento storico degli eventi. In tal senso, si è fatto riferimento alle origini della guerra tedesca contro la Russia e la partecipazione italiana sul fronte russo. Quindi, delineata la situazione venutasi a creare sul Don (passaggio di consegne dallo CSIR all’ARMIR), si è proceduto ad una rapida descrizione della controffensiva russa che, con l’Operazione “Piccolo Saturno” (seconda “battaglia di dicembre”), ha determinato il disfacimento del dispositivo difensivo dell’asse (fase di logoramento e fase di rottura), travolgendo in una sacca mortale le unità italiane.
Dall’esame storico degli eventi, si è infine proceduto ad una analisi di pianificazione operativa che - secondo un’ottica moderna - consenta di estrapolare alcuni insegnamenti utili non solo per ricordare l’estremo sacrificio compiuto da coloro che hanno scritto pagine della nostra storia ma, soprattutto, per non permettere il ripetersi di errori macroscopici commessi a livello strategico ed operativo.


Il patto russo‑tedesco[4] di amicizia e di non aggressione, stipulato a Mosca nell’agosto del 1939, fu un evidente espediente tattico dal quale i due Stati si erano ripromessi di trarre reciproci vantaggi contingenti e temporanei.

Da un lato, Berlino si proponeva di condurre indisturbata la sua “guerra lampo” (blitzkrieg) contro la Polonia e le Potenze occidentali, dall’altro, Mosca intendeva conseguire una serie di concessioni territoriali per migliorare la sua posizione politica e militare e, contemporaneamente, guadagnare tempo per perfezionare la costituzione di una adeguata macchina bellica. Fintantoché si trattò di allargare la propria sfera di interessi, il binomio russo-tedesco funzionò abbastanza bene. I tedeschi erano convinti che la guerra fosse vicina al termine (illusione che convinse anche l’Italia a scendere in campo). Hitler pensava che, dopo il rapido crollo della Francia e degli altri alleati minori, la Gran Bretagna acconsentisse ad un accomodamento pena l’intensificarsi della guerra aerea sul suolo inglese e, forse, uno sbarco. Ciò non avvenne, lo sbarco non si poté fare e i bombardamenti, alla fine del settembre ’40, si andavano esaurendo. Mentre la Russia quasi senza sforzi si era impadronita di vasti territori, la Germania era entrata in una fase di stallo.
Le relazioni con la Russia si facevano sempre più difficili tanto che in un convegno tra Molotov e Hitler (BERLINO, 12 novembre 1940)  si cercò di gettare le basi per una netta separazione delle sfere di influenza. Un punto particolarmente delicato era quello della Finlandia, che alla fine verrà sacrificata da Hitler all’aggressione della Russia. Mussolini colse l’occasione per ammonire Hitler sul fatto che un’ulteriore passo nei rapporti tedesco-russi avrebbe avuto effetti catastrofici in Italia. Mussolini sempre più sensibile alla politica interna (in quel momento, la Russia era impopolare in Italia e le simpatie vibravano per la Finlandia aggredita) ed internazionale, avvertiva Hitler che la soluzione del suo “spazio vitale” era in Russia. A ciò si aggiunge che anche Churchill nelle sue memorie sulla prima guerra mondiale aveva osservato che i Tedeschi avrebbero potuto vincere nel 1918 se si fossero tempestivamente impadroniti della Russia, in particolare l’Ucraina, eludendo così gli effetti del blocco marittimo. Questi consigli, del presente e del passato, potrebbero aver influito sulla decisione finale di Hitler. Tuttavia gli sforzi di una pacifica convivenza continuarono, tanto che la Germania formulò un progetto per un vero e proprio accordo quadripartito tra Italia, Germania, Unione Sovietica e Giappone. Ma la Russia pose fin dall’inizio condizioni che sembrarono inaccettabili a Berlino e - il 18 dicembre 1940 - il Quartier Generale del Fuhrer diramava la direttiva segretissima per l’ “Operazione Barbarossa”.

L’Operazione Barbarossa
All’alba del 22 giugno 1941 le armate tedesche si mossero con sincronia lungo un fronte di 2.000 chilometri dando inizio all’“Operazione Barbarossa”, con l’obiettivo di eliminare la “minaccia ad oriente”, nonché di assicurare rifornimenti alimentari e materie prime (specialmente petrolio)[5]. Nel suo insieme l’operazione si prefiggeva di “schiacciare la Russia sovietica in una rapida campagna”, prima che la guerra contro l’Inghilterra fosse conclusa. “Il grosso dell’esercito russo nella Russia occidentale deve essere distrutto in operazioni ardite spingendo avanti cunei corazzati e impedendo la ritirata di unità capaci di combattere nell’immenso territorio russo”. “L’obiettivo ultimo dell’operazione è creare una linea difensiva contro la Russia asiatica con un fronte che vada dal Volga ad Arcangelo[6]. Al fianco dei tedeschi operavano le forze degli ”alleati” finlandesi, slovacchi e romeni: circa 23 divisioni, 3 brigate di cavalleria, 3 brigate da montagna e 1 brigata motorizzata.

La partecipazione italiana
Già il 15 giugno 1941 in una riunione a palazzo Venezia tra Mussolini, Cavallero (Capo di Stato maggiore) ed il Generale von Rintelen (addetto militare tedesco a Roma) si trattò per l’approntamento di un Corpo d’Armata per la Russia. L’offerta italiana non trovò un’accoglienza favorevole da parte tedesca. Infatti, l’Italia aveva già un proprio teatro di operazioni in Africa in cui stentava a mantenersi. Inoltre aveva già disperso molte forze in Francia, Croazia, Albania e Grecia ed aveva perso molti uomini e materiali. La sua produzione bellica era lenta e stentata, i suoi quadri deboli ed i suoi soldati, benché validi, poco addestrati. Mussolini - che probabilmente si sentiva in obbligo per l’aiuto fornito dai Tedeschi in Africa - tenne duro e le notizie dei fulminei successi tedeschi lo indussero a credere ad una facile vittoria dell’alleato. Non si comprese che lo spazio diventava un’immensa forza per la Russia in funzione difensiva (come il mare lo fu per l’Inghilterra). Il consenso tedesco alla partecipazione arrivò il 30 giugno. Il 9 luglio il comando supremo stilò l’atto di nascita del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR)[7]. Il 10 luglio 1941 il CSIR[8] iniziò i movimenti per la zona di radunata. Il 13 giugno 1942 passò alle dipendenze della 17^ armata tedesca. Il 9 luglio il Comando dell’8^ Armata italiana (ARMIR)[9] assumeva la direzione del CSIR che prendeva quindi il numerativo di “XXXV Corpo d’Armata”.

L’offensiva di primavera-estate 1942
La grande offensiva del 1941 si rivelò un tale insuccesso per i tedeschi che avrebbe dovuto far pensare ad un ritiro del nostro corpo di spedizione. Ma questa volta Hitler non solo non rifiutò il nostro aiuto, ma lo sollecitò.  Ai primi di maggio del 1942 i tedeschi avevano ripreso l’offensiva verso oriente e l’andamento sembrava promettente. I 2.000 chilometri di terreno pianeggiante su cui si estendeva il fronte (da LENINGRADO al MARE DI AZOV) ed il numero di forze alleate indussero Hitler a seguire il principio dell’offensiva. Non essendovi però forze per alimentare il fronte, questo fu ristretto per acquistare maggior dinamismo. Tra LENINGRADO, MOSCA ed il Caucaso fu scelto quest’ultimo in quanto si riteneva che le due capitali sarebbero state ben difese e la loro occupazione non avrebbe avuto effetti strategici risolutivi, mentre occupando la regione del basso Don, del basso Volga e del Caucaso - da cui provenivano i rifornimenti di carburante alle armate sovietiche - si contava di togliere ai russi la loro arma principale e più temibile: l’impiego massiccio dei carri armati pesanti. La manovra tendente a tagliare fuori i due terzi dello schieramento sovietico dalla regione petrolifera sembrava agevolata anche dalle caratteristiche fisiche dei luoghi. Pertanto l’obiettivo principale dell’offensiva diventava il basso Volga e Stalingrado[10].
L’insuccesso strategico della campagna tedesca del 1941 aveva provocato numerosi mutamenti dei vertici militari, spingendo lo Stato Maggiore a correggere e perfezionare le tattiche sin lì adottate. Le operazioni, specialmente nel periodo invernale, avevano rivelato l’importanza strategica degli “ampi spazi”, inducendo ad un uso più prudente delle unità corazzate e motorizzate. Più che ad un’avanzata fulminea diretta a distruggere l’elemento uomo, si pensava ad un’avanzata metodica e sicura, diretta ad occupare talune zone vitali, necessarie all’economia russa ed alle sue capacità di sostentamento alla guerra. STALINGRADO costituiva il punto di raccordo fra le regioni centrali e settentrionali dell’URSS - prevalentemente agricole - e quelle del sud, industriali e ricche di materie prime, fra cui il petrolio.”[11] Fin dall’inizio Mussolini era scontento di aver dovuto limitare il contingente italiano sul fronte russo ad un Corpo d’Armata. Ma dopo varie vicissitudini - ottenuta l’assicurazione da parte dei tedeschi circa un loro concorso - venne deciso di inviare un nuovo contingente, costituito da sei divisioni ed altre unità non inquadrate nelle Divisioni.

LO SCHIERAMENTO SUL DON
L'Armata italiana avrebbe dovuto essere impiegata a Sud del grande spiegamento tedesco (che comprendeva in quest'area anche armate rumene ed ungheresi), ove gli alpini erano stati designati per operare nelle impervie zone montane del Caucaso. Tuttavia, le unità italiane furono destinate su un ampia ansa del Don - lunga quasi 300 Km., poi ridotti a 270 - per prendere il posto delle divisioni motorizzate e corazzate tedesche. Tra queste, venne lasciata solo una divisione corazzata tedesca, in considerazione (ben nota) dell’assoluta mancanza di carri armati nelle divisioni italiane. Tra i tanti motivi di preoccupazione dei tedeschi vi era il fatto di dover far affidamento sulle truppe rumene, ungheresi ed italiane per proteggere il fianco dell’avanzata, ma furono rassicurati da Hitler, in quanto certo che queste sarebbero state impiegate per presidiare la linea del Don e quella del Volga tra Stalingrado ed il Caucaso, in zone dove i fiumi stessi avrebbero agevolato il loro compito.
Il 13 agosto, terminato il complesso movimento, il Generale Gariboldi assunse la responsabilità operativa dell’intero settore assegnato all’8^ Armata - compreso tra PAVLOSK e la foce del Choper nel Don. I criteri ai quali il “Comando Gruppo Armate B” intese informare la difesa furono principalmente la proiezione in avanti di tutte le unità e l’esclusione di una difesa dinamica che enfatizzasse la libertà di manovra. Il concetto operativo fondamentale del Comando del Gruppo fu quello di sviluppare un irrigidimento (difesa a tempo indeterminato) sulla riva del fiume, anziché sulle alture dominanti e di manovrare eventualmente nelle zone di congiuntura, inevitabilmente poco protette e difese per l’esigua disponibilità di forze.
L’8^ Armata si inserì tra la 2^ Armata ungherese (a sinistra) e la 6^ Armata tedesca (a destra)[12]. L'avversario sovietico fronteggiava l'8^ Armata con la propria 63^ Armata[13].

LA PRIMA CONTROFFENSIVA RUSSA
Il contrattacco russo fu violento e colpì duramente lo schieramento italiano dispiegato nell'ansa del Don coinvolgendo, settore dopo settore, l'intero schieramento. Solo dopo giorni di aspri combattimenti, grazie soprattutto all'arrivo in extremis della Divisione “Tridentina”, a prezzo di molti caduti i sovietici venivano respinti. Ma a metà settembre i combattimenti riprendevano, specie contro le Divisioni “Ravenna” e “Sforzesca”, senza che il XVII Corpo d'Armata tedesco potesse intervenire come promesso e stabilito.
Cominciarono allora grandi lavori di fortificazione da parte italiana che durarono fino all'inizio di dicembre in previsione del temuto attacco sovietico.
Il 19 novembre aveva inizio sul terreno dell'ansa di SERAFIMOVIC, difesa dalla 3^ Armata romena, la "battaglia del Volga". Profilatasi la rottura di quel fronte, il Comando del Gruppo di Armate "B", per evitare l'isolamento delle forze di STALINGRADO, decideva di spostare in quel settore le Divisioni tedesche inquadrate nell'8^ Armata: la 294^ Div. (in seconda schiera), all'ala sinistra, dietro il Corpo d'Armata Alpino nella zona di ROSSOSCH; la 22^ Div. cor. (circa 200 mezzi corazzati), dislocata alle spalle dei Corpi d'Armata XXXV italiano e XXIX tedesco; e perfino la 62^ Div., schierata sul Don tra le Divisioni “Pasubio” e “Sforzesca”, tra SATUBJANSKI e l'ansa di VESCENSAKAJA. Quest'ultima, sarebbe stata sostituita dalla 3^ Div. “Celere”[14], che dovette interrompere le operazioni di riordinamento, appena iniziate nella valle del BOGUCIAR.  L'8^ Armata, pertanto, veniva ad essere privata delle Divisioni di seconda schiera, le uniche forze che conferivano un minimo di profondità al suo schieramento sul vastissimo fronte di 270 chilometri.

LA SECONDA BATTAGLIA DI DICEMBRE: OPERAZIONE “PICCOLO SATURNO”
Il Generale Vatutin (Comandante del fronte di Sud-Ovest) e Zukov misero a punto un piano di sfondamento - battezzato “Saturno” - che avrebbe dovuto concludersi il 10 dicembre 1942.
In linea generale, prevedeva di intrappolare l’ARMIR dentro un’enorme sacca triangolare che aveva come base il Don e il Cir e il vertice a MILLEROVO dov’era l’Intendenza dell’8^ Armata italiana[15]. Qualche giorno più tardi, per l’andamento favorevole della battaglia attorno a STALINGRADO, il piano “Saturno” era stato modificato ed aveva preso il nome di “Piccolo Saturno”.[16]
L’obiettivo che si proponeva era ancora più ambizioso: utilizzare l’attacco contro l’Armata italiana per mettere in crisi l’intero schieramento tedesco dal Don al Caucaso.
Per quell’operazione Vatutin aveva a disposizione la 6^Armata, la 1^ e la 3^ Armata della Guardia, il XVII e il XXIV Corpo corazzato. In base al piano, l’attacco principale doveva avvenire sul fronte del II Corpo d’Armata italiano, contro il quale si sarebbero lanciate la 6^ Armata e gran parte della l^ per investire le Divisioni “Cosseria” e “Ravenna”. Altre due Div. di fucilieri e due reggimenti di fanteria autonomi avrebbero operato contro la “Pasubio”. Era uno schieramento di forze nettamente superiore all’ARMIR, per non parlare dei carri e delle artiglierie. Nella prima fase dell’operazione gli alpini furono completamente evitati: tutti gli sforzi sovietici furono rivolti alla neutralizzazione delle divisioni di fanteria schierate a sud della Div. “Ravenna”.
L’attacco incominciò l’11 dicembre sulla destra di KRASNO OREKOVO. La fanteria russa uscì dai boschi mezz’ora dopo, quando l’artiglieria aveva smesso di sparare. Attraversò velocemente il letto ghiacciato del fiume e si riversò contro i capisaldi della divisione “Ravenna”, II Corpo d’Armata. I russi sommersero due capisaldi, poi le mitragliatrici li bloccarono a 50 metri dalle proprie postazioni. Era un’offensiva in piena regola che i russi continuavano ad alimentare, nonostante il fuoco di sbarramento degli Italiani. Dal fiume si susseguivano le ondate di fucilieri che indossavano tute bianche sparando raffiche continue con i parabellum, mentre i cecchini appostati nel punti più elevati cercavano di individuare e colpire gli ufficiali.
KRASNO OREKOVO e OSETROVKA, costituivano la base della grande ansa di VERCHNIJ MAMON, la spina nel fianco dello schieramento del II Corpo d’Armata che né i Tedeschi né gli Italiani erano riusciti a eliminare durante l’estate.
Nel frattempo l’attacco si era esteso 80 chilometri più a sud, nella zona  presidiata dal 79° reggimento della “Pasubio” del XXXV Corpo d’Armata. Anche qui l’azione era condotta in forze ed investiva OGALEV, con la quale erano saltati ben presto i collegamenti per effetto dei tiri dei mortai. I russi combattevano senza badare alle perdite: non c’era dubbio che presto sarebbero entrati in azione anche i carri armati. Dalle postazioni dell’artiglieria italiana erano stati individuati da tempo tratti del fiume nei quali l’acqua era perennemente increspata. Se ne era dedotto che i russi, affondando nel Don dei tronchi d’albero, nel settore della “Pasubio” erano riusciti a costruire due ponti sotto il pelo della corrente, sui quali, con l’aiuto del gelo, sarebbero potuti passare i mezzi corazzati. Ma altri passaggi sul Don erano stati costruiti dai russi durante l’autunno, a PAVLOSK nel settore del Corpo d’Armata Alpino e poi nella grande ansa, all’altezza del II Corpo d’Armata.

La fase di logoramento
L’attacco russo proseguì per cinque giorni, ma si era trattato soltanto della “fase di logoramento” prevista dal piano “Piccolo Saturno”. Durante quei cinque giorni di combattimenti spesso molto aspri, l’8^ Armata aveva conservato sostanzialmente le proprie posizioni. Gli assalti incessanti che i battaglioni sovietici avevano effettuato, erano stati bloccati dal fuoco delle armi automatiche, dall’artiglieria e, quando le condizioni del tempo freddissimo l’avevano permesso, anche dell’aviazione.
Gli attacchi sovietici oltre a logorare le nostre difese, avevano anche consentito di raccogliere informazioni sui tratti di fronte più sensibili. Quello tenuto dal II Corpo d’Armata era risultato il più debole, ma non si ritenne necessario correre ai ripari. Lo scopo principale perseguito dai russi in questa fase, quello cioè di nascondere con azioni diversive il loro obiettivo principale, era dunque stato raggiunto.
In questa prima fase della battaglia i russi avevano ottenuto lo scopo che si erano prefissati: portare a termine un’ampia azione diversiva e logorare le difese italiane per trovarle meno efficienti al momento dell’offensiva vera e propria.

La fase di rottura
Contro l’ARMIR, dopo la fase di logoramento sviluppata nel settore del II Corpo d’Armata, seguì la “fase di rottura[17]. Alle 7 di mercoledì 16 dicembre 1942, oltre 2.500 cannoni dei 5.025 di cui Vatutin disponeva, aprirono il fuoco contro le posizioni italiane. I collegamenti telefonici della “Cosseria” e della “Ravenna” si interruppero quasi subito. Dopo un’ora e mezzo di bombardamenti ci fu l’attacco dei carri armati.
Presto la situazione delle unità italiane si fece grave: scarseggiava il carburante e la mancanza di antigelo inchiodava anche quei pochi mezzi che ne avevano una piccolissima scorta. I camion e i traini delle artiglierie ne avevano una quantità sufficiente a percorrere 50 chilometri. Il risultato fu che in poche ore i reparti investiti dai russi persero ogni possibilità di manovra e dovettero abbandonare i cannoni dopo averli fatti saltare.
Nell’estremo tentativo di arginare l’avanzata, Gariboldi aveva ordinato al Generale Nasci, comandante del Corpo alpino, di mettere a disposizione del II Corpo d’Armata un battaglione della Julia e il battaglione sciatori Monte Cervino fatto accorrere a tappe forzate da Rossosch, dove si trovava a riposo.
Mentre i due battaglioni alpini, alimentati dai superstiti delle due divisioni tedesche ancora in grado di combattere, sostenevano durissimi scontri nelle retrovie sconvolte del II Corpo d’Armata, altri ordini di Gariboldi giunsero a modificare l’allineamento del Corpo alpino e, per forza di cose, ad indebolirlo. La mancanza di riserve a disposizione dell’ARMIR stava influendo negativamente sulle divisioni di Nasci diluendole lungo un fronte quasi raddoppiato e costringendole a spostamenti improvvisi e logoranti.
Tutta la “Julia”, al comando del Generale Ricagno, fu tolta dallo schieramento e messa a disposizione del Comando generale «per impiego in altro settore» e infatti fu poi assegnata al 24° Corpo corazzato tedesco e disposta a copertura su quel tratto del Don che era rimasto sguarnito dopo il cedimento della “Cosseria”. Mentre la “Julia” si avviava così verso un tragico destino, Nasci provvedeva a distribuire sulle posizioni lasciate scoperte quattro battaglioni della “Cuneense” e l’unica «riserva» a disposizione: la divisione “Vicenza”.
Questa divisione si trovò quindi sbalzata nelle immediate vicinanze del fronte con responsabilità tattiche schiaccianti. I diecimila uomini del vecchio Generale Pascolini, disseminati fino a quel momento nelle retrovie dove sorvegliavano i magazzini e vigilavano i prigionieri, furono faticosamente riuniti, riassestati alla meglio e spinti in avanti con armi ed equipaggiamenti assolutamente inadatti al compito loro assegnato.

La ritirata delle Divisioni di Fanteria
Per comprendere la situazione nella quale si trovarono a dibattersi i resti delle Divisioni Cosseria, Ravenna, Torino, Pasubio, Celere e Sforzesca usciti vivi dalla battaglia del Don, bisogna immaginare che i russi sfondarono il fronte su una linea di oltre duecento chilometri e in questa voragine irruppero in tre giorni per una profondità di oltre centottanta chilometri, dilagando in ogni direzione. Le nostre divisioni subivano giorno e notte l’iniziativa del nemico e dal tentativo di sfuggire alla morsa nasceva di volta in volta l’improvvisata direzione di marcia delle colonne.[18]
Furono quindi queste circostanze a formare i due principali gruppi in movimento, che furono poi, ufficialmente definiti “Blocco Nord[19] e “Blocco Sud[20].
In 13 giorni le armate russe avevano obbligato l’ala meridionale dell’ARMIR a una ritirata disastrosa, raggiungendo KANTEMIROVKA e CERTKOVO; avevano sbaragliato la 3^ Armata rumena - obbligando anche i tedeschi ad abbandonare il fiume Cir ‑ e bloccato i tentativi tedeschi di raggiungere gli assediati di STALINGRADO.
I carristi del XVII Corpo continuavano ad avanzare ad un ritmo “eccezionalmente rapido”: in 5 giorni avevano percorso 240 chilometri, ed erano in vista dell’aeroporto di TAZINSKAJA, da dove partivano i rifornimenti per la 6^ Armata tedesca chiusa dentro la morsa di STALINGRADO.



L’OPERAZIONE “OSTROGOZSK-ROSSOSCH”
Il 20 dicembre Stalin aveva ordinato al Generale Golikov (Comandante del settore che fronteggiava la 2^ Armata ungherese e il Corpo d’Armata Alpino) di predisporre un’altra offensiva, alla quale era stato dato il nome di Operazione “Ostrogozsk‑Rossosch”.[21]
L’obiettivo era quello di circondare e distruggere le unità tedesche, ungheresi e italiane ancora attestate sul medio Don e liberare i tronchi ferroviari LISKI‑KANTEMIROVKA e LISKI‑VALUJKI necessari per l’avanzamento dell’esercito sovietico verso KARCOV e il DONEC.
Erano previsti due attacchi principali: uno a nord, contro la 2a Armata ungherese, ed uno a sud, muovendo dalla zona di KANTEMIROVKA, per raggiungere dopo una grande manovra a tenaglia la città di ALEKSCJEVKA. Erano previsti anche quattro attacchi sussidiari, due interni e due esterni a quelli principali. Quelli esterni dovevano puntare su VALUIKI e POKROWSKOJE a sud di ALEKSEJEVKA. Quelli interni avevano come obiettivo a nord KAMENKA e a sud ROSSOSCH, dove il Generale Nasci aveva dispiegato il Comando del Corpo d’Armata Alpino.
Il XXIV Corpo corazzato di Vatutin aveva ridotto l’aeroporto di TAZINSKAJA in un immenso braciere, condannando così alla fame l’Armata di Von Paulus, già allo stremo dentro Stalingrado. I russi erano penetrati per 200 chilometri nello schieramento degli italiani e dei tedeschi ed avevano liberato 1.246 città e villaggi, annientate 11 divisioni e 3 brigate, catturati 60.000 prigionieri e un bottino di 368 aerei, 178 carri armati e 1.927 cannoni. Per il momento i compiti delle armate di Sud‑Ovest erano terminati. Adesso l’iniziativa toccava a Golikov.
Von Weichs stava abboccando in pieno all’amo che Golikov gli andava porgendo con astuzia e pazienza. La ricognizione aerea e i servizi di informazione lo avevano convinto che i russi si preparavano ad attaccare le posizioni tenute sul Don dalla 2^ Armata ungherese schierata alla sinistra del Corpo d’Armata Alpino. E questo lo aveva indotto a mettere a disposizione degli ungheresi il Gruppo Cramer composto da due divisioni di fanteria tedesche e una divisione corazzata. Il comandante del Gruppo dì Armate B, inoltre, aveva ordinato che la maggior parte delle armi controcarro di cui disponeva il XXIV corpo d’Armata fossero assegnati al Corpo d’Armata Alpino.

Era il 10 gennaio e Gariboldi – che non condivideva affatto le valutazioni del Comandante del Gruppo di Armate B - era dell’opinione che oltre a quella prevista contro gli ungheresi, i russi stavano per scatenare un’offensiva non contro il settore degli alpini, ma contro l’ala meridionale del XXIV Corpo, il cui indebolimento doveva essere evitato a tutti i costi.
Per Von Weichs invece lo schieramento delle fanterie italiane e tedesche bilanciava in quel settore quello dei russi, i quali a suo avviso avevano successo soltanto quando attaccavano con un largo impiego di unità corazzate.
Von Weichs non immaginava che Golikov a sua insaputa aveva concentrato nella zona del XXIV Corpo d’Armata tutte le grandi unità della 3^ Armata Corazzata e schierato, lungo i 65 chilometri del fronte tenuto dal Corpo d’Armata Alpino, soltanto una divisione di fucilieri ad organici ridotti.
Fu questa la mossa vincente dell’offensiva che sarebbe scattata il 13 gennaio, con tre giorni di anticipo rispetto al programma predisposto a Natale.
Il piano russo, aveva come obiettivo l’accerchiamento e l’annientamento delle forze tedesche, ungheresi e italiane schierate nell’area tra OSTROGOZSK e ROSSOSCH. Nello stesso tempo prevedeva di raggiungere le cittadine di REPJEVKA, ALEKSEJEVKA, VALUJKI e URAZOVO per controllare la linea ferroviaria SVOBODA‑KANTEMIROVKA. Su un fronte di 260 chilometri, Golikov aveva ammassato tre aliquote di forze: a nord, al centro e a sud. In tutto, 11 divisioni e 3 brigate fucilieri, 3 corpi corazzati, un reggimento corazzato e un corpo di cavalleria. Come aveva ribadito ai suoi ufficiali durante un rapporto nel suo Quartier Generale, si trattava di una classica operazione a tenaglia, la cui caratteristica era di effettuare contemporaneamente l’avvolgimento e l’eliminazione delle forze avversarie, in modo da annientarle prima ancora di chiuderle dentro la sacca. Golikov aveva tenuto ben presente quanto era accaduto in dicembre sul Don durante l’offensiva di Vatutin, quando i tedeschi si erano rifiutati di adottare una “difesa elastica”: nell’elaborare il suo piano, aveva puntato sul fatto che von Weichs avrebbe ripetuto lo stesso errore, reso inevitabile dagli ordini di Hitler (come in effetti accadde). In particolare, era convinto che il Comandante del Gruppo di Armate B sarebbe caduto nel tranello che gli stava tendendo. Approfittando delle ore notturne e della nebbia, egli aveva occultato i movimenti facendo credere che l’attacco russo sarebbe partito a VORONEZ.
La Stavka assegnò al Fronte di WORONESH anche la 3^ armata corazzata, oltre a svariate altre unità direttamente dipendenti dal Fronte. Mentre Golikov fu incaricato di frantumare innanzitutto l’armata ungherese per poi procedere all’accerchiamento (compito principale), il compito del Fronte di Sud-ovest era di spingersi avanti sul fianco sud del Fronte di WORONESH, appoggiando il suo sforzo. Considerando che anche le altre grandi unità di Golikov destinate all’operazione furono rinforzate con unità della riserva centrale, le truppe sovietiche si vennero a trovare in vantaggio sull’avversario[22].
Venne posta particolare cura anche in alcune misure preparatorie per rendere possibile l’avanzata dietro le linee nemiche superando sia la scarsa mobilità delle truppe russe sia le particolari condizioni invernali[23].
Nel rapporto finale che venne inviato a Stalin alla fine della pianificazione da Zukov e Vassilevski il 7 gennaio, si indicavano di massima anche le direttive date alla 3^ armata di Rybalko, il cui asse principale di penetrazione veniva spostato ad ovest della linea ferroviaria KANTEMIROWKA‑ROSSOSCH, in maniera poi da seguirla senza attraversarla ed avere un riferimento per l’accerchiamento del nemico. Compito fiancheggiante del VII corpo di cavalleria e delle brigate sciatori era la conquista di WALUIKI e URASOWO per assicurare il controllo di questi importanti nodi ferroviari.
Completati i previsti congiungimenti, la 3^ armata corazzata doveva costituire un fronte verso ovest e completare l’accerchiamento delle truppe nemiche nella sacca.
Al centro era schierato il Corpo d’Armata alpino con le tre divisioni Tridentina, Vicenza e Cuneense (che, malgrado la scarsità di forze, avevano costruito nei mesi autunnali una linea di resistenza abbastanza robusta) ed un reggimento di artiglieria a cavallo.
A destra del Gruppo d’Armate B, le unità del XXIV Panzer (Pz.) Korps erano ancora schierate su posizioni speditive, senza aver avuto la possibilità di costruire una linea con lavori difensivi, sia per i continui attacchi dei russi, sia perché le condizioni climatiche rendevano difficile questa attività.
La pratica della maskirowka (inganno del nemico) sul fronte del Gruppo d’Armate B fu un successo per il Fronte di Woronesh, che applicò i procedimenti già dall’offensiva di Stalingrado in poi. L’operato della ricognizione aerea tedesca non arrivò a scoprire alcuna particolare concentrazione di truppe sul settore del XXIV Pz.Korps, perché di giorno i mezzi rimanevano occultati e le truppe dovevano stare al coperto, sotto la minaccia della pena di morte.
Al comando del Gruppo d’Armate B erano convinti che i russi avrebbero attaccato le linee tra la 2^ armata ungherese e l’8^ italiana, anche in virtù dell’ormai accettato assioma che i russi avrebbero colpito, con ogni probabilità, solo gli alleati[24].
Gariboldi aveva fatto una valutazione diversa e l’8 gennaio aveva scritto al gruppo d’armate per far presente che a suo parere i russi avrebbero avuto maggiori vantaggi attaccando il XXIV Pz. Korps in corrispondenza della brigata Fegelein.

Scatta l’offensiva: lo sfondamento del fronte ungherese e del XXIV Pz. Korps
L’inizio agli attacchi di ricognizione in forze, dopo un’ora di preparazione di artiglieria, fu dato dal Generale Moskalenko alle 10.00 del 12 gennaio 1943 in corrispondenza della testa di ponte di URYW. La fine del bombardamento veniva contraddistinta da una salva di lanciarazzi per far comprendere alla massa della truppa quale fosse il momento in cui muovere all’assalto. I battaglioni di punta di quattro divisioni di fanteria, appoggiati da carri, ebbero ragione abbastanza presto delle posizioni ungheresi, quanto meno sulla loro ala destra.
L’attacco russo contro le linee del XXIV Pz.Korps iniziò il mattino del 14 gennaio sul fronte del gruppo Fegelein e della 27^ Pz.Div., in corrispondenza del Fúhrer Begleit Bataillon, che da questa dipendeva. Col favore della nebbia, carri e fanteria russi si infiltrarono nella linea tedesca e alle 14.30 l’avevano penetrata con circa 20‑30 carri che proseguivano verso nord tenendosi ad ovest della linea ferroviaria. Non c’erano riserve per contrattaccarli. Alla 19^ Pz.Div fu ordinato di attaccare sul fianco il nemico che avanzava, ma la divisione era già troppo premuta dai russi. La sera del 14 questa proposta fu inoltrata al gruppo d’armate, con quella di ritirare il XXIV Pz.Korps verso ROSSOSCH. Intanto, parte della 387^ ID era stata accerchiata nel corso della giornata, assieme al Fúhrer Begleit Bataillon ed alla brigata Fegelein.
Solo in serata (alle ore 20.00 ca.), il Gen. Nasci viene vagamente informato dal Gen. Schlemmer (Ufficiale di collegamento tedesco presso il Corpo d’Armata alpino) della penetrazione. Il Comando dell’8^ Armata italiana, sottovalutando palesemente il nemico, emana un ordine che prevede per la 19^ Pz.Div e la 320^ ID di attaccare. Ma la gravità dello sfondamento non è nota nemmeno al Comando del XXIV Pz.Korps. Quella stessa sera, carri russi e fanteria motorizzata piombano di sorpresa sul posto di comando tattico del XXIV Pz.Korps a SHILIN: nello schieramento tedesco si era aperta una falla che, ormai, era impossibile tamponare. Le truppe corazzate russe si trovavano già ad una cinquantina di chilometri sulle retrovie del Corpo d’Armata Alpino, il quale rischiava di essere aggirato anche sulla sinistra per il crollo immediato degli Ungheresi.
L’attacco su Rossosch
Gli avvenimenti incominciarono ad assumere un andamento convulso. Alle 5 del mattino di venerdì 15 gennaio, una formazione di carri armati sovietici piombò su ROSSOSCH sede del Quartier Generale del Corpo d’Armata Alpino. Nasci inviò un messaggio urgente a Gariboldi per segnalargli quell’avvenimento incredibile e chiedere l’intervento degli Stukas tedeschi, i quali un’ora dopo comparvero nel cielo della città bombardando i carri sovietici. ROSSOSCH era rimasta in mani italiane, ma l’incursione si protrasse per una decina di ore fino all’imbrunire. Dei 20 T-34 che avevano preso parte all’operazione, 12 erano stati distrutti mentre altri 8 si erano allontanati verso nord.
Nasci intuendo che a nord e a sud del Corpo d’Armata Alpino il fronte stava crollando, aveva fatto avvertire i comandanti della Tridentina, della  Cuneense e della Julia di tenersi pronti a giungere “al più presto e con la maggiore efficienza possibile l’allineamento VALUJKI‑ROVENKI, per schierarvisi a difesa, fronte a nord‑est, saldando le proprie forze con le grandi unità tedesche in corso di schieramento in tale zona”. Quell’ordine era stato recapitato integralmente soltanto al Generale Battisti, comandante della Cuneense, mentre i comandanti della Tridentina (Riverberi), della Vicenza (Pascolini), e della Julia (Ricagno) ne avevano avuto una sintesi per telefono, in quanto gli ufficiali incaricati di consegnarlo non erano riusciti a passare tra le maglie dei carri russi. Quanto alle grandi unità tedesche cui Nasci aveva accennato e sulle quali faceva affidamento, esistevano soltanto sulla carta. Nasci, comunque, aveva deciso di trasferire il suo comando a PODGORNOJE per avere più sotto controllo le divisioni ancora schierate sul Don con l’ordine di non arretrare di un palmo. Il giorno dopo, all’alba, un’intera brigata di carri russi suddivisa in tre tronconi ricomparve a ROSSOSCH. Un troncone attaccò i capisaldi del “Cervino”, uno si diresse verso il centro della città, mentre il terzo verso il campo d’aviazione. Due compagnie di alpini appena giunte dall’Italia (la 604^ e 601^), furono sterminate dai T-34, fino all’ultimo uomo. La situazione si aggravava di ora in ora e, dopo soli due giorni dall’inizio dell’offensiva, i russi stavano già sviluppando con successo la manovra avvolgente che li avrebbe portati ad ALEKSEJEVKA, circa 75 chilometri in linea d’aria dal corso del Don.
Alle 20.00 del 15 gennaio il XXIV Pz.Korps inizia il movimento autorizzato di ripiegamento verso KALITWA.

Fino a quel momento, del Corpo d’Armata Alpino soltanto la Divisione Julia era stata impegnata duramente, perché inviata a tamponare la falla che si era aperta sul fronte del II Corpo d’Armata. Le altre, integrate dall’evanescente Vicenza, erano rimaste sul Don, lungo la linea dell’acqua, limitando la loro attività alle azioni di pattuglia oltre il fiume verso le postazioni russe. Ma ora la situazione era precipitata. La guerra si era improvvisamente spostata alle spalle degli alpini, il cui schieramento sul Don stava diventando drammaticamente assurdo. Gli ordini di von Weichs erano inequivocabili, tanto che Gariboldi, ancora alle 16,30 del 16 gennaio, aveva dovuto inviare a Nasci che premeva per un arretramento delle sue divisioni, un laconico fonogramma: “Lasciare la linea del Don senza un preciso ordine è assolutamente proibito. Vi faccio responsabile personalmente dell’esecuzione”. Per colmo di ironia, a causa della confusione che oramai regnava nelle retrovie, quest’ordine sarebbe stato recapitato a Nasci soltanto alle 9 del giorno seguente.
Questo divieto incredibile cadde 24 ore dopo. Un fonogramma di Gariboldi recapitato a Nasci che si era trasferito a PODGORNOJE diceva: “In conseguenza ripiegamento grandi unità ungheresi anche Corpo d’Armata Alpino deve iniziare stasera all’imbrunire noto ripiegamento”.

La ritirata degli Alpini
Le divisioni alpine che avevano lasciato sulle rive del Don alcuni reparti “civetta” per simulare che nulla stava accadendo, incominciarono a ripiegare[25]: la Tridentina su PODGORNOJE, la Cuneense e la Julia che risaliva da NOVO KALITVA, su POPOVKA, mentre la Vicenza convogliava verso PODGORNOJE e POPOVKA i due tronconi nei quali si era divisa. L’ordine era di dare la precedenza alle armi, alle munizioni, ai carburanti ed ai viveri. Bisognava distruggere tutto quello che non poteva essere caricato sulle camionette, sui muli, sulle slitte. La tenaglia delle divisioni meccanizzate russe però, assieme a reparti corazzati, oramai stritolava i fianchi degli alpini in ritirata, i cui reparti si stavano infilando dentro strade strette e gelate in una enorme confusione.
Il comando del Corpo d’Armata Alpino nel frattempo si era trasferito a OPYT, e Nasci, via radio, aveva assegnato alla Julia e alla Cuneense il compito di puntare su VALUJKI lungo l’itinerario KULESOVA‑SCELJAKINO. La Vicenza invece doveva risalire verso SAMOJLENKOV per aiutare la Tridentina, prima che i russi riuscissero ad ispessire il catenaccio che avevano chiuso attorno alle divisioni italiane.

La marcia delle quattro divisioni italiane e di tutto il corpo tedesco sulle poche strade disponibili controllate dai russi costringe alla decisione di abbandonare i veicoli che non siano fuoristrada e di sfruttare le doti di mobilità alpine per portarsi verso ovest, cercando di salvare gli elementi essenziali per proseguire, cioè i cannoni anticarro.
Tutti i camion e i mezzi di collegamento del Corpo d’Armata erano stati distrutti, e il comandante degli alpini poteva oramai contare soltanto su una stazione radio tedesca montata su un autocarro semicingolato per rimanere in contatto con Gariboldi. A questo punto gli era chiaro che i russi stavano manovrando sui fianchi per accerchiarlo, accingendosi a sbarrargli la strada verso ovest. Per questo, il 20 gennaio aveva formato un forte scaglione d’avanguardia comandato da Reverberi[26].
Gli ordini erano di continuare la marcia senza soste sia pure a prezzo di sforzi sovrumani, prevalentemente di notte per sfuggire agli aerei e ai carri, evitare strade e abitati, separare i reparti che erano in grado di combattere dalle migliaia di fuggiaschi che venivano avanti in disordine intralciando i movimenti della divisione.
Il 21 gennaio Nasci aveva cambiato l’itinerario della ritirata. Gariboldi gli aveva comunicato con un radiogramma che VALUJKI era stata occupata dai russi. Pertanto era NIKITOVKA il nuovo punto di sbocco del Corpo d’Armata Alpino. Nasci per tutta la notte aveva cercato di mettersi in contatto con la Julia e la Cuneense per informarle del cambiamento di programma, ma queste erano già state distrutte[27].
Al fine di individuare alcuni insegnamenti dall’evento storico trattato, si è ritenuto di dover fare riferimento a cinque principi classici dell’arte della guerra: “offensiva (iniziativa)”, “manovra”, massa, “sicurezza” e “sorpresa”.
In merito all’iniziativa, l'8^ Armata (ormai in difensiva da mesi) aveva deciso di riprendere le operazioni per la successiva primavera. Ma tale decisione determinò una sorta di disarmo psicologico fra i Comandi e le truppe[28], facendo venir meno i vantaggi di tale principio (l’iniziativa) a causa  di un adattamento ai rigidi criteri di difesa statica fissati dal Comando del Gruppo d’Armate. Le intenzioni degli alti comandi erano infatti finalizzate a bloccare i sovietici nelle fasi di attraversamento del Don: in altre parole, gli attacchi nemici dovevano essere stroncati davanti alle linee difensive e solo alcune eccezioni erano tollerate o autorizzate dal Comando Supremo”[29].  Il venir meno dell’iniziativa precludeva ogni forma di ripiegamento e i reparti dovevano solo preoccuparsi di resistere ad oltranza sul posto, in attesa del “contrattacco liberatore” che, di fatto, non sarebbe mai arrivato. Ed è ciò che venne tenuto ben presente dall'avversario, allorché concepì le varie manovre a tenaglia che provocarono il tracollo delle nostre truppe.
Per quanto attiene alla manovra, in fase difensiva doveva essere realizzata da contrattacchi “istintivi ed immediati”[30], facendo uso delle riserve (unità dotate di elevata mobilità). Nel caso in esame, non solo le riserve non erano mobili, ma erano del tutto inesistenti. A livello C.do Div. e C.A, non vi erano riserve precostituite; a livello Armata, la sola Grande Unità inizialmente non schierata sul Don - la Div. “Vicenza” - era indisponibile perché impegnata nella difesa delle retrovie e non aveva artiglierie; la “Celere” - unica Grande Unità motorizzata - era stata impiegata staticamente sul Don; a livello Gruppo Armate nessuna riserva era tempestivamente disponibile e la 385^ Divisione tedesca arriverà in zona a battaglia conclusa; la 21^ Div. tedesca, la sola disponibile a partire dal 15 dicembre, disponeva invece di soli 50 carri. In sintesi, mancando a tutti i livelli la riserva, è mancata la possibilità di mantenere una libertà di manovra, inficiando così sull’efficacia e l’operatività di tutte le unità.
Circa l’impiego della massa, tenuto conto delle poche forze a disposizione in relazione agli enormi settori da presidiare, l'8^ Armata non poteva che schierarsi a cordone sul Don, con il risultato che “l'unica massa che si poteva ottenere era una non massa”.
II dispositivo era estremamente rado, mentre la dottrina dell’epoca prevedeva che una Divisione binaria poteva presidiare un settore di 13,5 km di ampiezza (circa metà settore assegnato alle Divisioni sul Don). Tutte le poche forze disponibili erano quindi proiettate in avanti, sulle posizioni difensive (e ciò spiega anche l’assenza delle riserve anche ai livelli più bassi). Questo fattore offrì al nemico l’opportunità di esercitare con estrema facilità la “sua massa”, trovando ovunque facilità di sfondamento.

Pur pensando di voler esercitare “massa” con il fuoco, ciò non fu possibile in quanto le artiglierie disponibili (insufficienti e obsolete) non potevano realizzare concentrazioni di fuoco massicce e tempestive e le forze aeree (per lo più tedesche) erano concentrate nella fornace di Stalingrado.
La carenza di forze non offrì altresì obiettive garanzie alla sicurezza delle forze. I rapporti di forza erano decisamente a favore del nemico (in termini di battaglioni, il rapporto era di 5:1; in termini di carri armati addirittura di 10:1)
In difesa, specie in presenza di enormi spazi, la dottrina suggeriva di predisporre un dispositivo profondo - o comunque, in previsione di reiterare l'azione in profondità - utilizzando le posizioni più convenienti. In campo logistico, inoltre, il dispositivo doveva essere arretrato, scaglionato in profondità e pronto, se del caso, a ripiegare ulteriormente per non essere coinvolto dalle puntate avversarie. Sul Don, invece, come accennato venne seguito il criterio opposto di proiettare tutto in avanti (anche gli assetti logistici), senza minimamente pensare a predisporre una seconda posizione difensiva (e di tempo, ce ne era stato). Ciò fu determinato da precise disposizioni di Hitler, secondo cui le prime linee dovevano disporre in loco di scorte, viveri, munizioni e materiali pari a due mesi dì autosufficienza, ancorando le truppe sul Don (che, ghiacciato, anziché rappresentare un ostacolo, facilitava i movimenti nemici).
Infine, ancorata a difesa a tempo indeterminato sul Don, appiedata, priva di riserve, con limitate artiglierie e senza “ombrello aereo”, l'8^ Armata non poteva neanche realizzare alcuna forma di sorpresa. In questo campo qualcosa avrebbe potuto essere fatto per disorientare l'avversario: ad esempio, anziché insistere  con una resistenza ad oltranza, si sarebbe potuto far cadere nel “vuoto” gli attacchi nemici, attuando un repentino arretramento delle linee difensive. In alternativa, si sarebbe potuto accennare, o quanto meno simulare, un attacco nei punti deboli (settore della 270^ Divisione sovietica che fronteggiava pressoché da sola il Corpo d'Armata alpino). In altre parole, si sarebbe potuto sviluppare un'azione lungo la direttrice Pawlowsk - Werch Mamon per accerchiare tutte le forze sovietiche (pari ad un'Armata) che si erano addensate in corrispondenza del nostro II Corpo d'Armata. La contromanovra tedesca, anche solo abbozzata, avrebbe presentato molti lati favorevoli: il più importante sarebbe stato quello, come già detto, di partire dal vuoto cioè dagli 80 chilometri presidiati dalla sola Divisione che fronteggiava gli alpini. Inoltre, se il Don - ormai gelato - non era più un ostacolo per i russi, non lo sarebbe stato neanche per i tedeschi (certo, l'azione non poteva essere affidata a truppe alpine, appiedate e quindi non idonee ad azioni rapide in pianura, né all'Armata priva com'era di riserve, ma a forze motocorazzate tedesche quali ad esempio le Divisioni inutilmente sottratte al Gruppo Armate e mandate a sacrificarsi a Stalingrado).
Un’ulteriore “lesson learned”: l'unitarietà di comando, in teoria è stato l'unico principio ad essere stato rispettato, anche se in modo esasperato ed accentrato nella figura di Hitler. In tal senso, il vertice della piramide ebbe una visione panoramica della situazione ma perse la sensazione delle concrete possibilità dei reparti sul campo. Soprattutto quando si è in carenza di forze (come lo erano i tedeschi) è essenziale che la situazione sia valutata in loco, perché solo in loco possono essere adottati i migliori e più convenienti correttivi (compreso l’impiego delle riserve), evitando peraltro gli inconvenienti dei ritardi nelle comunicazioni e nell’acquisizione delle informazioni.
Di certo, le condizioni del morale non hanno aiutato il corso degli eventi. Le motivazioni erano molteplici: l'inverno e il freddo, la guerra non era sentita, le famiglie e la Patria erano lontani migliaia di chilometri.
In sintesi, a nostro avviso, le motivazioni principali che hanno portato al fallimento delle operazioni in Russia sono da ricercarsi nel non aver rispettato alcuni principi dell’arte della guerra, principi che potrebbero essere considerati validi ancor oggi.
Inoltre, dall’esame di queste vicende, possiamo e dobbiamo evidenziare che, senza dubbio, tutte le nostre Grandi Unità e i nostri soldati hanno scritto pagine significative della nostra storia, rappresentando tuttora un grande esempio per tutti gli italiani.




[1]   Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi (ha superato oggi le 2.000.000 di copie vendute); Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (più di 700.000 copie); diversi volumi pubblicati dall’Ufficio Storico dello SME (l’8^ Armata; Le operazioni del CSIR e dell’ARMIR; I servizi logistici; Le operazioni delle unità italiane; L’Italia nella relazione ufficiale sovietica).
[2]   V. Galitzki, Il tragico Don. L’odissea dei prigionieri italiani nei documenti russi, 1993; A. Morozov, Dalla lontana infanzia di guerra, 1994; N. Terescenko, L’uomo che “torturò” i prigionieri di guerra italiani, 1994.
[3]   La steppa, dal punto di vista della vegetazione, è una delle tre zone principali russe assieme alla tundra (a nord del Circolo polare artico) ed alla taiga (a sud della tundra ma sopra la steppa). Nella steppa il suolo è costituito prevalentemente dalla fertile terra nera (cernozem), che deve il suo colore e la sua fertilità all’humus. La terra nera copre approssimativamente 250 milioni di acri, e rappresenta il fulcro della agricoltura russa.
[4]   Il patto è passato alla storia diplomatica con il nome di «patto Molotov‑Ribbentrop», dal nome dei due Ministri degli esteri firmatari.
[5]  Vds. Allegato “D” – Obiettivi iniziali delle Forze tedesche.
[6]   Aldo VALORI, La campagna di Russia
[7]   Il Corpo di spedizione comprendeva due Divisioni “autotrasportabili” (Pasubio e Torino), una Divisione Celere (la 3^ Principe Amedeo d’Aosta) oltre a reparti del genio, un battaglione chimico e supporto aereo.
[8]  Vds. Allegato “A” – Quadro di battaglia del CSIR alla data del 1° agosto 1941.
[9]  Vds. Allegato “B” – Quadro di battaglia dell’8^ Armata.
[10] Vds. Allegato “E” – Piani di Hitler per la primavera del 1942.
[11]             Aldo VALORI, La campagna di Russia , pag. 414.
[12]             L’8^Armata si schierò da sinistra a destra con il II Corpo d’Armata (294^ Div. f. tedesca su 65 km dal Kolkoz Burgilovka al fiume Teiornaja Kalitva; Cosseria su 34 km da Teiornaja Kalitva al margine occidentale dell’ansa di Verhnij Mamon; Ravenna su 30 km dal margine occidentale dell’ansa di Verhnij Mamon alla foce del Boguciar), XXIX Corpo d’Armata tedesco (Torino su 35 km dalla foce del Boguciar al paese di Suchoj Donez; 62^ Div. f. tedesca su 55 km da Suchoj Donez al paese di Merkulov); XXXV Corpo d’Armata C.S.I.R. (Pasubio su 30 km da Merkulov al paese di Rubescinski, Sforzesca su 33 km da Rubenscinski alla foce del Choper); 3^ Divisione Celere in riserva (con efficienza ridotta dai combattimenti sostenuti nell’ansa di Serafimovic e nel bacino del Mius e, in particolare, con le unità di fanteria ridotte di un  terzo e quelle di artiglieria della metà ed in più con 2 battaglioni bersaglieri e 2 gruppi di artiglieria rimasti ad operare con la 6^ Armata nel settore della 79^ Div. f. tedesca).
[13]             La 63^ Armata Sovietica era schierata da nord a sud con le seguenti unità: 127^ Div. fucilieri (di fronte alla 294^ tedesca, da Pavlovsk alla Teiornaja); 1^ divisione fucilieri (di fronte alle Div. italiane “Cosseria”, “Ravenna”, “Torino” e parte della 62^ tedesca, dalla Teiornaja Kalitva a Krasnojarski); 153^ divisione fucilieri (di fronte alla 62^ tedesca ed alla “Pasubio”, da Krasnojarski a Vescenskaja); 197^ divisione fucilieri (di fronte alla “Pasubio” ed alla “Sforzesca”, da Vescenskaja alla foce del Choper). (Vds. Allegato “C” – Composizione delle truppe sovietiche).
[14] La Div. “Celere” era allora costituita da soli due reggimenti bersaglieri, non a completo organico, e dovette rilevare un fronte che precedentemente era occupato da tre reggimenti di fanteria della 62^ Div., venendosi a trovare in condizioni sensibilmente più difficili della Grande Unità tedesca appena sostituita.
[15]  Vds. Allegato “F” – Situazione dell’8^ Armata al 10 dicembre 1942.
[16]  Vds. Allegato “G” – Schema dei Piani “Saturno” e “Piccolo Saturno”.
[17]  Vds. Allegato “H”, Allegato “I” ed Allegato “J”.
[18]  Vds. Allegato “K” – Ripiegamento del centro e della destra e ricostruzione di una linea difensiva.
[19]             Un “Blocco nord”: formato dalle divisioni 298^ germanica e Ravenna, parti della Cosseria, della Pasubio e della Torino, oltre che numerosi elementi delle unità suppletive dei Corpi d’Armata II e XXXV-CSIR, del Comando d’Armata e dell’Intendenza. Questo blocco dirigeva verso VOROSCILOVGRAD ove confluiva entro la metà del gennaio 1943. La sera del 25 dicembre avrebbe raggiunto CERTKOVO, assediata dai russi: erano 7.000 uomini, dei quali 3.800 feriti e congelati. Vi sarebbero rimasti, assieme ad altrettanti tedeschi arroccati come loro nella città accerchiata, fino alla sera del 15 gennaio, quando riuscirono ad aprirsi la via della salvezza e a raggiungere BELOVODSK lasciando però sul posto la maggior parte dei feriti che i due autocarri disponibili e le poche slitte a disposizione non permettevano di trasportare
[20] Un “Blocco sud”: formato dalle aliquote della Ravenna e della Torino, parte della Pasubio e della 3^ Celere con tutto il 6° reggimento bersaglieri, la Divisione Sforzesca e truppe e servizi di Corpo d’Armata e di Intendenza. Questo blocco ripiegava alle dipendenze del XXIX Corpo d’Armata tedesco, sosteneva aspre azioni difensive in corrispondenza di capisaldi isolati e riusciva a rientrare nelle linee amiche a SKASSIRSKAJA il 28 dicembre. Dopo un calvario inenarrabile di sofferenze, il 5 gennaio si sarebbe raccolto a RYKOVO.
[21]  Vds. Allegato “L” – Schema dell’Operazione Ostrogozsk-Rossosch.
[22] I russi erano in vantaggio per numero di carri ed artiglierie, mentre il rapporto di forze aeree non fu mai a loro favore. Da precisare che la terminologia militare riferita alle unità dell’Armata Rossa potrebbe trarre in inganno (gli organici delle unità russe non corrispondono a quelle italiane, ungheresi o tedesche): il Fronte russo corrisponde al gruppo d’armate, ma può raggruppare molte armate ed unità autonome, o essere a livello di un’Armata dell’Asse; un’Armata russa è come un corpo d’armata dell’Asse (formata da poche divisioni, con effettivi inferiori a quelle dell’Asse in genere e dell’esercito tedesco in particolare); una Div. di fanteria russa (gennaio 1943) contava 9.619 uomini, su 3 reggimenti, con 24 cannoni da 76mm e 12 da 122 (una notevole parte del volume di fuoco era costituito da mortai, 56 da 50 mm, 83 da 82 mm e 21 da 120 mm.) Il numero di armi automatiche era elevato: 2.398 mitra e 522 fucili mitragliatori; un Corpo corazzato disponeva di 11.900 uomini e 240 tra carri e semoventi d’artiglieria. Ogni Brigata corazzata delle tre che componevano un corpo corazzato aveva 65 carri (in genere, per due terzi T-34 e KV, per un terzo carri leggeri).
[23] A tutti vennero distribuiti i valenki, stivali di feltro a pezzo unico particolarmente indicati per camminare sulla neve a temperature molto basse. Inoltre ad ogni divisione vennero assegnate dalle 400 alle 500 slitte per i trasporti. I veicoli vennero dotati con due ordini di catene (mentre le macchine italiane si fermavano perché spesso senza catene). Infine le truppe ebbero in dotazione delle pale da neve in legno per poter liberare le strade durante le avanzate dai mucchi di neve che si accumulavano.
[24]             La valutazione della situazione del nemico il 7 gennaio (…) diede questo risultato: in profondità davanti all’ala sinistra dell’8^ Armata italiana, il quadro del nemico ancora non è chiaro, mentre davanti alla 2^ ungherese esistono indizi sui preparativi di attacco (senza però elementi precisi su spazi e tempi di inizio dell’attacco). Da questi elementi, si suppone un attacco per il controllo della linea che da SWOBODA conduce verso sud (attacco con numerosi raggruppamenti, su largo fronte); la localizzazione del centro di gravità può essere probabilmente nell’area SWOBODA‑KOROTOJAK.
[25]  Vds. Allegato “M”, Allegato “N”,  Allegato “O” ed Allegato “P”.
[26] Lo costituivano i battaglioni “Vestone” e “Valchiese” del 6° alpini, rinforzati dai gruppi “Bergamo” e “Vicenza”, e da 4 semoventi, più una batteria di lanciarazzi e 5 pezzi di artiglieria da 152: quanto rimaneva del XXIV Corpo corazzato tedesco che Eibl aveva posto sotto il suo comando. Invece il battaglione “Verona” doveva proteggere il fianco destro della Tridentina, l’unica delle quattro divisioni che era riuscita a sganciarsi in modo ordinato dal Don.
[27] Vds. Allegato “Q” – La controffensiva russa dell’inverno ’42-’43; Allegato “R” ed “S” – Uniformi, armi ed accessori in dotazione; Vds. Allegato “T” e “U” – Perdite.
[28]     Si consideri, in proposito, I’asserto del Clausewitz “generalmente nell'attacco ad una sosta necessaria non succede più un secondo slancio”.
[29]     Direttiva del Comando Gruppo Armate “B”. n 02/2012 del 14 luglio 1942
[30]     “Direttive impiego GG UU.”, Ed, 1935.

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